OLTRE L’OMBRA

Un romanzo che distrugge gli stereotipi sulla violenza

Sabato 15 novembre, ore 14:00 – BookCity Milano
Presentazione con Carlo Oriani


“Se non posso averti io, non ti avrà nessun’altra.”

Quando queste parole vengono pronunciate da un uomo, l’opinione pubblica insorge. I media gridano allo scandalo, la società si mobilita, la giustizia interviene. Ma quando a pronunciarle è una donna?

Silenzio.

“Oltre l’Ombra” di Carlo Oriani è il romanzo che in pochi osano scrivere, la storia che nessuno vuole ascoltare: quella di un uomo vittima di stalking e violenza psicologica.

Luca Bernardi è un fotografo affermato, padre di due figli. La sua vita sembra perfetta dall’esterno. Ma dentro le mura domestiche si consuma una persecuzione silenziosa, invisibile, devastante.

Luca non è un uomo perfetto. Anche lui commette errori, prende decisioni sbagliate, tradisce la fiducia di chi gli sta accanto. Ma nessun errore, nessun tradimento, nessuna colpa può mai giustificare la violenza che subisce.

Quando un uomo chiede aiuto, la risposta è sempre la stessa: “Ma dai, cosa può farti una donna? Stai esagerando.”

Grazie ai media, l’opinione pubblica è stata educata a una narrazione univoca: l’uomo è sempre il lupo cattivo, la donna sempre la vittima innocente. E quando i ruoli si invertono? La società volta lo sguardo dall’altra parte. Basta accendere la tv o andare al cinema per capirlo: le scene di donne che picchiano mariti o compagni vengono trattate con ilarità, come momenti di leggerezza comica. Schiaffi, oggetti lanciati, umiliazioni pubbliche: se la vittima è un uomo, diventa intrattenimento. Se fosse il contrario, sarebbe scandalo nazionale. E così si giustifica la violenza femminile, trasformandola in qualcosa di accettabile, comprensibile, persino meritato. Un uomo non può davvero soffrire. Le sue denunce sono meno credibili. Il suo dolore vale meno.

“Chi starà mai dalla mia parte?” si chiede Luca mentre tutto crolla intorno a lui: la carriera, la reputazione, la serenità dei suoi figli, la sua stessa sicurezza.

Nel romanzo, assistiamo al paradosso terribile di un sistema che dovrebbe proteggere le vittime ma che, di fronte a uno stereotipo rotto, si paralizza. Le denunce vengono ignorate. Le controquerele diventano armi. La vittima diventa sospettata.

Come scrive Alice Kavalla nella potente prefazione: “Lo stalking è una realtà dolorosa e spesso invisibile, che troppo di frequente viene ignorata o ridotta a un’ombra silenziosa quando la vittima è un uomo.”

MA QUESTO ROMANZO GRIDA UNA VERITÀ SCOMODA:

LA VIOLENZA NON HA GENERE

Non ha colore di pelle. Non ha orientamento politico. Non ha giustificazioni.

La violenza è violenza. Punto.

In una società che ha trasformato la lotta contro la violenza in una battaglia di genere, “Oltre l’Ombra” compie un atto di coraggio radicale: racconta la verità senza filtri.

Racconta di un uomo che viene deriso quando denuncia. Di un padre che teme per i suoi figli. Di una vittima a cui nessuno crede perché “non è credibile” che un uomo possa avere paura.

Racconta dell’ipocrisia devastante di una società che predica uguaglianza ma pratica discriminazione al contrario.

Perché se davvero crediamo nell’uguaglianza, allora ogni vittima merita giustizia.

Sempre. Senza distinzione di genere. Non in modo selettivo, non per chi ha la voce più forte o il volto che corrisponde allo stereotipo mediatico, ma per chiunque soffra.

“Oltre l’Ombra” non è solo un thriller psicologico che vi terrà con il fiato sospeso. È un atto di denuncia contro la narrazione tossica che ha reso invisibili migliaia di vittime solo perché “del genere sbagliato”.

È un appello alla vera giustizia: quella che protegge tutti, non solo chi entra nello stereotipo della “vittima perfetta”.

Sabato 15 novembre alle ore 14:00 a BookCity Milano, Carlo Oriani presenterà questo romanzo coraggioso e necessario.

Un appuntamento per chiunque creda che la giustizia debba essere cieca, anche davanti al genere di chi soffre.

Perché la libertà di ogni persona deve essere protetta, in ogni momento e in ogni forma.


OLTRE L’OMBRA – Carlo Oriani

Per vedere la luce, devi prima affrontare l’ombra.

BookCity Milano
Sabato 15 novembre 2024, ore 14:00
Palazzo Castiglioni (Veranda)
Corso Venezia, 47 – Milano


“Che la giustizia ci sia. Sempre. Per ogni uomo, come per ogni donna, che non ha potuto parlare, che ha avuto paura di farlo o che ha taciuto per paura di non essere creduto.”
— Alice Kavalla, dalla Prefazione

Perché ho scelto Milano come ambientazione per un thriller esoterico

Quando una città diventa personaggio: Milano tra uffici moderni e misteri nascosti

“Milano è troppo moderna per un romanzo sui misteri antichi.” È stato questo il primo commento che ho ricevuto quando ho raccontato che ambientavo “Il Codice delle Sette Luci” nella capitale lombarda. La persona che me l’ha detto immaginava probabilmente castelli scozzesi, villaggi medievali toscani o antiche rovine romane come scenari più adatti a una storia di reincarnazione e segreti esoterici.

Ma è proprio per questo che Milano era la scelta perfetta.

Quando ho iniziato a scrivere la storia di Sasha, volevo esplorare come il soprannaturale possa irrompere nella vita quotidiana. E quale vita è più quotidiana di quella di un grafico pubblicitario che ogni mattina va in ufficio, prende l’ascensore, si siede davanti al computer e sopporta i pettegolezzi dei colleghi?

Sasha lavora al quinto piano di “una fortezza di vetro e acciaio: dodici piani di modernità impersonale che si riflettevano nel cielo grigio di Milano.” È un ambiente che molti lettori riconoscono: l’open space con il rumore di tastiere e telefoni, le pause caffè, le frustrazioni quotidiane. Ma proprio in questo contesto ipermoderno iniziano a manifestarsi le sue visioni di vite passate.

Il contrasto è potente: mentre discute con Marco dei soliti pettegolezzi aziendali, Sasha vede riflesso nel monitor del computer “il volto di un uomo giovane, con occhi scuri e determinati, che lo fissava dall’altro lato dello schermo.” La modernità diventa il palcoscenico perfetto per l’irruzione dell’antico.

Milano ha una caratteristica particolare: sa essere discreta. Non è una città che mette in mostra i suoi misteri come un museo all’aperto. Li nasconde dietro facciate moderne, in negozi apparentemente normali, in quartieri residenziali tranquilli.

Nel romanzo, è proprio in “una zona residenziale tranquilla, con palazzi d’epoca dai mattoni rossi consumati dal tempo e balconi in ferro battuto ricoperti di glicini” che Sasha ha una delle sue esperienze più intense. Un semplice negozio di tende diventa il luogo dove il passato e il presente si scontrano violentemente.

Quando entra nel negozio con Giulia, tutto sembra normale: “Le pareti erano coperte da scaffali che raggiungevano il soffitto, carichi di rotoli di stoffa di ogni colore e texture.” Ma è proprio in questo ambiente quotidiano che Sasha viene sopraffatto dai ricordi di vite passate, vedendosi come “qualcuno che si muoveva sui tetti con la stessa grazia felina, scivolando tra le ombre della notte.”

Una delle cose che più mi ha affascinato scrivendo il romanzo è stata la scoperta che Milano non ha bisogno di luoghi “magici” per diventare misteriosa. È nel mercato rionale, tra “bancarelle colorate che si estendevano a perdita d’occhio, creando un labirinto di profumi, colori e voci”, che Sasha scopre la collana con le pietre blu. È tra i banchi della verdura e i venditori che gridano i prezzi che il mistero si manifesta.

Il mercato che ho descritto è quello di ogni giorno, fatto di “una donna anziana che selezionava con cura i pomodori, un bambino che mordeva una mela rubata dal cesto, un venditore che gridava i prezzi della sua merce.” Ma è proprio in questa normalità che emergono gli indizi del soprannaturale.

Da fotografo, ho sempre amato Milano per la sua capacità di trasformarsi a seconda della luce e del momento. Nel romanzo, Sasha condivide questa stessa passione: cattura “piccoli momenti di vita quotidiana cristallizzati in bianco e nero”, fotografa musicisti di strada e scene di vita urbana.

Ma quello che rende Milano perfetta per la storia è che la città stessa diventa una sorta di fotografia a doppia esposizione: quella moderna che vediamo normalmente si sovrappone a strati più antichi e misteriosi. Quando Sasha guarda “attraverso il parabrezza, la città sembrava diversa, più ostile”, sta vedendo Milano con occhi che appartengono anche al passato.

Milano rappresenta perfettamente il peso della vita moderna che schiaccia l’anima. Sasha odia “quella gabbia di vetro e acciaio”, sopporta “il traffico di Milano che si snodava simile a un serpente malato, fatto di clacson nervosi e gas di scarico.” È una vita che molti riconoscono: “ogni semaforo rosso era una piccola tortura, un promemoria del tempo che scivolava via.”

Ma è proprio contro questo sfondo di routine oppressiva che le visioni di vite passate assumono un significato liberatorio. Le memorie di Sébastien che corre sui tetti di Parigi rappresentano una libertà che il Sasha moderno ha perso. Il contrasto tra la “camicia bianca stirata con precisione militare, cravatta blu scuro, pantaloni eleganti” e la grazia felina del ladro parigino crea una tensione emotiva fortissima.

Milano nel romanzo non è solo un’ambientazione: è uno specchio dell’anima di Sasha. Quando è depresso dall’ufficio, “la città sembrava diversa, più ostile, pareva disapprovasse il suo ritorno alla routine.” Quando è eccitato dalle sue scoperte, Milano diventa un labirinto di possibilità e misteri.

La città cambia a seconda di chi la guarda e di cosa sta vivendo. È questa capacità di trasformarsi che la rende perfetta per una storia sulla reincarnazione: come Sasha scopre di aver vissuto molte vite, così Milano rivela di avere molte facce nascoste.

Quello che più mi interessava era raccontare una storia soprannaturale che fosse però radicata nell’esperienza urbana autentica. Sasha e Giulia non sono turisti che visitano luoghi esotici: sono persone normali che “prendono un caffè fumante quando finalmente scende”, vanno al mercato per comprare “verdure fresche”, vivono in appartamenti veri con problemi veri.

Il mistero si inserisce in questa vita quotidiana, e questo lo rende più credibile e più inquietante. Non c’è bisogno di andare in un castello gotico per vivere il soprannaturale: può capitare mentre fai la spesa o vai in ufficio.

Milano, alla fine, era la scelta perfetta perché è una città che sa nascondere l’incredibile dietro l’ordinario. E forse è proprio questo il vero mistero: che dietro ogni routine, ogni ufficio, ogni strada familiare, si nascondano storie che aspettano solo di essere scoperte.


Se siete curiosi di scoprire quali altri misteri si celano nelle strade milanesi, “Il Codice delle Sette Luci” è disponibile su Amazon in versione cartacea e digitale. Nel prossimo articolo vi parlerò del significato simbolico delle sette pietre blu e di come sono arrivato a scegliere proprio questo numero per il mistero centrale della storia.

Dall’inquadratura alla pagina

Come fotografo, ho sempre cercato di catturare l’essenza dei momenti, di raccontare storie attraverso le immagini. Ma ci sono narrazioni che vanno oltre ciò che qualsiasi obiettivo possa immortalare.

“Il Codice delle Sette Luci” nasce da questa consapevolezza. È la storia di Sasha De Angelis, un fotografo la cui vita viene sconvolta quando inizia a sperimentare ricordi di vite che non ha mai vissuto. La sua Leica M9, fedele compagna ereditata dal padre, continua a catturare il presente, mentre il suo mondo si spalanca verso un passato impossibile.

Ho scelto di raccontare questa storia attraverso le parole anziché le immagini, perché alcuni misteri trascendono il visibile. Come ogni fotografia rivela solo un frammento di realtà, così questo romanzo svela gradualmente una verità più profonda, nascosta tra le pieghe del tempo.

Le strade di Milano, scenario quotidiano dei nostri scatti, diventano il palcoscenico di un’avventura che intreccia presente e passato. Sette misteriose pietre blu guidano il protagonista in un viaggio che ridefinirà non solo la sua vita, ma il significato stesso dell’esistenza umana.

Dal 28 febbraio 2025, vi invito a guardare oltre il visibile, oltre ciò che qualsiasi obiettivo possa catturare, per scoprire una storia che cambierà il vostro modo di vedere la realtà.

Perché a volte, le verità più straordinarie si nascondono proprio oltre l’inquadratura.

Carlo Oriani

La Nebbia…

C’è della gente che parla male della nebbia di Milano. Io non conosco quella degli altri paesi, ma questa di Milano è una gran nebbia, simpatica, affettuosa, cordiale. Ti fascia tutto come una carezza. E poi mi pare che la nebbia inviti all’intimità, all’ottimismo, alla confidenza. (Carlo Campanini).ù

Ph: © Carlo Oriani

Viaggio all’inferno e ritorno

(Covid-19)

Photographer, Drawing & Writing © Carlo Oriani

Il 13 ottobre del 2020 ho fatto un viaggio all’inferno. Mi sono ammalato gravemente di Covid-19, ma ora dopo 46 giorni dalla mia partenza sono a casa con mia moglie e i miei figli. Non sto ancora benissimo. Il viaggio mi ha provato molto ed ha lasciato dei segni sul mio corpo, ma sono finalmente tornato a Casa.

La discesa all’inferno è stata lenta come altrettanta lenta è stata la risalita.

Giorno, dopo giorno le forze hanno iniziato ad abbandonarmi. Il corpo non aveva voglia di reagire a quello che mi stava accadendo. E, come se non bastasse, anche la mia mente stava facendo la stessa cosa. Lentamente sono scivolato in un’apatia totale. Non riuscivo a muovermi, non riuscivo nemmeno a pensare. Volevo solo chiudere gli occhi per riposare.

Appena giunto all’inferno mi è stato consegnato un bel casco. Era chiaro, trasparente, con attaccati un tubo ed altri strani accessori e, cosa alquanto strana, era lucente, quasi emanasse una luce propria.

Nell’istante in cui la mia testa è stata infilata lì dentro la mia mente, già destabilizzata, ha vacillato ulteriormente. Un insieme di sensazioni impetuose e letali ha iniziato a muoversi in modo frenetico all’interno della mia testa. Testa che veniva stordita dal rumore assordante dell’ossigeno che si riversava all’interno del casco gonfiando sia il casco stesso sia i miei polmoni. Ma si sa, all’inferno di ossigeno ce n’è poco e qualche cosa si deve pur fare.

Le giornate e le nottate erano interminabili, come se il tempo si fosse dilatato, quasi fermato. Intorno a me vedevo volteggiare tantissime forme indistinte. In lontananza mi pareva di vedere moltissimi corpi completamente nudi che come me indossavano il casco lucente. Il casco era più lucente delle fiamme dello stesso inferno. Dai loro corpi partivano tantissimi tubi di forme differenti. Ad alcuni di questi corpi la luminosità del casco aumentava sempre di più fino a diventare impossibile mantenere lo sguardo fisso su quella luce. Ad altri, invece, questa luminosità andava ad affievolirsi rapidamente fino a spegnersi definitivamente.

In lontananza, inoltre, mi pareva di scorgere anche tantissimi treni che leggeri si libravano nell’aria in tutte le direzioni. Sembrava, anche, che ci fossero persone che saltavano da un treno all’altro. Alcuni treni, improvvisamente, cambiavano direzione. Passavano vicino ai corpi con i globi spenti e, dopo averli raccolti, si tuffavano velocemente ed inesorabilmente ancora più in profondità.

Con mia sorpresa all’inferno ho trovato un Angelo. Un Angelo che continuava a cambiare volto. Ora aveva le sembianze di un infermiere, un momento dopo quelle di medico ed il momento successivo quelle di un’infermiera. Quest’Angelo così particolare mi teneva la mano ed impediva che scivolassi ancora nelle profondità di quell’inferno.

La stretta della sua mano, nonostante fosse salda, non mi trasmetteva calore. Forse sarà stato per i tre paia di guanti di colori differenti che indossava.

L’Angelo mi sorrideva sempre. Non potevo vedere le sue labbra perché coperte da due mascherine, ma i suoi occhi, anche se leggermente nascosti da una sorta di visiera, mi sorridevano e mi trasmettevano speranza. Questo, però, non mi era sufficiente. Ero stanco. Volevo che tutto finisse al più presto. Avevo voglia solo di chiudere gli occhi e non pensare più a nulla.

Un giorno, guardando attraverso la bolla lucente, in mezzo ai vari tubi che uscivano dal mio corpo, la mia attenzione è stata catturata dal tatuaggio con le iniziali dei miei figli Sara e Simone. Quasi mi ero dimenticato di averlo. Era bello vedere quelle iniziali. Osservarlo mi faceva tornare in mente tantissimi è bellissimi ricordi. Da quel giorno ho deciso di smettere di guardare qualsiasi altra cosa mi circondasse. Il mio sguardo e la mia attenzione erano concentrati sul tatuaggio. Fissarlo infondeva calore al mio corpo. Inizialmente solo al braccio. Poi al resto del corpo. Era una sensazione bellissima. Il pensiero dei miei figli mi stava donando calore, mi faceva sentire più forte.

A mano a mano che il tatuaggio mi riscaldava anima e corpo, il casco diventava sempre più luminoso. Avevo, anche, la sensazione che il mio corpo si stesse sollevando sempre più in alto allontanandosi dal fondo dell’inferno.

Si, stavo sicuramente risalendo.

Stavo abbandonando quel luogo.

Lentamente, molto lentamente, ma lo stavo lasciando. Gioia ed Euforia hanno iniziato a scacciare tutti i restanti pensieri negativi che ancora si annidavano nella mia testa.

Dopo innumerevoli ed interminabili giorni l’Angelo, che non aveva mai smesso di tenermi stretta la mano, mi ha finalmente liberato dal casco e da tutti i vari tubi.

Appena tolto il casco ho avuto timore a respirare. Per un istante ho esitato, ma alla fine ho fatto un profondo e lento respiro.

Euforia e Felicità, attraverso i miei polmoni, hanno riempito il mio spirito ed hanno ridato vita al mio corpo.

Chi non ne è mai stato privato non può nemmeno immaginare che bellissima sensazione sia quella di poter respirare autonomamente.

Carlo Oriani

Il riso…

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Rossella Prandini

Il riso è il sole che scaccia l’inverno dal volto umano.
(Victor Hugo)

Autunno

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Floriana Sage

Nessuna bellezza di primavera, nessuna bellezza estiva ha la grazia che ho visto in un volto autunnale
(John Donne)

FLORIANA