THROUGH GLASS – Indagini Proibite

Il nostro nuovo noir (con dentro parecchio fuoco)

Ciao a tutti, siamo Carlo e Joan.

Oggi vogliamo raccontarvi di una cosa a cui teniamo davvero: una collana di romanzi che scriviamo insieme, a quattro mani, e che si chiama Through Glass – Indagini Proibite.

L’idea è nata da una domanda semplice: cosa succede se prendi un giallo noir, di quelli cupi e senza sconti, e ci metti dentro una storia d’amore vera, fisica, che scotta? Non due generi appiccicati, ma un unico respiro. Ecco, Through Glass è la nostra risposta.

Dove siamo

Milano. Non quella delle cartoline, però. La nostra Milano è il Corvetto: periferia sud, ruvida, vera. È lì che si muovono i due protagonisti.

Marco Ferretti è un ex commissario finito fuori dai giochi, che ora fa l’investigatore privato. Cinico, solo, con un passato che non lo lascia dormire. Valentina Conti è un’avvocatessa penalista che difende chi nessun altro vorrebbe difendere. Forte, testarda, e con una ferita che si porta dietro da un rapporto sbagliato.

Quando i loro mondi si incrociano, scatta qualcosa che nessuno dei due aveva previsto. E no, non è solo indagine.

Di cosa parla il primo volume

Il primo romanzo si intitola Lo Specchio Infranto.

Comincia con una donna che si sente osservata. All’inizio è solo una sensazione fastidiosa, di quelle che ti dici di esserti immaginata. Poi diventa qualcosa che non puoi più ignorare. Qualcuno c’è. Qualcuno guarda.

Da lì parte tutto: un’indagine che si stringe capitolo dopo capitolo, e una tensione tra Marco e Valentina che cresce fino a esplodere.

Vi diciamo solo questo: nulla è come sembra. E la cosa peggiore, in una storia così, è proprio quello che credi di aver capito.

Una collana, cinque volumi

Through Glass non è un romanzo unico ma una collana. Abbiamo scelto volumi brevi, che si leggono in un paio d’ore, uno tira l’altro. Un po’ come le vecchie serie di gialli che divoravi sotto le coperte, ma con un filo rosso che lega tutto e un mistero di fondo che si svela solo alla fine.

Il primo volume è uscito proprio ieri, il 15 luglio, ed è già disponibile. Il secondo, Riflessi Oscuri, e il terzo, Nel Buio dello Specchio, arrivano nelle prossime settimane. Se vi prende il primo, vi assicuriamo che non vorrete aspettare.

Dove trovarlo

Li trovate su Amazon, in formato eBook per Kindle, cercando Joan K. Thompson o Carlo Oriani. Se siete iscritti a Kindle Unlimited potete leggerli senza spendere nulla in più.

Se amate i noir che tengono col fiato sospeso e le storie che sanno anche scaldare, dategli una possibilità. E poi diteci cosa ne pensate: le vostre reazioni sono il carburante per i prossimi volumi.

A presto,
Carlo e Joan


Quando un “NO” diventa inaccettabile

Riflessioni su un amore che uccide

Leggo la notizia di Federica Torzullo e resto immobile davanti allo schermo. Quarantuno anni, un figlio di dieci, un lavoro, una vita. Una donna che aveva deciso di separarsi dal marito. Una scelta legittima, dolorosa forse, ma legittima. La risposta a quella scelta è stata la morte.
Il suo corpo è stato trovato sepolto in un terreno vicino all’azienda del marito, dopo dieci giorni di ricerche. Dieci giorni in cui lui ha mentito, depistato, finto di cercarla. Dieci giorni in cui sapeva esattamente dove fosse.
E io mi chiedo: come si arriva a questo punto?
Non è una domanda retorica. È la domanda che mi perseguita da quando ho iniziato a scrivere Oltre l’Ombra, il mio romanzo. Una storia che racconta la dinamica opposta — un uomo, Luca, perseguitato dalla ex moglie Priscilla — ma che nasce dalla stessa radice malata: l’incapacità di accettare un rifiuto.
Quando ho scritto di Priscilla, ho cercato di entrare nella mente di chi non riesce a lasciare andare. Di chi trasforma l’amore in possesso, la relazione in catena, il partner in proprietà. Ho scoperto che non è una questione di genere. È una questione di fragilità narcisistica, di identità costruita sull’altro anziché su se stessi. Quando quell’altro se ne va, non è solo una relazione che finisce: è un intero mondo che crolla.
Ma capire non significa giustificare. Mai.
Federica aveva detto no. Aveva scelto di riprendere in mano la sua vita. E quel no è stato considerato inaccettabile. Non un diritto, non una libertà fondamentale, ma un affronto da punire con la morte.
Mi chiedo spesso cosa scatti nella mente di chi compie questi gesti. Non parlo della follia momentanea — quella è una scusa comoda che ci raccontiamo per tenere il mostro a distanza, per convincerci che “a noi non potrebbe mai succedere”. Parlo di qualcosa di più sottile e pervasivo: una cultura che ancora fatica a riconoscere che l’amore non è possesso.
Amare qualcuno non significa avere diritti su di lui. Non significa che il suo corpo, le sue scelte, la sua vita ci appartengano. Amare significa — dovrebbe significare — volere la felicità dell’altro anche quando quella felicità non ci include.
È difficile? Tremendamente. Una separazione fa male, a volte devasta. Ma il dolore non autorizza la violenza. La sofferenza non giustifica l’omicidio.
Nel mio romanzo, Luca fugge. Lascia Milano, si rifugia sul Lago di Garda, cerca di ricostruirsi una vita lontano dall’ossessione di Priscilla. Ho voluto raccontare che si può scappare, che si può sopravvivere. Ma la realtà è spesso più crudele della finzione. Federica non ha avuto il tempo di fuggire. O forse aveva già iniziato a farlo, e proprio per questo è stata uccisa.
Scrivo queste righe con un senso di impotenza. Le parole sembrano inadeguate di fronte a una bara, a un bambino che non rivedrà più sua madre, a una famiglia distrutta. Eppure le parole sono l’unico strumento che ho. Come autore, come uomo, come essere umano che si rifiuta di voltarsi dall’altra parte.
Se Oltre l’Ombra può servire a qualcosa, spero sia questo: aprire una conversazione. Far riflettere. Mostrare che la violenza psicologica e l’ossessione non hanno genere, e che riconoscerle è il primo passo per combatterle.
Federica meritava di vivere. Meritava di dire no e di essere rispettata per questo.
Tutti meritiamo di poter dire NO.

TRA IL VOLTO E LA MASCHERA

Ho fotografato castelli per moltissimi anni. Muri di pietra che nascondono storie. Poi ho capito: anche noi siamo castelli. Anche noi abbiamo muri. Anche noi nascondiamo. Le maschere che indossiamo sono le nostre mura. Ma le crepe? Le crepe sono dove entra la verità.

È lì, in quelle crepe, che vivono i protagonisti dei miei thriller:

📖 𝐈𝐋 𝐂𝐎𝐃𝐈𝐂𝐄 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐄 𝐒𝐄𝐓𝐓𝐄 𝐋𝐔𝐂𝐈 – Dove le vite passate sono maschere che nascondono chi sei davvero, finché le crepe non rivelano tutto

📖 𝐎𝐋𝐓𝐑𝐄 𝐋’𝐎𝐌𝐁𝐑𝐀 – Dove l’ossessione frantuma ogni maschera e ti costringe a guardare ciò che hai sempre nascosto

📚 Amazon: Cartaceo, eBook, GRATIS con Kindle Unlimited

🎭 Thriller psicologici dove le maschere cadono e la verità fa male. Ma è l’unica cosa che può salvarti.

Sirmione: quando i castelli diventano specchi dell’anima

Quando la mia macchina fotografica mi ha fatto scoprire la location perfetta per raccontare l’ossessione

Chi mi conosce sa che amo fotografare castelli. Ma quando ho iniziato a scrivere “Oltre l’Ombra”, cercavo qualcosa di più di un semplice sfondo suggestivo. Cercavo un luogo che fosse esso stesso un personaggio, che riflettesse il tema del romanzo: l’ossessione, la bellezza che nasconde l’ombra, la fragilità sotto la pietra.

E l’ho trovato a Sirmione.

Il Castello Scaligero non è solo uno dei castelli meglio conservati d’Italia. È una fortezza che emerge dall’acqua, circondata dal lago da tutti i lati. Una bellezza apparente che nasconde stanze buie, corridoi stretti, prigioni sotterranee. Esattamente come Luca: un fotografo di successo che nasconde dentro di sé ferite profonde e sensi di colpa che lo divorano.

Quando ho visitato Sirmione per la prima volta con la mia Leica, ho capito immediatamente che era il posto giusto. I vicoli stretti del borgo medievale dove puoi sentirti osservato ad ogni angolo. Le luci soffuse che filtrano tra le case di pietra. Il lago che riflette tutto, ma distorce le immagini.

Nel romanzo, Sirmione non è solo dove Luca si rifugia dopo aver perso tutto. È il luogo dove cerca di ricominciare, dove incontra Martina e Scarlett, dove pensa di poter finalmente trovare pace. Ma è anche dove Priscilla lo ritrova, trasformando questo borgo da cartolina in una trappola claustrofobica.

Da fotografo, amo il contrasto tra la bellezza turistica di Sirmione di giorno e l’atmosfera inquietante che assume la sera, quando i turisti se ne vanno e rimangono solo le ombre e i gatti randagi. È in queste ore che ho ambientato le scene più intense del romanzo.

Il castello diventa nel libro il luogo della mostra fotografica di Luca, l’evento che dovrebbe segnare il suo ritorno alla vita. Ma diventa anche il teatro dello scontro finale con Priscilla, dove la bellezza si trasforma in incubo.

Ogni volta che fotografo un castello, cerco di catturarne l’anima oltre l’architettura. Con Sirmione, ho catturato qualcosa di più: ho trovato il setting perfetto per raccontare come anche i luoghi più belli possano nascondere ombre oscure.

Se volete scoprire come Sirmione diventa teatro di un incubo psicologico, “Oltre l’Ombra” è disponibile su Amazon sia in versione cartacea che in eBook. Nel prossimo articolo vi racconterò di Luca, il fotografo che vive nell’ombra del proprio passato.

OLTRE L’OMBRA

Un romanzo che distrugge gli stereotipi sulla violenza

Sabato 15 novembre, ore 14:00 – BookCity Milano
Presentazione con Carlo Oriani


“Se non posso averti io, non ti avrà nessun’altra.”

Quando queste parole vengono pronunciate da un uomo, l’opinione pubblica insorge. I media gridano allo scandalo, la società si mobilita, la giustizia interviene. Ma quando a pronunciarle è una donna?

Silenzio.

“Oltre l’Ombra” di Carlo Oriani è il romanzo che in pochi osano scrivere, la storia che nessuno vuole ascoltare: quella di un uomo vittima di stalking e violenza psicologica.

Luca Bernardi è un fotografo affermato, padre di due figli. La sua vita sembra perfetta dall’esterno. Ma dentro le mura domestiche si consuma una persecuzione silenziosa, invisibile, devastante.

Luca non è un uomo perfetto. Anche lui commette errori, prende decisioni sbagliate, tradisce la fiducia di chi gli sta accanto. Ma nessun errore, nessun tradimento, nessuna colpa può mai giustificare la violenza che subisce.

Quando un uomo chiede aiuto, la risposta è sempre la stessa: “Ma dai, cosa può farti una donna? Stai esagerando.”

Grazie ai media, l’opinione pubblica è stata educata a una narrazione univoca: l’uomo è sempre il lupo cattivo, la donna sempre la vittima innocente. E quando i ruoli si invertono? La società volta lo sguardo dall’altra parte. Basta accendere la tv o andare al cinema per capirlo: le scene di donne che picchiano mariti o compagni vengono trattate con ilarità, come momenti di leggerezza comica. Schiaffi, oggetti lanciati, umiliazioni pubbliche: se la vittima è un uomo, diventa intrattenimento. Se fosse il contrario, sarebbe scandalo nazionale. E così si giustifica la violenza femminile, trasformandola in qualcosa di accettabile, comprensibile, persino meritato. Un uomo non può davvero soffrire. Le sue denunce sono meno credibili. Il suo dolore vale meno.

“Chi starà mai dalla mia parte?” si chiede Luca mentre tutto crolla intorno a lui: la carriera, la reputazione, la serenità dei suoi figli, la sua stessa sicurezza.

Nel romanzo, assistiamo al paradosso terribile di un sistema che dovrebbe proteggere le vittime ma che, di fronte a uno stereotipo rotto, si paralizza. Le denunce vengono ignorate. Le controquerele diventano armi. La vittima diventa sospettata.

Come scrive Alice Kavalla nella potente prefazione: “Lo stalking è una realtà dolorosa e spesso invisibile, che troppo di frequente viene ignorata o ridotta a un’ombra silenziosa quando la vittima è un uomo.”

MA QUESTO ROMANZO GRIDA UNA VERITÀ SCOMODA:

LA VIOLENZA NON HA GENERE

Non ha colore di pelle. Non ha orientamento politico. Non ha giustificazioni.

La violenza è violenza. Punto.

In una società che ha trasformato la lotta contro la violenza in una battaglia di genere, “Oltre l’Ombra” compie un atto di coraggio radicale: racconta la verità senza filtri.

Racconta di un uomo che viene deriso quando denuncia. Di un padre che teme per i suoi figli. Di una vittima a cui nessuno crede perché “non è credibile” che un uomo possa avere paura.

Racconta dell’ipocrisia devastante di una società che predica uguaglianza ma pratica discriminazione al contrario.

Perché se davvero crediamo nell’uguaglianza, allora ogni vittima merita giustizia.

Sempre. Senza distinzione di genere. Non in modo selettivo, non per chi ha la voce più forte o il volto che corrisponde allo stereotipo mediatico, ma per chiunque soffra.

“Oltre l’Ombra” non è solo un thriller psicologico che vi terrà con il fiato sospeso. È un atto di denuncia contro la narrazione tossica che ha reso invisibili migliaia di vittime solo perché “del genere sbagliato”.

È un appello alla vera giustizia: quella che protegge tutti, non solo chi entra nello stereotipo della “vittima perfetta”.

Sabato 15 novembre alle ore 14:00 a BookCity Milano, Carlo Oriani presenterà questo romanzo coraggioso e necessario.

Un appuntamento per chiunque creda che la giustizia debba essere cieca, anche davanti al genere di chi soffre.

Perché la libertà di ogni persona deve essere protetta, in ogni momento e in ogni forma.


OLTRE L’OMBRA – Carlo Oriani

Per vedere la luce, devi prima affrontare l’ombra.

BookCity Milano
Sabato 15 novembre 2024, ore 14:00
Palazzo Castiglioni (Veranda)
Corso Venezia, 47 – Milano


“Che la giustizia ci sia. Sempre. Per ogni uomo, come per ogni donna, che non ha potuto parlare, che ha avuto paura di farlo o che ha taciuto per paura di non essere creduto.”
— Alice Kavalla, dalla Prefazione

Una sera al RAB con MisterNessuno

Quando l’arte incontra l’inclusione

Ci sono serate che ti entrano dentro e non ti lasciano più. Momenti in cui capisci che stai partecipando a qualcosa di più grande di un semplice evento, qualcosa che ha a che fare con l’autenticità delle connessioni umane, con la bellezza che nasce quando l’arte si mette al servizio di una causa giusta.

La sera al RAB di Milano è stata una di quelle serate.

Il RAB: questo non è un bar

Prima di raccontarvi dell’evento, devo parlarvi del luogo che lo ha ospitato. Perché il RAB non è semplicemente un locale. È un manifesto di inclusione, un progetto sociale che ha il coraggio di mettere in pratica ciò che molti si limitano a teorizzare.

Situato in Corso San Gottardo 41, in zona Navigli, il RAB è gestito dal Gruppo L’Impronta. La mission è tanto semplice quanto potente: inserire al lavoro persone con fragilità ed essere uno spazio di aggregazione e socialità per il quartiere. Qui lavorano fianco a fianco ragazzi e ragazze con disabilità insieme a operatori, in un ambiente che rifiuta l’etichetta di “bar” per essere qualcosa di più profondo: un luogo di incontro, di cultura, di vera umanità.

Le pareti del RAB raccontano storie. Articoli di giornale, foto, manifesti di eventi passati si sovrappongono creando un palinsesto visivo che è testimonianza di una comunità viva. È su una di queste pareti che ho appoggiato la mia Leica per catturare l’atmosfera della serata, creando quella doppia esposizione che vedete in apertura: Alice che si sovrappone agli articoli sul locale, presente e passato che si fondono in un’unica narrazione.

MisterNessuno: un libro, tante cause

Roberto Florindi ha scritto “MisterNessuno” attingendo dalla sua profonda esperienza nel mondo del nuoto paralimpico, dove da anni accompagna atleti straordinari nelle loro sfide quotidiane. Ma questo romanzo va oltre la semplice testimonianza sportiva: è un viaggio nell’animo umano attraverso quarant’anni di vita di Alessandro, un uomo che si è sempre sentito “fuori posto”, alla ricerca di un filo conduttore tra esperienze disparate che lo hanno portato dalla piccola Melegnano alle terre remote dell’Etiopia, dall’Inghilterra all’India, fino alle piscine dove ha finalmente iniziato a trovare sé stesso.

Non è solo letteratura: è uno specchio in cui ognuno può riconoscersi, un mosaico di piccole e grandi vittorie, di fallimenti che si trasformano in nuove opportunità, di dignità che si conquista vasca dopo vasca. Perché il vero talento, come ci insegna questa storia con disarmante onestà, non è ciò che ci rende eccezionali agli occhi degli altri, ma quello che ci fa sentire finalmente a casa dentro noi stessi.

Ma quello che rende davvero speciale questo progetto è il modello benefico che lo accompagna. A ogni evento, a ogni presentazione, Roberto sceglie un’associazione diversa che si occupa di disabilità e inclusione, e tutto il ricavato delle vendite va a sostenere quella realtà specifica. Non è beneficenza generica: è un sostegno mirato, pensato, che cambia a seconda del territorio e delle necessità.

Per la serata al RAB, la scelta era naturale: il ricavato è andato al Gruppo L’Impronta, la cooperativa sociale che gestisce il locale e che da anni lavora per l’inclusione di persone con fragilità. Ma sono tantissime le associazioni che Roberto ha sostenuto e continuerà a sostenere attraverso questo tour. Ogni tappa è un nuovo incontro, una nuova storia, un nuovo modo di fare la differenza.

Una sera di musica, parole e connessioni autentiche

L’evento al RAB è stato curato nei minimi dettagli. Alice Kavalla, amica e scrittrice, ha moderato la serata con quella sensibilità che la caratterizza. Fulvio Felisi, invece, ha gestito l’organizzazione con professionalità, mentre Mauro Trentini e Sara Iacubino ci hanno regalato momenti di musica dal vivo che hanno dato respiro alle parole, creando quella sospensione emotiva che solo la musica live sa creare.

Io ero lì con la mia macchina fotografica, a catturare volti, sguardi, sorrisi. A fermare quei momenti in cui vedi che qualcosa di vero sta accadendo. Perché questa è la fotografia che mi interessa: non quella patinata delle location perfette, ma quella che cattura l’essenza delle connessioni umane.

Il pubblico era un mix meraviglioso: amici di Roberto venuti a sostenerlo, curiosi attratti dal progetto, frequentatori abituali del RAB che hanno scoperto con sorpresa quanto può essere potente un libro quando dietro ha una storia autentica. C’erano anche alcuni fratelli Alpini di Roberto, testimonianza di quanto i legami veri attraversino gli ambiti più diversi della vita.

Fotografia e inclusione: lo stesso sguardo

Mentre fotografavo la serata, mi sono reso conto di quanto la mia passione per la fotografia e questo progetto di Roberto abbiano in comune. Entrambi cerchiamo di catturare l’essenza delle persone al di là delle etichette, delle categorie, delle semplificazioni. Io lo faccio attraverso il bianco e nero che elimina il superfluo per concentrarsi sull’emozione pura. Roberto lo fa attraverso le sue storie che raccontano persone, non disabilità.

La mia passione per il mondo medievale, che emerge dalle fotografie di castelli e dalle mostre che curo, nasce dalla stessa ricerca: trovare l’umanità dietro le pietre, le storie dietro le architetture. E il RAB, con le sue pareti che parlano e i suoi spazi che accolgono, è esattamente questo: un luogo dove l’umanità emerge in tutta la sua complessità e bellezza.

Il team: quando la collaborazione diventa magia

Questo progetto non sarebbe possibile senza un team affiatato. Roberto porta la sua esperienza e la sua sensibilità verso il mondo della disabilità. Alice porta la sua capacità di tessere narrazioni e guidare conversazioni. Fulvio porta l’organizzazione che tiene insieme tutti i pezzi. Io porto il mio occhio fotografico, quella capacità di catturare momenti che altrimenti andrebbero perduti.

Ma la vera magia della serata al RAB è stata Simona Tonani. Lei e tutto il suo staff non hanno semplicemente ospitato un evento: hanno abbracciato un’idea, l’hanno fatta propria, le hanno dato vita. Hanno messo a disposizione non solo uno spazio fisico, ma un’atmosfera, un’energia, una comunità. Perché questo è il RAB: un luogo dove le idee trovano terreno fertile e i progetti diventano realtà grazie a persone come Simona che ci credono davvero.

Un tour che cambia territorio per territorio

Il #MisterNessunoTour non è una semplice tournée di presentazioni. È un viaggio attraverso l’Italia delle buone pratiche, delle associazioni che ogni giorno lavorano per l’inclusione, dei progetti che meritano di essere conosciuti e sostenuti. Ogni tappa è diversa perché diverso è il tessuto sociale di ogni città, diverse sono le realtà che operano sul territorio, diverse sono le storie che meritano di essere raccontate.

Roberto ha scelto questo modello proprio per moltiplicare l’impatto del suo libro. Non un unico grande gesto, ma tanti piccoli sostegni mirati che, somma dopo somma, creano una rete di solidarietà concreta. È un approccio che dice molto sulla sua visione: l’inclusione non si fa con i grandi proclami, ma con l’attenzione quotidiana, con la scelta consapevole di essere dove serve, quando serve.

Ci vediamo a BookCity Milano

Il #MisterNessunoTour prosegue il suo viaggio, e il 13 novembre Roberto sarà a BookCity Milano per una nuova tappa.

Ma c’è un’altra data che voglio segnalarvi: venerdì 15 novembre alle ore 14:00, sempre a BookCity, Alice Kavalla ed io saremo presenti per presentare i nostri rispettivi ultimi libri. Sarà l’occasione per ritrovarci, per parlare di scrittura, fotografia e di come le storie possano attraversare media diversi mantenendo la stessa anima.

Ogni tappa del tour non è solo la presentazione di un libro: è un momento di incontro, di costruzione di una comunità che crede nell’inclusione. È un invito a chiedersi: cosa posso fare io per rendere questo mondo più accogliente?

UN INVITO:

Se questa storia vi ha toccato:

Visitate il RAB: Corso San Gottardo 41, Milano. Prendete un caffè, parlate con chi ci lavora. Scoprirete che “questo non è un bar” è una promessa mantenuta.

Seguite il tour: Ogni libro acquistato sostiene un’associazione diversa. Seguite #MisterNessunoTour per le prossime tappe.

Ci vediamo a BookCity: 13 novembre per Roberto, 15 novembre ore 14:00 per Alice e me. Sarà l’occasione per conoscerci e scoprire le nostre storie.


Cosa aspettarsi da “L’Isola dei Progenitori”

Il nuovo capitolo di una saga che ha appena iniziato a svelarsi

La domanda che ricevo più spesso dai lettori de “Il Codice delle Sette Luci” è sempre la stessa: “Ci sarà un seguito?” La risposta è sì, e il viaggio è destinato a diventare ancora più affascinante di quanto possiate immaginare.

Mentre scrivevo le ultime pagine del primo romanzo, mi sono reso conto che la storia di Sasha e Giulia aveva toccato solo la superficie di un mistero molto più profondo. Le sette pietre blu, i ricordi delle vite passate, la Società del Tempo Eterno: tutto questo era solo l’inizio di qualcosa di più grande, di una verità che si estende ben oltre i confini della storia che conosciamo.

“L’Isola dei Progenitori” riprenderà da dove si è concluso il primo libro, ma in un mondo irrevocabilmente cambiato. Senza entrare nei dettagli per non rovinare l’esperienza di chi non ha ancora letto il primo romanzo, posso dire che gli eventi finali de “Il Codice delle Sette Luci” avranno conseguenze che nessuno dei protagonisti aveva previsto.

Il titolo stesso del sequel svela uno degli elementi centrali della nuova storia: un’isola che non compare in nessuna mappa moderna, un luogo che esiste in una dimensione parallela alla nostra realtà. È là che Sasha e Giulia dovranno recarsi per trovare le risposte definitive, ma raggiungerla richiederà un viaggio che metterà alla prova tutto ciò che credevano di sapere sul mondo.

Una delle sfide più affascinanti nella scrittura del sequel è stata l’evoluzione dei personaggi. Nel primo romanzo abbiamo seguito Sasha nel suo graduale risveglio ai ricordi del passato. Nel sequel, dovrà confrontarsi con capacità e responsabilità che vanno ben oltre ciò che aveva mai immaginato. La fotografia rimarrà centrale nella sua storia, ma in modi che non posso anticipare senza spoilerare.

Giulia, che nel primo libro aveva un ruolo più sfumato, nel sequel diventerà una protagonista a pieno titolo. Il suo rapporto con la musica si evolverà in direzioni inaspettate, e scopriremo aspetti del suo carattere che erano solo accennati nel primo romanzo.

La professoressa Elena Rossi manterrà il suo ruolo di custode di conoscenze antiche, ma anche lei si troverà ad affrontare scoperte che andranno oltre tutto quello che la Società del Tempo Eterno aveva immaginato. I segreti che ha protetto per una vita si riveleranno essere solo la punta di un iceberg molto più grande e misterioso.

Il sequel esplorerà domande che erano solo accennate nel primo libro: chi erano veramente i Progenitori che danno il titolo al romanzo? Qual è l’origine autentica delle pietre blu? E soprattutto: qual è il vero posto dell’umanità nell’universo? Sono domande enormi, e le risposte cambieranno per sempre la percezione che i protagonisti hanno di sé stessi e del mondo.

Milano, con i suoi luoghi carichi di storia come la Pinacoteca di Brera e la Biblioteca Braidense, non scomparirà dalla narrazione. Ma il sequel porterà i protagonisti anche in luoghi che non ho mai descritto prima, seguendo tracce che li condurranno molto lontano da casa, verso quella misteriosa isola che custodisce segreti antichi quanto il tempo stesso.

La dimensione della reincarnazione, che era il cuore del primo libro, nel sequel si evolverà in qualcosa di più complesso. Non si tratterà più solo di ricordare vite passate, ma di comprendere come queste vite si inseriscano in un disegno che attraversa non solo i secoli, ma forse i millenni.

Il rapporto tra Sasha e Giulia, che nel primo libro era principalmente incentrato sulla scoperta del loro legame attraverso le epoche, nel sequel verrà messo alla prova in modi che non posso anticipare. Quello che posso dire è che il loro legame sarà testato da forze che andranno ben oltre i nemici umani che hanno affrontato nel primo romanzo.

Una delle cose che mi entusiasma di più del sequel è la possibilità di esplorare le conseguenze a lungo termine degli eventi del primo libro. Ogni azione ha delle ripercussioni, ogni scoperta apre nuove domande, e ogni risposta rivela misteri ancora più profondi.

Il mio obiettivo è sempre stato quello di mantenere l’equilibrio tra rivelazione e mistero. I lettori che hanno amato il primo libro si aspettano delle risposte, ma dare troppe risposte troppo presto rovinerebbe la tensione narrativa. “L’Isola dei Progenitori” svelerà abbastanza da soddisfare la curiosità, ma manterrà sufficiente mistero da tenere i lettori con il fiato sospeso fino all’ultima pagina.

La fotografia continuerà a essere un elemento centrale della narrazione, ma in modi che esploreranno il confine tra arte e realtà, tra ciò che vediamo e ciò che esiste veramente. Il potere delle immagini di catturare non solo momenti, ma verità più profonde, sarà uno dei temi portanti del nuovo romanzo.

“L’Isola dei Progenitori” non è solo un sequel: è la seconda parte di una storia che ho sempre immaginato come un dittico. Il primo libro ha posto le domande fondamentali; il secondo fornirà le risposte che cambieranno tutto.

Per chi ha letto “Il Codice delle Sette Luci” e ha sentito che la storia non poteva finire con quelle pagine, il sequel sarà il completamento naturale del viaggio. Per chi non ha ancora iniziato questa avventura, vi consiglio di cominciare dall’inizio: ogni mistero svelato nel sequel avrà un impatto molto maggiore se avrete vissuto insieme ai protagonisti tutto il percorso che li ha portati fino a quella misteriosa isola.


“L’Isola dei Progenitori” sarà disponibile prossimamente. Se non avete ancora scoperto il mondo delle sette pietre blu, “Il Codice delle Sette Luci” vi aspetta su Amazon. Il viaggio attraverso il tempo e la memoria sta per entrare nella sua fase più affascinante.

Il Codice delle Sette Luci: dietro le quinte

Come ho costruito un mondo narrativo tra storia reale e fantasia esoterica

Quando ho iniziato a scrivere “Il Codice delle Sette Luci”, mi sono subito reso conto che creare un thriller esoterico basato sulla reincarnazione richiedeva una ricerca storica meticolosa. Il mio background di fotografo di luoghi medievali mi aveva già abituato a documentarmi sui periodi storici che ritraevo, ma per il romanzo dovevo andare molto più in profondità.

Ogni vita passata di Sasha doveva essere credibile, ambientata in un contesto storico accurato. Non potevo permettermi anacronismi che avrebbero compromesso la verosimiglianza della narrazione. Quando Sasha rivive i ricordi di Sébastien sui tetti di Parigi nel 1932, ogni dettaglio doveva essere autentico: dai materiali di costruzione delle case agli odori delle strade, dal modo di vestirsi alla tecnologia disponibile.

La ricerca è stata affascinante quanto impegnativa. Per ricostruire le diverse epoche – dalla Parigi del XX secolo alla Rivoluzione Francese, fino all’Italia del XVI secolo dove Giuliana viene bruciata come strega – ho dovuto consultare archivi digitali, studiare mappe d’epoca e analizzare documenti storici per dare autenticità a ogni dettaglio. Dall’abbigliamento ai prezzi del cibo, tutto doveva essere coerente con il periodo.

Il mio approccio da fotografo mi ha aiutato enormemente. La mia formazione mi ha insegnato l’importanza dei dettagli e come catturare l’essenza di un’epoca. Per ogni vita passata ho seguito un processo simile a quello fotografico: inquadratura generale del contesto storico, piano medio della vita quotidiana, primi piani sui dettagli specifici che danno autenticità.

Quando descrivo James nel sommergibile durante la Prima Guerra Mondiale, ho studiato i veri progetti dei sottomarini dell’epoca, le condizioni di vita a bordo, i rumori che si sentivano sott’acqua. Quando racconto la morte di Antoine durante la Rivoluzione Francese, ho ricercato i veri eventi storici, i luoghi precisi dove si svolgevano le esecuzioni, persino il modo in cui le persone parlavano in quel periodo.

Ma il fascino di questo genere letterario sta nel bilanciare elementi reali con pura invenzione. Le società esoteriche del XIX secolo esistevano davvero, così come l’interesse per la reincarnazione in certi ambienti intellettuali dell’epoca. Su questa base storica reale ho costruito la Società del Tempo Eterno e la sua nemesi, la Luna Nera.

Descrivere Milano attraverso i secoli ha beneficiato enormemente del mio lavoro fotografico. Conoscendo la città e i suoi palazzi storici, sapevo quali edifici esistevano già in epoche passate e come tracciare percorsi credibili per i miei personaggi. Ho utilizzato mappe storiche, guide architettoniche e documentazione fotografica d’epoca per creare l’atmosfera autentica che permea tutto il romanzo.

La Pinacoteca di Brera, la Biblioteca Braidense, le catacombe sotto San Lorenzo: tutti luoghi reali che ho potuto visitare e fotografare, assorbendone l’atmosfera prima di trasformarli in scenari per la storia. Questa conoscenza diretta si sente nella scrittura: quando la professoressa Rossi cammina per i corridoi della Braidense, sto descrivendo spazi che conosco intimamente.

Le sette pietre blu, invece, nascono inizialmente da pura fantasia narrativa. Ho scelto il numero e il colore istintivamente, senza pensarci troppo. Solo dopo la pubblicazione, diverse lettrici appassionate di discipline esoteriche mi hanno fatto notare coincidenze affascinanti: il numero sette corrisponde ai chakra della tradizione orientale, mentre il colore blu è collegato al respiro e alla comunicazione. Considerando che io stesso ho problemi respiratori, forse il mio subconscio ha guidato queste scelte più di quanto pensassi.

Prima di scrivere la prima riga, ho passato mesi a raccogliere materiale, creando schede dettagliate per ogni periodo storico. Questo lavoro preparatorio è stato fondamentale per costruire un mondo credibile, anche se poi ho imparato a nascondere la ricerca dietro dettagli apparentemente casuali. Non volevo che il romanzo diventasse un saggio storico mascherato – ogni informazione doveva servire la storia, non mostrarsi.

Il passaggio dalla ricerca storica alla scrittura creativa è stato come sviluppare una fotografia: hai tutti gli elementi raccolti, ma devi sapere come farli emergere per creare l’immagine finale. L’arte sta nel selezionare i dettagli giusti, quelli che rendono credibile il mondo senza appesantire la narrazione.

Una delle sfide più interessanti è stata mantenere la coerenza tra le diverse epoche. Ogni volta che Sasha ricorda una vita passata, i dettagli storici devono essere accurati, ma allo stesso tempo deve emergere il filo conduttore che lega tutte queste esistenze: la ricerca delle pietre blu e il destino che unisce lui e Giulia attraverso i secoli.

Forse la cosa più affascinante di tutto questo processo di ricerca è stata scoprire che la realtà storica è spesso più incredibile della fantasia. I processi per stregoneria, le società segrete, i rituali esoterici: tutto questo è realmente esistito, e spesso in forme più estreme di quelle che ho immaginato per il romanzo.

La verità è che dietro ogni pagina de “Il Codice delle Sette Luci” ci sono mesi di ricerca, centinaia di documenti consultati e la passione di un fotografo che ha imparato a catturare non solo immagini, ma anche l’anima di epoche lontane.


Se siete curiosi di scoprire come questi anni di ricerca si sono trasformati in un’avventura che attraversa i secoli, “Il Codice delle Sette Luci” è disponibile su Amazon sia in versione cartacea che in eBook. Nel prossimo articolo vi parlerò dei punti di contatto tra fotografia e letteratura, e di come il mio lavoro dietro l’obiettivo ha influenzato il modo di costruire le scene del romanzo.

Il Dottor Ferri: Un Professionista o un Controllore?

Quando la competenza professionale nasconde domande più profonde sulla natura della verità

Tra tutti i personaggi de “Il Codice delle Sette Luci”, il dottor Alessandro Ferri rappresenta una delle figure più enigmatiche e affascinanti. Non perché sia misterioso nel senso classico del termine, ma perché incarna perfettamente quella categoria di persone che incontriamo nella vita reale: professionisti competenti, rassicuranti, che sembrano avere sempre le risposte giuste al momento giusto. Ma è proprio questa perfezione che dovrebbe farci riflettere.

Quando ho creato il dottor Ferri, volevo esplorare una domanda che mi ha sempre affascinato: chi decide cosa l’umanità è pronta a sapere? È una questione che va ben oltre la fiction, perché nella storia abbiamo sempre avuto figure che si sono arrogate il diritto di filtrare la conoscenza “per il nostro bene”. Ma quando questa protezione diventa controllo? E soprattutto: chi protegge davvero i protettori?

Il dottor Ferri appare nel romanzo come l’incarnazione dell’eccellenza professionale. È “un uomo sulla sessantina, con capelli brizzolati e occhiali dalla montatura sottile che incorniciavano occhi intelligenti e attenti.” Tutto in lui trasmette competenza e affidabilità: dall’elegante “completo grigio che sembrava fatto su misura, con una cravatta bordeaux” al suo studio “con le pareti rivestite di librerie, i volumi rilegati in pelle” che creano un’atmosfera di sapere consolidato.

Ma è il suo approccio con Sasha che rivela la vera maestria del personaggio. Quando Sasha gli confessa le sue inquietanti visioni, il dottore non lo giudica né lo fa sentire pazzo. «No, non sta impazzendo. Anzi, il fatto che sia qui, che cerchi di comprendere queste esperienze invece di negarle, dimostra una notevole lucidità.» È esattamente quello che un paziente confuso ha bisogno di sentire. Ma questa perfezione dovrebbe farci riflettere: è davvero solo competenza professionale, o c’è qualcos’altro?

La proposta dell’ipnosi regressiva arriva con spiegazioni così logiche da sembrare ovvie: «L’ipnosi regressiva è uno strumento che ci permette di accedere a parti della nostra coscienza normalmente nascoste.» Le sue parole sono scientifiche, rassicuranti, professionali. Eppure, c’è una precisione nelle sue tecniche che va oltre la normale competenza. Come se non stesse scoprendo insieme a Sasha, ma seguendo una mappa già tracciata.

Il dottor Ferri rappresenta un archetipo che tutti riconosciamo: il professionista che sa sempre cosa dire, che ha sempre la risposta pronta, che sembra conoscere i nostri problemi meglio di noi stessi. È il tipo di persona di cui ci fidiamo istintivamente, proprio perché la società ci ha insegnato a rispettare l’autorità della competenza. Ma questa fiducia è sempre giustificata?

Durante le sedute di ipnosi, il dottore guida Sasha attraverso i ricordi delle sue vite passate con una competenza che sembra quasi soprannaturale. Le sue domande sono sempre pertinenti, le sue osservazioni sempre illuminanti. Sa esattamente quando spingere e quando fermarsi, quando approfondire e quando cambiare argomento. È il tipo di terapeuta che tutti vorrebbero avere: competente, paziente, comprensivo.

Ma questa perfezione solleva domande inquietanti. Come fa a essere così preciso? Da dove viene questa conoscenza apparentemente enciclopedica delle vite passate? E soprattutto: sta davvero aiutando Sasha a scoprire la verità, o sta seguendo un’agenda nascosta?

Il dottor Ferri rappresenta anche un dilemma etico fondamentale: il rapporto tra conoscenza e responsabilità. Se qualcuno possedesse informazioni che potrebbero sconvolgere l’umanità, avrebbe il diritto – o addirittura il dovere – di nasconderle? È una domanda che attraversa tutta la storia umana: dalle biblioteche di Alessandria ai segreti militari moderni, c’è sempre stato qualcuno che ha deciso cosa il resto dell’umanità poteva sapere.

Ma chi dà a questi “guardiani” il diritto di decidere? E come possiamo distinguere tra protezione autentica e controllo mascherato? Il dottor Ferri, con la sua competenza irreprensibile e le sue intenzioni apparentemente pure, incarna perfettamente questo dilemma. È il tipo di persona che potrebbe convincerci che nascondere la verità sia un atto d’amore.

La professione stessa di psicoterapeuta non è casuale. Ho scelto di farne un guaritore della mente perché è la figura che dovrebbe rappresentare la massima protezione psicologica. È qualcuno a cui affidiamo i nostri pensieri più intimi, le nostre paure più profonde, i nostri segreti più oscuri. La relazione terapeutica si basa su una fiducia quasi sacra. Ma cosa succede quando questa fiducia viene tradita?

Il dottor Ferri solleva anche questioni più ampie sulla natura della cura e del controllo. Quando un terapeuta “aiuta” un paziente, lo sta davvero liberando o lo sta guidando verso una verità predeterminata? È una domanda che va al cuore di ogni relazione di potere: tra medico e paziente, tra insegnante e studente, tra governo e cittadino.

Nel romanzo, il dottore rappresenta quel tipo di autorità che è difficile da mettere in discussione perché si presenta sempre con le migliori intenzioni. Non è il tiranno che opprime apertamente, ma il protettore che salva dalla “pericolosa” verità. È il tipo di controllo più sottile e quindi più efficace: quello che ci convince di aver bisogno di essere protetti.

La sua competenza nell’ipnosi regressiva solleva anche domande sulla natura della memoria e dell’identità. Se qualcuno può guidarci attraverso i nostri ricordi più profondi, che tipo di potere ha su di noi? Può influenzare non solo quello che ricordiamo, ma anche come lo interpretiamo? È un potere enorme, e il dottor Ferri lo maneggia con una disinvoltura che dovrebbe farci riflettere.

Il personaggio del dottor Ferri funziona anche come specchio delle nostre insicurezze. Tutti noi, in momenti di confusione, cerchiamo qualcuno che abbia le risposte. Qualcuno che ci dica cosa pensare, cosa fare, come interpretare le nostre esperienze. Ma questa ricerca di guidance può renderci vulnerabili a chi ha agende nascoste.

Il dottor Ferri rappresenta la domanda fondamentale: preferiresti una verità che ti distrugge o una menzogna che ti protegge? È un dilemma che non ha risposte facili, e il dottore sembra incarnare entrambe le possibilità. È il protettore che ci salva da verità pericolose, o il controllore che ci nega il diritto di scegliere?

Quello che rende il dottor Ferri così affascinante è che non è mai completamente chiaro da che parte stia. È competente? Indubbiamente. Ha buone intenzioni? Apparentemente sì. Ma le buone intenzioni sono sufficienti a giustificare il controllo dell’informazione? E soprattutto: chi decide cosa costituisce una “buona intenzione”?

Il dottor Alessandro Ferri ci ricorda che i guardiani più pericolosi sono spesso quelli che si presentano come nostri protettori. Ci pone di fronte alla domanda scomoda: siamo disposti a rinunciare alla verità in cambio della sicurezza? E se sì, chi deciderà per noi cosa è sicuro sapere e cosa no?


Se siete curiosi di scoprire quale ruolo gioca davvero il dottor Ferri nella ricerca della verità di Sasha e se la sua competenza nasconde qualcosa di più profondo, “Il Codice delle Sette Luci” è disponibile su Amazon in versione cartacea e digitale. Sta a voi decidere se fidarvi delle sue buone intenzioni o se la competenza perfetta nasconde sempre qualcosa.

Elena Rossi: Il Mistero di una Professoressa di Milano

Quando una vita di ricerca accademica nasconde verità che attraversano i secoli

Tra tutti i personaggi de “Il Codice delle Sette Luci”, la professoressa Elena Rossi è quello che più incarna il fascino del mistero intellettuale. Non è solo una studiosa che ha dedicato la vita alla ricerca: è una donna che sembra conoscere segreti che vanno ben oltre quello che dovrebbe sapere una normale accademica. Quando appare nella storia di Sasha, porta con sé un’aura di conoscenza antica che trasforma completamente la percezione del lettore su cosa sia realmente possibile.

Quando ho immaginato Elena Rossi per la prima volta, volevo creare un personaggio che rappresentasse quel tipo di intellettuale che tutti abbiamo incontrato almeno una volta: la professoressa che sa sempre qualcosa in più di quello che dice, che risponde alle domande con altre domande, che sembra muoversi in un mondo parallelo fatto di connessioni invisibili agli altri. Ma Elena si è rivelata essere molto di più di una semplice figura accademica enigmatica.

Elena Rossi ha il suo ufficio alla Biblioteca Braidense, collegata alla Pinacoteca di Brera, in uno di quegli ambienti milanesi che trasudano cultura e storia da ogni pietra. “Le antiche scaffalature in legno di quercia si ergevano dal pavimento al soffitto”, cariche di volumi che sembrano custodire molto più di semplice conoscenza accademica. È in questo ambiente che Elena si muove con la naturalezza di chi ha trascorso una vita intera tra libri e manoscritti, ma c’è qualcosa nel suo modo di guardare il mondo che suggerisce una familiarità che va oltre la semplice erudizione.

La prima cosa che colpisce di Elena è la sua capacità di apparire sempre al momento giusto, nel posto giusto. Non è mai un caso quando incrocia il cammino di Sasha. C’è una precisione quasi soprannaturale nei suoi movimenti, come se seguisse una mappa invisibile che solo lei può leggere. Porta sempre al collo un piccolo ciondolo con una pietra blu, un dettaglio apparentemente insignificante che però sembra pulsare di vita propria quando la luce lo colpisce nel modo giusto.

Milano, vista attraverso gli occhi di Elena, diventa una città completamente diversa. Non è più solo la metropoli moderna che conosciamo, ma un palinsesto di storie stratificate, dove ogni palazzo, ogni strada, ogni angolo nascosto racconta segreti che la storia ufficiale ha dimenticato. Elena si muove per la città con una familiarità che va oltre quella di chi ci ha semplicemente vissuto e lavorato per anni. È come se conoscesse Milano in modi che sfuggono alla comprensione normale, come se potesse leggere significati nascosti in luoghi che per tutti gli altri sono semplicemente quotidiani.

La sua conoscenza della storia milanese è impressionante, ma non nel modo accademico tradizionale. Elena non cita date e nomi come farebbe un normale storico. Le sue osservazioni hanno sempre una sfumatura diversa, come se stesse parlando di eventi che ha vissuto personalmente piuttosto che studiato sui libri. Quando descrive luoghi e periodi storici, c’è una qualità emotiva nelle sue parole che suggerisce un coinvolgimento più profondo di quello che dovrebbe avere una semplice studiosa.

Il rapporto di Elena con i libri e i manoscritti antichi è particolare. Non li maneggia come oggetti di studio, ma con una riverenza quasi religiosa, come se fossero reliquie sacre. Il suo ufficio alla Braidense è organizzato secondo criteri che sembrano sfuggire alla logica normale: certi volumi sono disposti in modi specifici, certi spazi sembrano avere significati nascosti. C’è sempre la sensazione che dietro la facciata rispettabile dell’ufficio di una professoressa si celi qualcosa di molto più misterioso.

Elena ha una rete di contatti che si estende attraverso tutta Milano in modi che vanno oltre quelli di una normale accademica. Bibliotecari, archivisti, custodi di musei: tutti sembrano conoscerla e rispettarla in modi che suggeriscono legami più profondi di quelli professionali. È come se facesse parte di una comunità invisibile che opera sotto la superficie della Milano ufficiale, una rete di persone accomunate da conoscenze e scopi che rimangono nascosti agli occhi dei più.

Quello che rende Elena un personaggio così affascinante è il modo in cui bilancia perfettamente l’apparenza di normalità accademica con suggerimenti di misteri più profondi. Non è mai esplicitamente soprannaturale, ma c’è sempre qualcosa nelle sue parole, nei suoi gesti, nelle sue conoscenze che va oltre l’ordinario. È il tipo di persona che fa domande che dimostrano di sapere già le risposte, che fornisce indizi senza mai rivelare completamente quello che sa.

Il peso della conoscenza che Elena porta con sé è palpabile. C’è una malinconia nei suoi occhi che parla di responsabilità enormi, di segreti che non può condividere, di una solitudine che deriva dal sapere cose che altri non possono comprendere. Ma non è mai vittimistica: Elena ha scelto consapevolmente il suo ruolo e lo porta avanti con una determinazione che rivela una forza d’animo straordinaria.

La sua relazione con Sasha si sviluppa gradualmente, passando dall’osservazione a distanza a un coinvolgimento sempre più diretto. Elena sembra conoscere aspetti della personalità e del destino di Sasha che lui stesso non ha ancora scoperto. Lo guida senza forzare, suggerisce senza imporre, creando le condizioni perché Sasha possa fare le proprie scoperte al momento giusto. È il tipo di mentore che non insegna risposte, ma aiuta a fare le domande giuste.

Milano diventa, attraverso Elena, un personaggio del romanzo. Lei conosce la città in tutti i suoi strati temporali, dalle vestigia romane ai palazzi medievali, dalle chiese rinascimentali agli edifici moderni. Ma soprattutto conosce i luoghi nascosti, gli spazi dimenticati, le storie sepolte che continuano a influenzare il presente. È attraverso Elena che Sasha e il lettore scoprono che Milano nasconde molto più di quello che mostra in superficie.

Il mistero di Elena non è mai completamente risolto, ed è proprio questo che la rende così affascinante. È un personaggio che mantiene sempre una parte di sé nascosta, che rivela abbastanza per incuriosire ma mai abbastanza per soddisfare completamente la curiosità. Anche quando il romanzo svela alcuni dei suoi segreti, Elena conserva sempre un’aura di mistero che suggerisce profondità ancora inesplorate.

La sua presenza nel romanzo trasforma tutto quello che la circonda. I luoghi diventano più significativi, gli eventi assumono risonanze più profonde, le coincidenze rivelano pattern nascosti. Elena è il catalizzatore che permette a Sasha di vedere oltre la superficie delle cose, di accettare che il mondo possa essere molto più strano e meraviglioso di quello che aveva sempre creduto.

Elena Rossi rappresenta quel tipo di persona che tutti speriamo di incontrare almeno una volta nella vita: qualcuno che sa cose che noi non sappiamo, che può aprirci porte su realtà che non avevamo mai immaginato, che può trasformare la nostra comprensione del mondo e di noi stessi. È il tipo di mentore che non ti dice cosa pensare, ma ti insegna come guardare con occhi diversi.

La professoressa Elena Rossi dimostra che la vera conoscenza non è mai solo accademica: è vissuta, sofferta, conquistata attraverso esperienze che vanno ben oltre quello che si può imparare sui libri. È la custode di un patrimonio che attraversa il tempo, e incontrare lei significa scoprire che la realtà ha molti più livelli di quelli che avevamo mai sospettato.


Se siete curiosi di scoprire quali segreti custodisce davvero la professoressa Elena Rossi e come la sua conoscenza trasforma la vita di Sasha, “Il Codice delle Sette Luci” è disponibile su Amazon in versione cartacea e digitale. Nel prossimo articolo vi parlerò del dottor Ferri, il personaggio che nasconde le sorprese più inaspettate della storia.