Due premi a “Pantigliate, Orizzonti di Pace 2026” per il racconto L’ultima luce

Secondo classificato nella sezione Elsa Morante e primo classificato al premio speciale “Le parole per dirlo”, alla prima edizione del concorso letterario.

Sabato 19 settembre, a Pantigliate, ho ritirato due riconoscimenti per lo stesso racconto, L’ultima luce, nella prima edizione del concorso letterario “Pantigliate, Orizzonti di Pace”: secondo posto nella sezione Elsa Morante, dedicata ai racconti, e primo posto al premio speciale “Le parole per dirlo”.
Fotografo prima che scrittore, sono partito da quello che conosco meglio: la luce, e il modo in cui la insegui per anni tra le navate delle abbazie e i bastioni dei castelli. Poi l’ho portata dove non l’avevo mai portata, dentro una città spezzata dalla guerra. Un ponte crollato a metà, un cortile sventrato, un sole a pastello disegnato su un muro da una mano piccola, e una scarpa rossa tra le macerie.
La motivazione della giuria parla della fotografia e della cattura della luce come metafora per descrivere la realtà crudele della guerra, e coglie il rimando alla bambina con il cappotto rosso di Schindler’s List. Vederlo scritto da chi ha letto il testo senza conoscermi è stata la parte più bella della giornata.
Ringrazio il Comune di Pantigliate, il sindaco Lorenzo Migliuli e la curatrice Valeria Giacomello.


Qui sotto il racconto per intero.

L’ultima luce

Il ponte è spezzato.
I due monconi reggono ancora, aggrappati alle sponde con la testardaggine delle cose che non sanno di essere morte. Ma al centro, per decine di metri, non c’è più nulla. Solo aria e il rumore dell’acqua.
Lo so, l’ho letto, l’ho visto in decine di fotografie sgranate sui giornali. Eppure, trovarmi qui, sul bordo di ciò che resta, con le punte delle scarpe a un passo dal vuoto, è un’altra cosa. Guardo giù. Il fiume corre violento tra le pietre, verde e rabbioso, gonfio di piogge recenti, indifferente a quello che gli hanno fatto crollare addosso. Le due sponde si fissano da una parte e dall’altra come due vecchi che hanno smesso di parlarsi.
Ho con me la Leica e due soli obiettivi. Il 35 millimetri e il 50. Nient’altro. Quando si fotografa il dolore, lo zoom è un atto di vigliaccheria: ti tiene lontano, ti illude che la distanza sia protezione. No. Bisogna starci dentro, col fiato corto e le mani che tremano.
È novembre. Un novembre che sa di ferro e di pioggia, con un cielo così basso che pare voler schiacciare ciò che resta. La città porta le sue ferite come un uomo che ha smesso di nascondere le cicatrici: i fori dei proiettili nei muri sono occhi ciechi, e i palazzi sventrati mostrano le viscere: brandelli di carta da parati fiorata, un lavandino sospeso nel vuoto al terzo piano, la geometria assurda di una scala che non porta più da nessuna parte.
Cammino lento. Ogni scatto è una decisione morale.
L’ho imparato anni fa, tra le navate vuote delle abbazie e i torrioni dei castelli medievali: la fotografia non è catturare, è ascoltare. Aspettare che la luce dica la sua. Ma qui la luce ha un altro vocabolario. Non filtra tra rosoni o feritoie. Si insinua tra le crepe dei muri come acqua in una diga rotta, timida, quasi chiedendo il permesso di esistere ancora.
Mi fermo davanti a quello che doveva essere un cortile. Un muro perimetrale regge ancora, per ostinazione più che per statica. Il resto è macerie. Mattoni, calcinacci, polvere compressa dal tempo e dalla pioggia in una crosta grigiastra che livella tutto, come se la guerra, dopo aver distrutto, avesse anche la pretesa di riordinare.
È il muro a parlare per primo.
A mezza altezza, protetto da una sporgenza che lo ha riparato dalla pioggia, c’è un disegno. Un sole con gli occhi e la bocca, il sole come lo disegnano i bambini, con i raggi dritti come dita aperte, e sotto una casa. Due finestre, una porta, una striscia di fumo che esce dal camino e sale verso l’alto in una spirale morbida. Pastelli a cera, ancora visibili: il giallo del sole, il rosso del tetto, l’azzurro improbabile del cielo. La mano che li ha tracciati era piccola e imprecisa. Felice. Aveva disegnato il mondo com’era prima. O come avrebbe dovuto essere sempre.
Fisso quel disegno e sento il silenzio farsi più denso. Poi abbasso lo sguardo.
È allora che la vedo.
Una scarpa. Piccola, rossa, da bambina. Rovesciata su un fianco tra i detriti, ai piedi di quel muro, come un animale ferito. Il colore è impossibile in questo paesaggio, lo stesso rosso del tetto disegnato sopra di lei, come se la mano e il piede appartenessero alla stessa bambina. Sento qualcosa stringersi nel petto, quella morsa che conosco bene: il punto esatto in cui l’occhio del fotografo e il cuore dell’uomo si scontrano, e bisogna scegliere da che parte stare.
Sollevo la Leica. Inquadro.
La scarpa rossa nel grigio delle macerie. La fibbia ancora intatta, lucida, come se qualcuno l’avesse allacciata stamattina. E dietro, solo dietro, dove l’occhio arriva dopo, come un segreto sussurrato: un filo d’erba. Uno solo. Verticale, ostinato, di un verde così vivo da sembrare dipinto. Cresce da una crepa nel cemento, esattamente accanto alla scarpa, come una sentinella.
Non scatto.
Abbasso la macchina e resto a guardare. Quella scarpa è di qualcuno. Una bambina che correva in questo stesso cortile, quando i muri erano quattro e il cielo era solo cielo, non una minaccia. La stessa bambina che aveva disegnato quel sole con la bocca sorridente, quella casa col fumo dal camino. Il ritratto di un mondo che per lei era l’unico possibile, e che qualcuno ha deciso di cancellare.
E quel filo d’erba.
Cresce. Nonostante il cemento e le schegge e la polvere che sa di fosforo e di vite bruciate. Cresce. La vita che si riprende ciò che le hanno tolto, millimetro dopo millimetro, con la tenacia cieca di chi non conosce altra direzione che verso l’alto.
Scatto. Una sola volta.
Non la scarpa. Non le macerie. Solo il filo d’erba, con la luce radente del tardo pomeriggio che lo attraversa rendendolo trasparente, quasi luminoso, come un cero votivo in una cattedrale senza tetto.
Quando abbasso la Leica, mi accorgo che ho le guance bagnate. Non per la pioggia. La pioggia ha smesso da un pezzo, e tra le nuvole si è aperto uno squarcio sottile, una ferita chiara nell’uniforme del cielo. La luce che ne esce è obliqua, dorata. La stessa luce che inseguo da anni sui bastioni e nelle cripte, la luce che precede il buio e che per questo è più preziosa di ogni altra.
L’ultima luce.
Quella che non illumina. Quella che rivela.
Rimetto la Leica nella borsa e resto ancora qualche minuto nel cortile sventrato, in silenzio. Domani ripartirò. Svilupperò il rullino nel mio studio, e quella fotografia finirà in mezzo alle altre, tra le abbazie e i manieri, tra le pietre antiche e le ombre secolari. Ma sarà diversa. Sarà l’unica immagine in cui il medioevo e il presente si toccano davvero: la rovina e l’ostinazione muta della materia viva, la luce che non si arrende.
Nel taccuino, prima di andarmene, scrivo:
Pensavo che la pace fosse il contrario della guerra. Che fosse ciò che cresce dopo. Mi sbagliavo. La pace era già lì, disegnata col pastello su un muro da una mano piccola e felice. Non serviva cercarla. Bastava non distruggerla.

Nel taccuino, prima di andarmene, scrivo:

Pensavo che la pace fosse il contrario della guerra. Che fosse ciò che cresce dopo. Mi sbagliavo. La pace era già lì, disegnata col pastello su un muro da una mano piccola e felice. Non serviva cercarla. Bastava non distruggerla.

THROUGH GLASS – Indagini Proibite

Il nostro nuovo noir (con dentro parecchio fuoco)

Ciao a tutti, siamo Carlo e Joan.

Oggi vogliamo raccontarvi di una cosa a cui teniamo davvero: una collana di romanzi che scriviamo insieme, a quattro mani, e che si chiama Through Glass – Indagini Proibite.

L’idea è nata da una domanda semplice: cosa succede se prendi un giallo noir, di quelli cupi e senza sconti, e ci metti dentro una storia d’amore vera, fisica, che scotta? Non due generi appiccicati, ma un unico respiro. Ecco, Through Glass è la nostra risposta.

Dove siamo

Milano. Non quella delle cartoline, però. La nostra Milano è il Corvetto: periferia sud, ruvida, vera. È lì che si muovono i due protagonisti.

Marco Ferretti è un ex commissario finito fuori dai giochi, che ora fa l’investigatore privato. Cinico, solo, con un passato che non lo lascia dormire. Valentina Conti è un’avvocatessa penalista che difende chi nessun altro vorrebbe difendere. Forte, testarda, e con una ferita che si porta dietro da un rapporto sbagliato.

Quando i loro mondi si incrociano, scatta qualcosa che nessuno dei due aveva previsto. E no, non è solo indagine.

Di cosa parla il primo volume

Il primo romanzo si intitola Lo Specchio Infranto.

Comincia con una donna che si sente osservata. All’inizio è solo una sensazione fastidiosa, di quelle che ti dici di esserti immaginata. Poi diventa qualcosa che non puoi più ignorare. Qualcuno c’è. Qualcuno guarda.

Da lì parte tutto: un’indagine che si stringe capitolo dopo capitolo, e una tensione tra Marco e Valentina che cresce fino a esplodere.

Vi diciamo solo questo: nulla è come sembra. E la cosa peggiore, in una storia così, è proprio quello che credi di aver capito.

Una collana, cinque volumi

Through Glass non è un romanzo unico ma una collana. Abbiamo scelto volumi brevi, che si leggono in un paio d’ore, uno tira l’altro. Un po’ come le vecchie serie di gialli che divoravi sotto le coperte, ma con un filo rosso che lega tutto e un mistero di fondo che si svela solo alla fine.

Il primo volume è uscito proprio ieri, il 15 luglio, ed è già disponibile. Il secondo, Riflessi Oscuri, e il terzo, Nel Buio dello Specchio, arrivano nelle prossime settimane. Se vi prende il primo, vi assicuriamo che non vorrete aspettare.

Dove trovarlo

Li trovate su Amazon, in formato eBook per Kindle, cercando Joan K. Thompson o Carlo Oriani. Se siete iscritti a Kindle Unlimited potete leggerli senza spendere nulla in più.

Se amate i noir che tengono col fiato sospeso e le storie che sanno anche scaldare, dategli una possibilità. E poi diteci cosa ne pensate: le vostre reazioni sono il carburante per i prossimi volumi.

A presto,
Carlo e Joan


«Bene. Se lo meritava.»

Il giorno in cui abbiamo applaudito una mutilazione.

Il 1° maggio 2026, ad Angri, un uomo viene narcotizzato durante il pranzo. Poi, mentre dorme, sua moglie lo evira con un coltello da cucina. L’uomo si sveglia in una pozza di sangue, riesce a trascinarsi fuori di casa, chiede aiuto ai vicini. I medici lo operano d’urgenza. Non è stato possibile ricostruire i genitali.

Leggete di nuovo quella frase. Non è stato possibile ricostruire i genitali.

Sotto le notizie che riportavano l’accaduto, sui social, sono comparsi centinaia di commenti. Scritti da donne. Con i like. Con i cuoricini.

Bene. Era ora. Se lo meritava. Poteva fare di peggio.

Fermatevi un secondo su quello che avete appena letto. Un essere umano giace in ospedale, mutilato in modo irreversibile nel sonno, incapace di difendersi. E c’è chi festeggia. Chi mette i cuoricini. Chi trova che non sia stato abbastanza.

Parliamo del tradimento? Parliamone pure. Ha tradito, forse. Oppure, secondo alcune ricostruzioni, voleva portare a vivere in casa anche la sua prima moglie. Una sopraffazione, certamente. Un comportamento inaccettabile, forse. Ma qualcuno, in buona fede, riesce davvero a tracciare una linea retta tra un torto subito in una relazione e il diritto di mutilare una persona nel sonno? Narcotizzato. Nel sonno. Con un coltello da cucina.

E soprattutto: qualcuno riesce a spiegarmi cosa distingue quei commenti festosi dalla mentalità di chi, nei secoli, ha giustificato ogni violenza con una colpa attribuita alla vittima?

Perché è esattamente questo che sta accadendo. Si sta applicando la logica del «se l’è cercata» a un uomo. La stessa logica che, quando applicata alle donne, chiamiamo con il suo nome: cultura dello stupro.

Se fosse stato un uomo a mutilare una donna nel sonno, sappiamo tutti come sarebbe andata. Piazze, hashtag, dichiarazioni, articoli a valanga. Giustamente. Ma quell’uomo in ospedale ad Angri non riempie piazze. I suoi commenti social sono cuoricini che festeggiano.

La violenza non diventa giustizia perché la vittima è maschio. Non cambia natura. Non si misura con il genere di chi la subisce. È violenza. Punto.

Esiste una violenza invisibile, quella che non lascia lividi fotografabili, che non ha un codice penale dedicato, che non porta nessuno in piazza. È la violenza psicologica contro gli uomini. Il controllo, la manipolazione, lo stalking, l’annientamento progressivo. Se ne parla poco. Chi prova a parlarne viene spesso ridicolizzato, o accusato di voler «oscurare» il problema della violenza sulle donne.

Ho scritto Oltre l’Ombra proprio per dare voce a chi questa voce non ce l’ha. Dopo anni di interviste, di storie raccolte nell’ombra, di uomini che parlavano sottovoce perché sapevano che nessuno li avrebbe presi sul serio. Il mio protagonista, Luca Bernardi, è uno di loro. Manipolato, controllato, spiato da chi diceva di amarlo. E deriso, nell’anima, dall’idea stessa che un uomo possa essere una vittima.

Quei cuoricini sotto la notizia di Angri mi hanno confermato che avevo ragione a scriverlo.

Carlo Oriani

IL GRAN PREMIO DEL PERDONO

Sudore e preghiere sull’asfalto,

gambe che tremano, occhi che bruciano.

Melegnano abbraccia i suoi figli

nel giorno in cui tutto si perdona.

Una curva, un grido dalla folla,

una madre che stringe le mani.

Non è solo una corsa, è un ritorno:

a casa, alla luce, al domani.

Photographer & Writer: © Carlo Oriani

Quando un “NO” diventa inaccettabile

Riflessioni su un amore che uccide

Leggo la notizia di Federica Torzullo e resto immobile davanti allo schermo. Quarantuno anni, un figlio di dieci, un lavoro, una vita. Una donna che aveva deciso di separarsi dal marito. Una scelta legittima, dolorosa forse, ma legittima. La risposta a quella scelta è stata la morte.
Il suo corpo è stato trovato sepolto in un terreno vicino all’azienda del marito, dopo dieci giorni di ricerche. Dieci giorni in cui lui ha mentito, depistato, finto di cercarla. Dieci giorni in cui sapeva esattamente dove fosse.
E io mi chiedo: come si arriva a questo punto?
Non è una domanda retorica. È la domanda che mi perseguita da quando ho iniziato a scrivere Oltre l’Ombra, il mio romanzo. Una storia che racconta la dinamica opposta — un uomo, Luca, perseguitato dalla ex moglie Priscilla — ma che nasce dalla stessa radice malata: l’incapacità di accettare un rifiuto.
Quando ho scritto di Priscilla, ho cercato di entrare nella mente di chi non riesce a lasciare andare. Di chi trasforma l’amore in possesso, la relazione in catena, il partner in proprietà. Ho scoperto che non è una questione di genere. È una questione di fragilità narcisistica, di identità costruita sull’altro anziché su se stessi. Quando quell’altro se ne va, non è solo una relazione che finisce: è un intero mondo che crolla.
Ma capire non significa giustificare. Mai.
Federica aveva detto no. Aveva scelto di riprendere in mano la sua vita. E quel no è stato considerato inaccettabile. Non un diritto, non una libertà fondamentale, ma un affronto da punire con la morte.
Mi chiedo spesso cosa scatti nella mente di chi compie questi gesti. Non parlo della follia momentanea — quella è una scusa comoda che ci raccontiamo per tenere il mostro a distanza, per convincerci che “a noi non potrebbe mai succedere”. Parlo di qualcosa di più sottile e pervasivo: una cultura che ancora fatica a riconoscere che l’amore non è possesso.
Amare qualcuno non significa avere diritti su di lui. Non significa che il suo corpo, le sue scelte, la sua vita ci appartengano. Amare significa — dovrebbe significare — volere la felicità dell’altro anche quando quella felicità non ci include.
È difficile? Tremendamente. Una separazione fa male, a volte devasta. Ma il dolore non autorizza la violenza. La sofferenza non giustifica l’omicidio.
Nel mio romanzo, Luca fugge. Lascia Milano, si rifugia sul Lago di Garda, cerca di ricostruirsi una vita lontano dall’ossessione di Priscilla. Ho voluto raccontare che si può scappare, che si può sopravvivere. Ma la realtà è spesso più crudele della finzione. Federica non ha avuto il tempo di fuggire. O forse aveva già iniziato a farlo, e proprio per questo è stata uccisa.
Scrivo queste righe con un senso di impotenza. Le parole sembrano inadeguate di fronte a una bara, a un bambino che non rivedrà più sua madre, a una famiglia distrutta. Eppure le parole sono l’unico strumento che ho. Come autore, come uomo, come essere umano che si rifiuta di voltarsi dall’altra parte.
Se Oltre l’Ombra può servire a qualcosa, spero sia questo: aprire una conversazione. Far riflettere. Mostrare che la violenza psicologica e l’ossessione non hanno genere, e che riconoscerle è il primo passo per combatterle.
Federica meritava di vivere. Meritava di dire no e di essere rispettata per questo.
Tutti meritiamo di poter dire NO.

TRA IL VOLTO E LA MASCHERA

Ho fotografato castelli per moltissimi anni. Muri di pietra che nascondono storie. Poi ho capito: anche noi siamo castelli. Anche noi abbiamo muri. Anche noi nascondiamo. Le maschere che indossiamo sono le nostre mura. Ma le crepe? Le crepe sono dove entra la verità.

È lì, in quelle crepe, che vivono i protagonisti dei miei thriller:

📖 𝐈𝐋 𝐂𝐎𝐃𝐈𝐂𝐄 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐄 𝐒𝐄𝐓𝐓𝐄 𝐋𝐔𝐂𝐈 – Dove le vite passate sono maschere che nascondono chi sei davvero, finché le crepe non rivelano tutto

📖 𝐎𝐋𝐓𝐑𝐄 𝐋’𝐎𝐌𝐁𝐑𝐀 – Dove l’ossessione frantuma ogni maschera e ti costringe a guardare ciò che hai sempre nascosto

📚 Amazon: Cartaceo, eBook, GRATIS con Kindle Unlimited

🎭 Thriller psicologici dove le maschere cadono e la verità fa male. Ma è l’unica cosa che può salvarti.

Sirmione: quando i castelli diventano specchi dell’anima

Quando la mia macchina fotografica mi ha fatto scoprire la location perfetta per raccontare l’ossessione

Chi mi conosce sa che amo fotografare castelli. Ma quando ho iniziato a scrivere “Oltre l’Ombra”, cercavo qualcosa di più di un semplice sfondo suggestivo. Cercavo un luogo che fosse esso stesso un personaggio, che riflettesse il tema del romanzo: l’ossessione, la bellezza che nasconde l’ombra, la fragilità sotto la pietra.

E l’ho trovato a Sirmione.

Il Castello Scaligero non è solo uno dei castelli meglio conservati d’Italia. È una fortezza che emerge dall’acqua, circondata dal lago da tutti i lati. Una bellezza apparente che nasconde stanze buie, corridoi stretti, prigioni sotterranee. Esattamente come Luca: un fotografo di successo che nasconde dentro di sé ferite profonde e sensi di colpa che lo divorano.

Quando ho visitato Sirmione per la prima volta con la mia Leica, ho capito immediatamente che era il posto giusto. I vicoli stretti del borgo medievale dove puoi sentirti osservato ad ogni angolo. Le luci soffuse che filtrano tra le case di pietra. Il lago che riflette tutto, ma distorce le immagini.

Nel romanzo, Sirmione non è solo dove Luca si rifugia dopo aver perso tutto. È il luogo dove cerca di ricominciare, dove incontra Martina e Scarlett, dove pensa di poter finalmente trovare pace. Ma è anche dove Priscilla lo ritrova, trasformando questo borgo da cartolina in una trappola claustrofobica.

Da fotografo, amo il contrasto tra la bellezza turistica di Sirmione di giorno e l’atmosfera inquietante che assume la sera, quando i turisti se ne vanno e rimangono solo le ombre e i gatti randagi. È in queste ore che ho ambientato le scene più intense del romanzo.

Il castello diventa nel libro il luogo della mostra fotografica di Luca, l’evento che dovrebbe segnare il suo ritorno alla vita. Ma diventa anche il teatro dello scontro finale con Priscilla, dove la bellezza si trasforma in incubo.

Ogni volta che fotografo un castello, cerco di catturarne l’anima oltre l’architettura. Con Sirmione, ho catturato qualcosa di più: ho trovato il setting perfetto per raccontare come anche i luoghi più belli possano nascondere ombre oscure.

Se volete scoprire come Sirmione diventa teatro di un incubo psicologico, “Oltre l’Ombra” è disponibile su Amazon sia in versione cartacea che in eBook. Nel prossimo articolo vi racconterò di Luca, il fotografo che vive nell’ombra del proprio passato.

OLTRE L’OMBRA

Un romanzo che distrugge gli stereotipi sulla violenza

Sabato 15 novembre, ore 14:00 – BookCity Milano
Presentazione con Carlo Oriani


“Se non posso averti io, non ti avrà nessun’altra.”

Quando queste parole vengono pronunciate da un uomo, l’opinione pubblica insorge. I media gridano allo scandalo, la società si mobilita, la giustizia interviene. Ma quando a pronunciarle è una donna?

Silenzio.

“Oltre l’Ombra” di Carlo Oriani è il romanzo che in pochi osano scrivere, la storia che nessuno vuole ascoltare: quella di un uomo vittima di stalking e violenza psicologica.

Luca Bernardi è un fotografo affermato, padre di due figli. La sua vita sembra perfetta dall’esterno. Ma dentro le mura domestiche si consuma una persecuzione silenziosa, invisibile, devastante.

Luca non è un uomo perfetto. Anche lui commette errori, prende decisioni sbagliate, tradisce la fiducia di chi gli sta accanto. Ma nessun errore, nessun tradimento, nessuna colpa può mai giustificare la violenza che subisce.

Quando un uomo chiede aiuto, la risposta è sempre la stessa: “Ma dai, cosa può farti una donna? Stai esagerando.”

Grazie ai media, l’opinione pubblica è stata educata a una narrazione univoca: l’uomo è sempre il lupo cattivo, la donna sempre la vittima innocente. E quando i ruoli si invertono? La società volta lo sguardo dall’altra parte. Basta accendere la tv o andare al cinema per capirlo: le scene di donne che picchiano mariti o compagni vengono trattate con ilarità, come momenti di leggerezza comica. Schiaffi, oggetti lanciati, umiliazioni pubbliche: se la vittima è un uomo, diventa intrattenimento. Se fosse il contrario, sarebbe scandalo nazionale. E così si giustifica la violenza femminile, trasformandola in qualcosa di accettabile, comprensibile, persino meritato. Un uomo non può davvero soffrire. Le sue denunce sono meno credibili. Il suo dolore vale meno.

“Chi starà mai dalla mia parte?” si chiede Luca mentre tutto crolla intorno a lui: la carriera, la reputazione, la serenità dei suoi figli, la sua stessa sicurezza.

Nel romanzo, assistiamo al paradosso terribile di un sistema che dovrebbe proteggere le vittime ma che, di fronte a uno stereotipo rotto, si paralizza. Le denunce vengono ignorate. Le controquerele diventano armi. La vittima diventa sospettata.

Come scrive Alice Kavalla nella potente prefazione: “Lo stalking è una realtà dolorosa e spesso invisibile, che troppo di frequente viene ignorata o ridotta a un’ombra silenziosa quando la vittima è un uomo.”

MA QUESTO ROMANZO GRIDA UNA VERITÀ SCOMODA:

LA VIOLENZA NON HA GENERE

Non ha colore di pelle. Non ha orientamento politico. Non ha giustificazioni.

La violenza è violenza. Punto.

In una società che ha trasformato la lotta contro la violenza in una battaglia di genere, “Oltre l’Ombra” compie un atto di coraggio radicale: racconta la verità senza filtri.

Racconta di un uomo che viene deriso quando denuncia. Di un padre che teme per i suoi figli. Di una vittima a cui nessuno crede perché “non è credibile” che un uomo possa avere paura.

Racconta dell’ipocrisia devastante di una società che predica uguaglianza ma pratica discriminazione al contrario.

Perché se davvero crediamo nell’uguaglianza, allora ogni vittima merita giustizia.

Sempre. Senza distinzione di genere. Non in modo selettivo, non per chi ha la voce più forte o il volto che corrisponde allo stereotipo mediatico, ma per chiunque soffra.

“Oltre l’Ombra” non è solo un thriller psicologico che vi terrà con il fiato sospeso. È un atto di denuncia contro la narrazione tossica che ha reso invisibili migliaia di vittime solo perché “del genere sbagliato”.

È un appello alla vera giustizia: quella che protegge tutti, non solo chi entra nello stereotipo della “vittima perfetta”.

Sabato 15 novembre alle ore 14:00 a BookCity Milano, Carlo Oriani presenterà questo romanzo coraggioso e necessario.

Un appuntamento per chiunque creda che la giustizia debba essere cieca, anche davanti al genere di chi soffre.

Perché la libertà di ogni persona deve essere protetta, in ogni momento e in ogni forma.


OLTRE L’OMBRA – Carlo Oriani

Per vedere la luce, devi prima affrontare l’ombra.

BookCity Milano
Sabato 15 novembre 2024, ore 14:00
Palazzo Castiglioni (Veranda)
Corso Venezia, 47 – Milano


“Che la giustizia ci sia. Sempre. Per ogni uomo, come per ogni donna, che non ha potuto parlare, che ha avuto paura di farlo o che ha taciuto per paura di non essere creduto.”
— Alice Kavalla, dalla Prefazione

𝐂𝐎𝐍𝐓𝐑𝐎𝐋𝐔𝐂𝐄

𝑁𝑒𝑙 𝑞𝑢𝑎𝑑𝑟𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑜𝑙𝑒 𝑢𝑛 𝑔𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑠𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑜𝑙𝑣𝑒.
𝐿’𝑜𝑚𝑏𝑟𝑎 𝑒̀ 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑛𝑖𝑡𝑖𝑑𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜
𝑓𝑜𝑟𝑠𝑒 𝑒̀ 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑖:
𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑎𝑔𝑜𝑚𝑎 𝑠𝑐𝑢𝑟𝑎, 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑙𝑢𝑐𝑒 𝑐𝑖 𝑎𝑡𝑡𝑟𝑎𝑣𝑒𝑟𝑠𝑎.

𝑃ℎ𝑜𝑡𝑜𝑔𝑟𝑎𝑝ℎ𝑒𝑟 & 𝑊𝑟𝑖𝑡𝑒𝑟: © 𝐶𝑎𝑟𝑙𝑜 𝑂𝑟𝑖𝑎𝑛𝑖

Una sera al RAB con MisterNessuno

Quando l’arte incontra l’inclusione

Ci sono serate che ti entrano dentro e non ti lasciano più. Momenti in cui capisci che stai partecipando a qualcosa di più grande di un semplice evento, qualcosa che ha a che fare con l’autenticità delle connessioni umane, con la bellezza che nasce quando l’arte si mette al servizio di una causa giusta.

La sera al RAB di Milano è stata una di quelle serate.

Il RAB: questo non è un bar

Prima di raccontarvi dell’evento, devo parlarvi del luogo che lo ha ospitato. Perché il RAB non è semplicemente un locale. È un manifesto di inclusione, un progetto sociale che ha il coraggio di mettere in pratica ciò che molti si limitano a teorizzare.

Situato in Corso San Gottardo 41, in zona Navigli, il RAB è gestito dal Gruppo L’Impronta. La mission è tanto semplice quanto potente: inserire al lavoro persone con fragilità ed essere uno spazio di aggregazione e socialità per il quartiere. Qui lavorano fianco a fianco ragazzi e ragazze con disabilità insieme a operatori, in un ambiente che rifiuta l’etichetta di “bar” per essere qualcosa di più profondo: un luogo di incontro, di cultura, di vera umanità.

Le pareti del RAB raccontano storie. Articoli di giornale, foto, manifesti di eventi passati si sovrappongono creando un palinsesto visivo che è testimonianza di una comunità viva. È su una di queste pareti che ho appoggiato la mia Leica per catturare l’atmosfera della serata, creando quella doppia esposizione che vedete in apertura: Alice che si sovrappone agli articoli sul locale, presente e passato che si fondono in un’unica narrazione.

MisterNessuno: un libro, tante cause

Roberto Florindi ha scritto “MisterNessuno” attingendo dalla sua profonda esperienza nel mondo del nuoto paralimpico, dove da anni accompagna atleti straordinari nelle loro sfide quotidiane. Ma questo romanzo va oltre la semplice testimonianza sportiva: è un viaggio nell’animo umano attraverso quarant’anni di vita di Alessandro, un uomo che si è sempre sentito “fuori posto”, alla ricerca di un filo conduttore tra esperienze disparate che lo hanno portato dalla piccola Melegnano alle terre remote dell’Etiopia, dall’Inghilterra all’India, fino alle piscine dove ha finalmente iniziato a trovare sé stesso.

Non è solo letteratura: è uno specchio in cui ognuno può riconoscersi, un mosaico di piccole e grandi vittorie, di fallimenti che si trasformano in nuove opportunità, di dignità che si conquista vasca dopo vasca. Perché il vero talento, come ci insegna questa storia con disarmante onestà, non è ciò che ci rende eccezionali agli occhi degli altri, ma quello che ci fa sentire finalmente a casa dentro noi stessi.

Ma quello che rende davvero speciale questo progetto è il modello benefico che lo accompagna. A ogni evento, a ogni presentazione, Roberto sceglie un’associazione diversa che si occupa di disabilità e inclusione, e tutto il ricavato delle vendite va a sostenere quella realtà specifica. Non è beneficenza generica: è un sostegno mirato, pensato, che cambia a seconda del territorio e delle necessità.

Per la serata al RAB, la scelta era naturale: il ricavato è andato al Gruppo L’Impronta, la cooperativa sociale che gestisce il locale e che da anni lavora per l’inclusione di persone con fragilità. Ma sono tantissime le associazioni che Roberto ha sostenuto e continuerà a sostenere attraverso questo tour. Ogni tappa è un nuovo incontro, una nuova storia, un nuovo modo di fare la differenza.

Una sera di musica, parole e connessioni autentiche

L’evento al RAB è stato curato nei minimi dettagli. Alice Kavalla, amica e scrittrice, ha moderato la serata con quella sensibilità che la caratterizza. Fulvio Felisi, invece, ha gestito l’organizzazione con professionalità, mentre Mauro Trentini e Sara Iacubino ci hanno regalato momenti di musica dal vivo che hanno dato respiro alle parole, creando quella sospensione emotiva che solo la musica live sa creare.

Io ero lì con la mia macchina fotografica, a catturare volti, sguardi, sorrisi. A fermare quei momenti in cui vedi che qualcosa di vero sta accadendo. Perché questa è la fotografia che mi interessa: non quella patinata delle location perfette, ma quella che cattura l’essenza delle connessioni umane.

Il pubblico era un mix meraviglioso: amici di Roberto venuti a sostenerlo, curiosi attratti dal progetto, frequentatori abituali del RAB che hanno scoperto con sorpresa quanto può essere potente un libro quando dietro ha una storia autentica. C’erano anche alcuni fratelli Alpini di Roberto, testimonianza di quanto i legami veri attraversino gli ambiti più diversi della vita.

Fotografia e inclusione: lo stesso sguardo

Mentre fotografavo la serata, mi sono reso conto di quanto la mia passione per la fotografia e questo progetto di Roberto abbiano in comune. Entrambi cerchiamo di catturare l’essenza delle persone al di là delle etichette, delle categorie, delle semplificazioni. Io lo faccio attraverso il bianco e nero che elimina il superfluo per concentrarsi sull’emozione pura. Roberto lo fa attraverso le sue storie che raccontano persone, non disabilità.

La mia passione per il mondo medievale, che emerge dalle fotografie di castelli e dalle mostre che curo, nasce dalla stessa ricerca: trovare l’umanità dietro le pietre, le storie dietro le architetture. E il RAB, con le sue pareti che parlano e i suoi spazi che accolgono, è esattamente questo: un luogo dove l’umanità emerge in tutta la sua complessità e bellezza.

Il team: quando la collaborazione diventa magia

Questo progetto non sarebbe possibile senza un team affiatato. Roberto porta la sua esperienza e la sua sensibilità verso il mondo della disabilità. Alice porta la sua capacità di tessere narrazioni e guidare conversazioni. Fulvio porta l’organizzazione che tiene insieme tutti i pezzi. Io porto il mio occhio fotografico, quella capacità di catturare momenti che altrimenti andrebbero perduti.

Ma la vera magia della serata al RAB è stata Simona Tonani. Lei e tutto il suo staff non hanno semplicemente ospitato un evento: hanno abbracciato un’idea, l’hanno fatta propria, le hanno dato vita. Hanno messo a disposizione non solo uno spazio fisico, ma un’atmosfera, un’energia, una comunità. Perché questo è il RAB: un luogo dove le idee trovano terreno fertile e i progetti diventano realtà grazie a persone come Simona che ci credono davvero.

Un tour che cambia territorio per territorio

Il #MisterNessunoTour non è una semplice tournée di presentazioni. È un viaggio attraverso l’Italia delle buone pratiche, delle associazioni che ogni giorno lavorano per l’inclusione, dei progetti che meritano di essere conosciuti e sostenuti. Ogni tappa è diversa perché diverso è il tessuto sociale di ogni città, diverse sono le realtà che operano sul territorio, diverse sono le storie che meritano di essere raccontate.

Roberto ha scelto questo modello proprio per moltiplicare l’impatto del suo libro. Non un unico grande gesto, ma tanti piccoli sostegni mirati che, somma dopo somma, creano una rete di solidarietà concreta. È un approccio che dice molto sulla sua visione: l’inclusione non si fa con i grandi proclami, ma con l’attenzione quotidiana, con la scelta consapevole di essere dove serve, quando serve.

Ci vediamo a BookCity Milano

Il #MisterNessunoTour prosegue il suo viaggio, e il 13 novembre Roberto sarà a BookCity Milano per una nuova tappa.

Ma c’è un’altra data che voglio segnalarvi: venerdì 15 novembre alle ore 14:00, sempre a BookCity, Alice Kavalla ed io saremo presenti per presentare i nostri rispettivi ultimi libri. Sarà l’occasione per ritrovarci, per parlare di scrittura, fotografia e di come le storie possano attraversare media diversi mantenendo la stessa anima.

Ogni tappa del tour non è solo la presentazione di un libro: è un momento di incontro, di costruzione di una comunità che crede nell’inclusione. È un invito a chiedersi: cosa posso fare io per rendere questo mondo più accogliente?

UN INVITO:

Se questa storia vi ha toccato:

Visitate il RAB: Corso San Gottardo 41, Milano. Prendete un caffè, parlate con chi ci lavora. Scoprirete che “questo non è un bar” è una promessa mantenuta.

Seguite il tour: Ogni libro acquistato sostiene un’associazione diversa. Seguite #MisterNessunoTour per le prossime tappe.

Ci vediamo a BookCity: 13 novembre per Roberto, 15 novembre ore 14:00 per Alice e me. Sarà l’occasione per conoscerci e scoprire le nostre storie.