«Bene. Se lo meritava.»

Il giorno in cui abbiamo applaudito una mutilazione.

Il 1° maggio 2026, ad Angri, un uomo viene narcotizzato durante il pranzo. Poi, mentre dorme, sua moglie lo evira con un coltello da cucina. L’uomo si sveglia in una pozza di sangue, riesce a trascinarsi fuori di casa, chiede aiuto ai vicini. I medici lo operano d’urgenza. Non è stato possibile ricostruire i genitali.

Leggete di nuovo quella frase. Non è stato possibile ricostruire i genitali.

Sotto le notizie che riportavano l’accaduto, sui social, sono comparsi centinaia di commenti. Scritti da donne. Con i like. Con i cuoricini.

Bene. Era ora. Se lo meritava. Poteva fare di peggio.

Fermatevi un secondo su quello che avete appena letto. Un essere umano giace in ospedale, mutilato in modo irreversibile nel sonno, incapace di difendersi. E c’è chi festeggia. Chi mette i cuoricini. Chi trova che non sia stato abbastanza.

Parliamo del tradimento? Parliamone pure. Ha tradito, forse. Oppure, secondo alcune ricostruzioni, voleva portare a vivere in casa anche la sua prima moglie. Una sopraffazione, certamente. Un comportamento inaccettabile, forse. Ma qualcuno, in buona fede, riesce davvero a tracciare una linea retta tra un torto subito in una relazione e il diritto di mutilare una persona nel sonno? Narcotizzato. Nel sonno. Con un coltello da cucina.

E soprattutto: qualcuno riesce a spiegarmi cosa distingue quei commenti festosi dalla mentalità di chi, nei secoli, ha giustificato ogni violenza con una colpa attribuita alla vittima?

Perché è esattamente questo che sta accadendo. Si sta applicando la logica del «se l’è cercata» a un uomo. La stessa logica che, quando applicata alle donne, chiamiamo con il suo nome: cultura dello stupro.

Se fosse stato un uomo a mutilare una donna nel sonno, sappiamo tutti come sarebbe andata. Piazze, hashtag, dichiarazioni, articoli a valanga. Giustamente. Ma quell’uomo in ospedale ad Angri non riempie piazze. I suoi commenti social sono cuoricini che festeggiano.

La violenza non diventa giustizia perché la vittima è maschio. Non cambia natura. Non si misura con il genere di chi la subisce. È violenza. Punto.

Esiste una violenza invisibile, quella che non lascia lividi fotografabili, che non ha un codice penale dedicato, che non porta nessuno in piazza. È la violenza psicologica contro gli uomini. Il controllo, la manipolazione, lo stalking, l’annientamento progressivo. Se ne parla poco. Chi prova a parlarne viene spesso ridicolizzato, o accusato di voler «oscurare» il problema della violenza sulle donne.

Ho scritto Oltre l’Ombra proprio per dare voce a chi questa voce non ce l’ha. Dopo anni di interviste, di storie raccolte nell’ombra, di uomini che parlavano sottovoce perché sapevano che nessuno li avrebbe presi sul serio. Il mio protagonista, Luca Bernardi, è uno di loro. Manipolato, controllato, spiato da chi diceva di amarlo. E deriso, nell’anima, dall’idea stessa che un uomo possa essere una vittima.

Quei cuoricini sotto la notizia di Angri mi hanno confermato che avevo ragione a scriverlo.

Carlo Oriani

Sirmione: quando i castelli diventano specchi dell’anima

Quando la mia macchina fotografica mi ha fatto scoprire la location perfetta per raccontare l’ossessione

Chi mi conosce sa che amo fotografare castelli. Ma quando ho iniziato a scrivere “Oltre l’Ombra”, cercavo qualcosa di più di un semplice sfondo suggestivo. Cercavo un luogo che fosse esso stesso un personaggio, che riflettesse il tema del romanzo: l’ossessione, la bellezza che nasconde l’ombra, la fragilità sotto la pietra.

E l’ho trovato a Sirmione.

Il Castello Scaligero non è solo uno dei castelli meglio conservati d’Italia. È una fortezza che emerge dall’acqua, circondata dal lago da tutti i lati. Una bellezza apparente che nasconde stanze buie, corridoi stretti, prigioni sotterranee. Esattamente come Luca: un fotografo di successo che nasconde dentro di sé ferite profonde e sensi di colpa che lo divorano.

Quando ho visitato Sirmione per la prima volta con la mia Leica, ho capito immediatamente che era il posto giusto. I vicoli stretti del borgo medievale dove puoi sentirti osservato ad ogni angolo. Le luci soffuse che filtrano tra le case di pietra. Il lago che riflette tutto, ma distorce le immagini.

Nel romanzo, Sirmione non è solo dove Luca si rifugia dopo aver perso tutto. È il luogo dove cerca di ricominciare, dove incontra Martina e Scarlett, dove pensa di poter finalmente trovare pace. Ma è anche dove Priscilla lo ritrova, trasformando questo borgo da cartolina in una trappola claustrofobica.

Da fotografo, amo il contrasto tra la bellezza turistica di Sirmione di giorno e l’atmosfera inquietante che assume la sera, quando i turisti se ne vanno e rimangono solo le ombre e i gatti randagi. È in queste ore che ho ambientato le scene più intense del romanzo.

Il castello diventa nel libro il luogo della mostra fotografica di Luca, l’evento che dovrebbe segnare il suo ritorno alla vita. Ma diventa anche il teatro dello scontro finale con Priscilla, dove la bellezza si trasforma in incubo.

Ogni volta che fotografo un castello, cerco di catturarne l’anima oltre l’architettura. Con Sirmione, ho catturato qualcosa di più: ho trovato il setting perfetto per raccontare come anche i luoghi più belli possano nascondere ombre oscure.

Se volete scoprire come Sirmione diventa teatro di un incubo psicologico, “Oltre l’Ombra” è disponibile su Amazon sia in versione cartacea che in eBook. Nel prossimo articolo vi racconterò di Luca, il fotografo che vive nell’ombra del proprio passato.