Il Castello

Io che apro portoni e tu che cali inferriate e sollevi ponti levatoi. E i castelli diventano draghi inavvicinabili.
(Fabrizio Caramagna)

Ph: © Carlo Oriani

Lo Stagno

C’è troppa urgenza a questo mondo; una necessità di arrivare sempre prima.
Per questo mi piace guardare lo stagno, che sta immoto e placido, e non ha nessun bisogno di mettersi davanti a qualcosa.
(Fabrizio Caramagna)

Ph:© Carlo Oriani

LA CASA

La casa? È castello e isola, torre e caverna,
miracolo e quotidianità, ordine e calore,
e la voce delle cose che ci aspettano ogni giorno al nostro rientro.
(Fabrizio Caramagna)

Ph: © Carlo Oriani

La porta…

“Lloyd, mi sono chiuso in me stesso!”
“Temo di sì, sir.”
“Come faccio adesso? Qui dentro mi sento soffocare.”
“Non si preoccupi, sir. Basterà attendere la persona giusta con cui aprirsi.”
“E la persona giusta sarà quella che mi farà uscire?”
“Al contrario, sir. Sarà quella che non avrà paura di entrare.”
“Grazie mille, Lloyd.”
“Dovere, sir.”
Simone Tempia——-da “Vita con Lloyd”

Ph: © Carlo Oriani

E’ giunta la mia ora…

Catene nel buio
Un bagliore rischiara la stanza
Forse è giunta la mia ora

Ph: © Carlo Oriani

L’Abbandono

L’unica cosa peggiore dell’essere abbandonati è sapere che non meriti nemmeno una spiegazione.

Ph: © Carlo Oriani

La Nebbia…

C’è della gente che parla male della nebbia di Milano. Io non conosco quella degli altri paesi, ma questa di Milano è una gran nebbia, simpatica, affettuosa, cordiale. Ti fascia tutto come una carezza. E poi mi pare che la nebbia inviti all’intimità, all’ottimismo, alla confidenza. (Carlo Campanini).ù

Ph: © Carlo Oriani

Viaggio all’inferno e ritorno

(Covid-19)

Photographer, Drawing & Writing © Carlo Oriani

Il 13 ottobre del 2020 ho fatto un viaggio all’inferno. Mi sono ammalato gravemente di Covid-19, ma ora dopo 46 giorni dalla mia partenza sono a casa con mia moglie e i miei figli. Non sto ancora benissimo. Il viaggio mi ha provato molto ed ha lasciato dei segni sul mio corpo, ma sono finalmente tornato a Casa.

La discesa all’inferno è stata lenta come altrettanta lenta è stata la risalita.

Giorno, dopo giorno le forze hanno iniziato ad abbandonarmi. Il corpo non aveva voglia di reagire a quello che mi stava accadendo. E, come se non bastasse, anche la mia mente stava facendo la stessa cosa. Lentamente sono scivolato in un’apatia totale. Non riuscivo a muovermi, non riuscivo nemmeno a pensare. Volevo solo chiudere gli occhi per riposare.

Appena giunto all’inferno mi è stato consegnato un bel casco. Era chiaro, trasparente, con attaccati un tubo ed altri strani accessori e, cosa alquanto strana, era lucente, quasi emanasse una luce propria.

Nell’istante in cui la mia testa è stata infilata lì dentro la mia mente, già destabilizzata, ha vacillato ulteriormente. Un insieme di sensazioni impetuose e letali ha iniziato a muoversi in modo frenetico all’interno della mia testa. Testa che veniva stordita dal rumore assordante dell’ossigeno che si riversava all’interno del casco gonfiando sia il casco stesso sia i miei polmoni. Ma si sa, all’inferno di ossigeno ce n’è poco e qualche cosa si deve pur fare.

Le giornate e le nottate erano interminabili, come se il tempo si fosse dilatato, quasi fermato. Intorno a me vedevo volteggiare tantissime forme indistinte. In lontananza mi pareva di vedere moltissimi corpi completamente nudi che come me indossavano il casco lucente. Il casco era più lucente delle fiamme dello stesso inferno. Dai loro corpi partivano tantissimi tubi di forme differenti. Ad alcuni di questi corpi la luminosità del casco aumentava sempre di più fino a diventare impossibile mantenere lo sguardo fisso su quella luce. Ad altri, invece, questa luminosità andava ad affievolirsi rapidamente fino a spegnersi definitivamente.

In lontananza, inoltre, mi pareva di scorgere anche tantissimi treni che leggeri si libravano nell’aria in tutte le direzioni. Sembrava, anche, che ci fossero persone che saltavano da un treno all’altro. Alcuni treni, improvvisamente, cambiavano direzione. Passavano vicino ai corpi con i globi spenti e, dopo averli raccolti, si tuffavano velocemente ed inesorabilmente ancora più in profondità.

Con mia sorpresa all’inferno ho trovato un Angelo. Un Angelo che continuava a cambiare volto. Ora aveva le sembianze di un infermiere, un momento dopo quelle di medico ed il momento successivo quelle di un’infermiera. Quest’Angelo così particolare mi teneva la mano ed impediva che scivolassi ancora nelle profondità di quell’inferno.

La stretta della sua mano, nonostante fosse salda, non mi trasmetteva calore. Forse sarà stato per i tre paia di guanti di colori differenti che indossava.

L’Angelo mi sorrideva sempre. Non potevo vedere le sue labbra perché coperte da due mascherine, ma i suoi occhi, anche se leggermente nascosti da una sorta di visiera, mi sorridevano e mi trasmettevano speranza. Questo, però, non mi era sufficiente. Ero stanco. Volevo che tutto finisse al più presto. Avevo voglia solo di chiudere gli occhi e non pensare più a nulla.

Un giorno, guardando attraverso la bolla lucente, in mezzo ai vari tubi che uscivano dal mio corpo, la mia attenzione è stata catturata dal tatuaggio con le iniziali dei miei figli Sara e Simone. Quasi mi ero dimenticato di averlo. Era bello vedere quelle iniziali. Osservarlo mi faceva tornare in mente tantissimi è bellissimi ricordi. Da quel giorno ho deciso di smettere di guardare qualsiasi altra cosa mi circondasse. Il mio sguardo e la mia attenzione erano concentrati sul tatuaggio. Fissarlo infondeva calore al mio corpo. Inizialmente solo al braccio. Poi al resto del corpo. Era una sensazione bellissima. Il pensiero dei miei figli mi stava donando calore, mi faceva sentire più forte.

A mano a mano che il tatuaggio mi riscaldava anima e corpo, il casco diventava sempre più luminoso. Avevo, anche, la sensazione che il mio corpo si stesse sollevando sempre più in alto allontanandosi dal fondo dell’inferno.

Si, stavo sicuramente risalendo.

Stavo abbandonando quel luogo.

Lentamente, molto lentamente, ma lo stavo lasciando. Gioia ed Euforia hanno iniziato a scacciare tutti i restanti pensieri negativi che ancora si annidavano nella mia testa.

Dopo innumerevoli ed interminabili giorni l’Angelo, che non aveva mai smesso di tenermi stretta la mano, mi ha finalmente liberato dal casco e da tutti i vari tubi.

Appena tolto il casco ho avuto timore a respirare. Per un istante ho esitato, ma alla fine ho fatto un profondo e lento respiro.

Euforia e Felicità, attraverso i miei polmoni, hanno riempito il mio spirito ed hanno ridato vita al mio corpo.

Chi non ne è mai stato privato non può nemmeno immaginare che bellissima sensazione sia quella di poter respirare autonomamente.

Carlo Oriani

CASEI MEDIEVALE 2019