Giulia: L’Anima Gemella di Sasha

Nel creare i personaggi de “Il Codice delle Sette Luci”, c’era una figura che sapevo doveva essere speciale fin dal primo momento: Giulia, la coinquilina di Sasha che si rivelerà essere molto più di una semplice compagna di appartamento. Lei rappresenta quella forza silenziosa che molti di noi riconoscono: la persona che ti sta accanto senza mai giudicare, che intuisce i tuoi silenzi e che riesce a guidarti verso le risposte senza mai forzare il passo.

Giulia non è il classico personaggio femminile del thriller esoterico – non è la veggente misteriosa, non è l’esperta di antichi misteri, non è la bibliotecaria che possiede conoscenze segrete. È qualcosa di più prezioso: è l’anima gemella che attraversa i secoli, l’amore che non si spezza nemmeno con la morte, la presenza costante che accompagna ogni vita di Sasha.

Quando presento Giulia all’inizio del romanzo, appare come la coinquilina ideale che tutti vorremmo avere. Vive con Sasha da tre anni in un equilibrio perfetto fatto di piccole routine quotidiane: “Il profumo del caffè lo accolse mentre scendeva le scale verso la cucina. Giulia, la sua coinquilina da tre anni, era già in piedi, impegnata ai fornelli.” È lei che prepara il caffè del mattino, che gli porge la tazza fumante con quel gesto naturale di chi conosce perfettamente i ritmi dell’altro. «Il mondo ha deciso di svegliarsi prima di te, come al solito», mormorò lei mentre gli porgeva una tazza di caffè fumante.

È questa normalità apparente che rende il suo personaggio così potente. In un mondo dove i protagonisti dei thriller sono spesso solitari tormentati, ho voluto creare qualcuno che rappresentasse la stabilità emotiva, l’affetto incondizionato, la presenza rassicurante che permette all’eroe di affrontare i propri demoni. Nel romanzo, è proprio Giulia a proporre la gita al mercato che cambierà tutto: «Ti accompagno», disse lei con entusiasmo. «Ho bisogno di verdure fresche, e adoro osservarti mentre cerchi l’angolazione perfetta per le tue foto.» Non è una coincidenza narrativa: è Giulia che lo accompagna perché sa, inconsciamente, che quel momento deve accadere.

Una delle caratteristiche che rendono Giulia unica è la sua straordinaria capacità di intuire quando qualcosa non va. Quando Sasha inizia ad avere le sue prime visioni inquietanti, è lei la prima a notare i cambiamenti: «Sasha?» La voce di Giulia lo riportò alla realtà. «Stai bene? Ti comporti in un modo strano.» Non insiste per avere spiegazioni immediate, non drammatizza, non fa scenate. Osserva, aspetta, offre il suo sostegno silenzioso finché Sasha non è pronto a condividere quello che gli sta accadendo. È questo equilibrio perfetto tra presenza e rispetto dello spazio personale che la rende il partner ideale per un protagonista che deve attraversare un viaggio così interiore e perturbante.

Al mercato, quando Sasha viene catturato dalla collana con le pietre blu, Giulia percepisce immediatamente che qualcosa di importante sta accadendo, anche se non comprende ancora cosa. La sua presenza non è mai invasiva, ma è sempre protettiva, sempre pronta a intervenire se necessario. È una sensibilità che va oltre l’intuizione femminile: è il riconoscimento inconscio di un’anima che ne ha accompagnato un’altra attraverso molte vite.

Il vero segreto di Giulia si rivela gradualmente nel corso del romanzo. Inizialmente sembra solo una ragazza normale, leggermente preoccupata per il comportamento sempre più strano del suo coinquilino. Ma quando inizia la vera ricerca sulle pietre blu, scopriamo che anche lei ha iniziato ad avere “ricordi. Sogni. Come se la mia mente si stesse aprendo.” È negli archivi che fa la scoperta cruciale: una fotografia d’epoca che mostra “una giovane donna in piedi accanto alla Contessa Visconti. Era identica a Giulia, fino all’ultimo dettaglio.” La donna nella foto è Marie Laurent, la segretaria della Contessa, e porta al collo una delle pietre blu.

«Marie non era solo la segretaria della Contessa. Era anche la moglie di Antoine!», completò Sasha, realizzando improvvisamente. «L’orologiaio durante la Rivoluzione Francese.» È in questo momento che entrambi capiscono di essere legati da un destino che attraversa i secoli. La vera rivelazione è che Giulia è l’anima gemella di Sasha, la compagna che lo ha cercato e trovato in ogni vita. «E prima ancora, ero la sorella di Sébastien. E poi la fidanzata di James. E anche l’apprendista di Giuliana», sussurrò Sasha, i ricordi che affluivano come un fiume in piena. «Ci siamo sempre trovati, in ogni vita.»

Ogni volta che Sasha è nato, Giulia era lì ad aspettarlo. Era la sorella del giovane ladro Sébastien, la fidanzata del marinaio James, l’apprendista della guaritrice Giuliana, la moglie dell’orologiaio Antoine. Sempre la stessa anima in corpi diversi, guidata da un amore che trascende la morte stessa. Ma quello che mi ha affascinato nello sviluppare questo aspetto del personaggio è che Giulia non è mai passiva in questo destino. Non aspetta semplicemente di essere scoperta. È lei a iniziare le ricerche negli archivi, lei a trovare i documenti cruciali, lei a mettere insieme i pezzi del puzzle.

Nel mondo letterario dei thriller esoterici, spesso i personaggi femminili sono o delle vittime da salvare o delle figure misteriose dai poteri soprannaturali. Giulia rappresenta una terza via: la femminilità consapevole e centrata che non ha bisogno di poteri spettacolari per essere potente. La sua forza sta nella capacità di rimanere se stessa anche quando il mondo intorno inizia a rivelare la sua natura irreale. Quando Sasha le racconta delle sue visioni, delle pietre blu, degli strani déjà vu che lo tormentano, Giulia non reagisce con incredulità o paura. Accetta, comprende, e diventa parte attiva della ricerca della verità.

È una forza sottile ma devastante: quella di chi sa amare senza possedere, di chi sa accompagnare senza dirigere, di chi sa essere presente senza invadere. Se c’è una qualità che definisce Giulia più di ogni altra, è il coraggio di amare incondizionatamente. Non il coraggio dell’eroe che combatte i draghi, ma quello più sottile e forse più difficile di chi sceglie di fidarsi completamente di un’altra persona.

Quando Sasha le rivela tutto – le visioni, i ricordi, la natura soprannaturale di quello che gli sta accadendo – Giulia non esita un momento. Non chiede prove, non pretende rassicurazioni, non cerca di convincerlo che si sta sbagliando. «Qualunque cosa stia succedendo, la affronteremo insieme», dice con una semplicità che nasconde una forza d’animo straordinaria. Anche nei momenti di maggiore pericolo, quando la Società della Luna Nera li insegue attraverso Milano, Giulia non cede al panico. Conserva la lucidità necessaria per trovare le vie di fuga, per proteggere i documenti importanti, per sostenere Sasha quando il peso delle rivelazioni rischia di sopraffarlo.

Giulia vive Milano con una naturalezza che rivela la sua profonda connessione con la città. Per lei Milano non è un labirinto urbano da sopportare: è un territorio familiare dove sa muoversi con istinto sicuro. È lei a guidare Sasha verso i luoghi giusti al momento giusto, sempre con quella naturalezza che nasconde una saggezza più profonda. Quando propone di andare al mercato, non sa consapevolmente che Sasha vi troverà la collana con le pietre blu. Ma il suo istinto la guida verso quel momento cruciale. È come se la città stessa parlasse attraverso di lei, sussurrandole dove andare e quando.

Durante le loro ricerche negli archivi e nelle biblioteche milanesi, Giulia si muove con una competenza che sorprende. Sa dove cercare, sa quali documenti consultare, sa riconoscere gli indizi importanti. È come se Milano fosse scritta nella sua memoria genetica, un palinsesto di vite vissute che le permette di navigare tra i segreti della città con una familiarità inspiegabile.

Una delle cose che più mi ha appassionato nel scrivere Giulia è stata la sua evoluzione nel corso del romanzo. Inizia come una semplice coinquilina premurosa e si trasforma gradualmente in una ricercatrice determinata e in una compagna coraggiosa. Il suo viaggio è parallelo a quello di Sasha, ma segue ritmi diversi. Mentre lui viene travolto dalle visioni delle vite passate, lei deve imparare a fidarsi di ricordi che emergono più lentamente, più dolcemente. Deve accettare di essere stata molte persone diverse, di aver amato la stessa anima attraverso secoli e incarnazioni.

La sua forza è nella gradualità con cui accetta questa verità straordinaria. Non ha crolli emotivi, non attraversa crisi esistenziali devastanti. Integra ogni nuova rivelazione nella sua comprensione del mondo con una maturità che rivela la saggezza accumulata attraverso molte vite. È questa capacità di adattamento, questa flessibilità emotiva, che la rende il perfetto contraltare alla natura più impulsiva e tormentata di Sasha.

Giulia rappresenta un aspetto fondamentale della natura umana: la capacità di amare al di là del tempo e dello spazio. Nel romanzo, lei incarna l’idea che esistano connessioni tra anime che nessuna morte può spezzare, legami che si rinnovano vita dopo vita. Ma non è solo una figura romantica: è anche la rappresentazione della saggezza femminile che sa riconoscere i pattern nascosti, che sa leggere i segni che sfuggono alla razionalità maschile. È lei a trovare i documenti chiave, lei a decifrare gli indizi, lei a guidare Sasha verso le rivelazioni cruciali.

Quello che mi ha colpito di più nel sviluppare il personaggio di Giulia è stato rendermi conto che rappresenta il tipo di amore che tutti cerchiamo: quello che non giudica, non pretende, non cerca di cambiare l’altro. È l’amore che accompagna, che sostiene, che crede anche quando tutto sembra impossibile. È la melodia costante che accompagna ogni vita, ogni incarnazione, ogni nuova possibilità di ritrovarsi.

Giulia è la dimostrazione che l’amore vero non è possessivo né drammatico: è una presenza costante, una melodia di sottofondo che accompagna ogni vita, ogni incarnazione, ogni nuova possibilità di ritrovarsi. E forse, alla fine, è proprio questo il vero mistero che il romanzo vuole svelare: non il segreto delle pietre blu, ma la verità sull’amore che attraversa il tempo.


Se siete curiosi di scoprire come si sviluppa il rapporto tra Sasha e Giulia e quali segreti nasconde la loro connessione attraverso i secoli, “Il Codice delle Sette Luci” è disponibile su Amazon in versione cartacea e digitale. Nel prossimo articolo vi parlerò della professoressa Elena Rossi, la custode di segreti antichi che guiderà i nostri protagonisti verso la verità.

Il Codice delle Sette Luci: La Scrittura come Arte Visiva

Come il mio background fotografico ha trasformato il modo di scrivere “Il Codice delle Sette Luci”

Quando ho iniziato a scrivere “Il Codice delle Sette Luci”, non sapevo che il mio background fotografico sarebbe diventato il vero motore della narrazione. Dopo anni passati a catturare l’anima di luoghi medievali come Soncino e i castelli del Ducato di Parma e Piacenza, mi sono ritrovato a “fotografare” con le parole, applicando inconsciamente le stesse tecniche che uso dietro l’obiettivo. La mia filosofia fotografica – “Non importa che fotocamera usi. Dipende solo Dove la punti e Come la punti” – si è trasformata naturalmente in: Non importa quali parole usi. Dipende solo su cosa le focalizzi e come le componi.

Ogni scena del romanzo nasce come una fotografia nella mia mente. Prendo ad esempio il momento cruciale in cui Sasha entra nel negozio di tende a Milano: “Il suo sguardo era catturato da qualcos’altro: una serie di tende di velluto blu scuro, identiche a quelle che aveva visto… dove? Quando?” Qui ho applicato quello che in fotografia chiamiamo “focus selettivo”. Proprio come quando uso un diaframma aperto per isolare il soggetto, ho “sfocato” tutto il contesto del negozio per mettere a fuoco solo quelle tende blu. Il lettore vede esattamente quello che vedo io attraverso l’obiettivo: un dettaglio che emerge dallo sfondo e cattura tutta l’attenzione.

La mia passione per il bianco e nero mi ha insegnato che la vera drammaticità nasce dal contrasto. Nelle mie fotografie dei castelli del Ducato di Parma e Piacenza cerco sempre quel gioco di luci e ombre che crea “un senso di intimità, mistero e atemporalità” – le stesse sensazioni che volevo trasferire nel romanzo. Quando descrivo Milano attraverso gli occhi di Sasha, uso la stessa tecnica: “Milano si stava risvegliando sotto un cielo sorprendentemente limpido, una rarità in una città solitamente avvolta dallo smog.” È una composizione fotografica: primo piano (Milano che si risveglia), sfondo (il cielo limpido), e il contrasto (la rarità contro la normalità dello smog). Creo profondità narrativa esattamente come creo profondità di campo.

In fotografia, il tempo di posa determina se congeli un momento o catturi il movimento. Nella scrittura ho scoperto di fare la stessa cosa con il ritmo delle frasi. Per i flashback delle vite passate di Sasha uso “tempi di posa lunghi” – periodi ampi, descrizioni che fluiscono: “Il vento portava con sé l’odore di spezie dai bazar vicini, mescolato all’aroma di mare e storia…” Per i momenti di azione uso “tempi rapidi” – frasi secche, staccate: “Un rumore di passi. Si voltò di scatto. Nessuna risposta.”

Quando fotografo architetture dei castelli del Ducato di Parma e Piacenza, applico sempre la regola dei terzi per creare equilibrio visivo. Nel romanzo faccio lo stesso con la struttura delle scene: nel primo terzo stabilisco il setting (Milano, il negozio, l’ufficio), nel secondo introduco il conflitto o la tensione (le visioni, i déjà vu), nel terzo finale risolvo o amplifico il mistero (la scoperta, la fuga). È una composizione che ho imparato inquadrando i miei soggetti, dove l’elemento principale non sta mai al centro ma crea dinamismo negli spazi.

La fotografia macro mi ha insegnato che spesso la storia più potente si nasconde nei dettagli più piccoli. Nel romanzo, sono i particolari a portare il peso emotivo: “La pietra sembrava calda, quasi viva, contro la sua pelle anche attraverso il tessuto della camicia.” Non descrivo genericamente “una pietra magica”, ma mi concentro su quella sensazione tattile specifica – il calore attraverso il tessuto. È come quando ingrandisco la texture di una pietra medievale: il dettaglio diventa protagonista.

Descrivere Milano nel romanzo è stato naturale perché da fotografo sono abituato a vedere la città in layers temporali. Quando fotografo Melegnano e i suoi dintorni, vedo sempre il presente sovrapporsi al passato medievale. Per Sasha ho fatto lo stesso: la Milano contemporanea del grafico pubblicitario si sovrappone alla Milano delle sue vite passate. Come in una doppia esposizione fotografica, due immagini coesistono nello stesso frame narrativo.

La mia predilezione per il bianco e nero non è solo estetica – è filosofica. Eliminare il colore significa concentrarsi sull’essenza, sull’emozione pura. Nel romanzo ho applicato lo stesso principio: invece di descrivere tutto minuziosamente, seleziono solo gli elementi che servono al racconto. Quando Sasha vive le sue regressioni, non perdo tempo in descrizioni colorate del periodo storico. Mi concentro su sensazioni pure: la paura, il freddo, il battito del cuore. È il bianco e nero narrativo.

Scrivere “Il Codice delle Sette Luci” mi ha fatto capire che non ho mai smesso di essere un fotografo. Ho solo cambiato strumento: al posto della Leica uso la tastiera, al posto della carta fotografica uso la pagina bianca. Ma l’approccio rimane lo stesso: osservare, attendere il momento giusto, catturare l’essenza, raccontare una storia attraverso immagini – che siano fatte di luce o di parole. Forse è per questo che ho scelto Sasha come protagonista: anche lui è un fotografo che scopre che la sua arte può aprire porte su realtà invisibili. In fondo, non è questo quello che facciamo noi fotografi ogni volta che premiamo il pulsante di scatto?


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Giuliana: il personaggio che porta la mia anima

Da quando sono nato porto sulla spalla una grande macchia scura che assomiglia a una bruciatura. Per tutta la vita, guardandola, ho avuto la strana sensazione che raccontasse una storia che non riuscivo a ricordare. Unita ai miei problemi di asma – quella difficoltà a respirare che mi accompagna da sempre – questa macchia ha alimentato in me una convinzione profonda: di essere stato una strega in una vita precedente.

Quando ho iniziato a scrivere “Il Codice delle Sette Luci” sapevo che uno dei personaggi delle vite passate di Sasha doveva essere proprio una guaritrice accusata di stregoneria. Non era una scelta narrativa casuale, era il bisogno di dare voce a una parte di me che da sempre cercava di emergere.

Giuliana, la guaritrice italiana del XVI secolo, è il personaggio a cui ho dedicato più ricerca, più attenzione, più amore. È quello che sento più vicino alla mia anima. Lei rappresenta tutto ciò che credo di essere stato: una persona che aiutava gli altri, che conosceva i segreti delle erbe e della guarigione, e che ha pagato con la vita la propria dedizione al prossimo. La mia passione per il mondo medievale, che emerge dalle mie fotografie di castelli e dalla mostra “Uno Sguardo sul Medioevo” realizzata con Alice Kavalla, ha trovato in Giuliana la sua espressione più profonda. Non fotografavo solo architetture antiche: cercavo le tracce di vite come la sua.

Per creare Giuliana in modo autentico ho dovuto confrontarmi con una realtà storica molto più cruda di quella che vediamo nei film. Le torture inflitte alle presunte streghe erano ben diverse dagli stereotipi cinematografici. Ho studiato i veri processi per stregoneria, le procedure dell’Inquisizione, i metodi di tortura effettivamente utilizzati. Quello che ho scoperto mi ha sconvolto: la sistematicità della persecuzione, la precisione burocratica del male, l’accanimento contro donne che spesso erano solo guaritrici, levatrici, conoscitrici di erbe. Giuliana doveva rappresentare questa tragedia storica, ma anche la dignità di chi non si è mai piegato.

L’aspetto di Giuliana che più mi stava a cuore era il suo coraggio. Non il coraggio dell’eroe che combatte draghi, ma quello quotidiano di chi si alza ogni mattina per alleviare le sofferenze altrui. Lei conosceva i rischi: in un’epoca di ignoranza e paura, chi possedeva conoscenze mediche veniva facilmente accusato di patti col diavolo. Eppure, Giuliana continua a curare, a preparare rimedi, a portare sollievo. Il suo è un atto di amore puro verso l’umanità, anche quando sa che questo amore la porterà alla morte.

Scrivere le scene del rogo di Giuliana è stato straziante. Mentre descrivevo i fumi che le riempivano i polmoni, i miei problemi di asma si intensificavano. Era come se il mio corpo ricordasse quello che la mia mente aveva dimenticato. Si dice che le streghe, prima di morire, inalassero i fumi del legno e della carne bruciata – e io, da sempre, ho difficoltà a respirare. È una coincidenza? Forse. Ma per me è la conferma che Giuliana non è solo un personaggio: è un pezzo della mia anima che ha trovato finalmente una voce.

Nel romanzo Giuliana porta al collo una collana con pietre blu, lo stesso elemento che lega tutte le vite di Sasha. Ma per lei quelle pietre rappresentano qualcosa di speciale: la memoria della conoscenza. Lei sa che le sue competenze di guaritrice, tramandate di generazione in generazione, sono un tesoro che non deve andare perduto. Anche di fronte al rogo, Giuliana non rinnega le sue conoscenze. Non rinnega le pietre. Non rinnega se stessa. È questo il suo vero coraggio: rimanere fedele alla propria identità anche quando il mondo intero ti condanna.

Creare Giuliana è stato come ricostruire un puzzle di cui possedevo solo alcuni pezzi: la mia macchia, i miei problemi respiratori, la mia passione per il mondo medievale, le mie ricerche storiche. Ogni dettaglio del suo carattere, ogni parola che pronuncia, ogni gesto che compie nascono da questa ricerca interiore. Quando fotografo castelli medievali o quando allestisco mostre come “Uno Sguardo sul Medioevo” cerco sempre le tracce di persone come Giuliana. Donne e uomini che hanno vissuto, amato, sofferto in quelle mura. Che hanno lasciato impronte invisibili nella pietra e nel tempo.

Il sacrificio di Giuliana non è vano. Nella struttura del romanzo la sua morte alimenta la forza delle pietre blu, tramanda la conoscenza alle generazioni future, permette a Sasha di ricordare e di comprendere. È un sacrificio che genera vita anche nella morte. Forse è questo il vero significato della reincarnazione: non solo il ritorno dell’anima, ma la continuità dell’amore e del coraggio attraverso i secoli. Giuliana muore, ma il suo spirito di dedizione al prossimo continua a vivere in ogni vita successiva.

Scrivere di Giuliana mi ha fatto capire qualcosa di importante: non importa se sono davvero stato una strega in una vita precedente. Importa che questa convinzione mi abbia spinto a creare un personaggio di tale umanità e coraggio. Importa che mi abbia fatto ricercare la verità storica dietro le leggende. Importa che mi abbia fatto riflettere sul valore di chi dedica la vita ad aiutare gli altri. Giuliana è il cuore pulsante del mio romanzo perché rappresenta ciò che di più nobile c’è nell’essere umano: la capacità di amare il prossimo anche a costo della propria vita.


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Sasha De Angelis: Il fotografo tra realtà e visione

Nel creare il protagonista de “Il Codice delle Sette Luci”, ho voluto esplorare una figura che mi è sempre stata familiare: il fotografo milanese, con la sua sensibilità particolare e il suo modo unico di vedere il mondo. Ma Sasha De Angelis non è un fotografo qualunque. È un uomo che, cercando di comprendere le proprie inquietanti visioni, viene trascinato in un vortice di misteri che lo porterà ben oltre i confini della realtà che conosce.

Sasha è un milanese sulla trentina, “volto dai lineamenti marcati ma gentili, incorniciato da capelli castani perennemente in disordine”, con “occhi verdi che sembravano scrutare oltre la superficie”. Come molti della sua generazione, vive di compromessi: lavora come grafico pubblicitario per pagarsi le bollette, ma la sua vera passione è la fotografia d’arte, praticata nei ritagli di tempo con la sua fedele Leica M9.

La scelta di fargli usare una Leica M9 racconta tutto del mio approccio al personaggio. Non è una macchina per fotografi casuali – è uno strumento per puristi, per chi riflette prima di scattare.

Volevo creare un protagonista che sceglie deliberatamente la strada più difficile. La Leica è l’opposto dello smartphone: richiede competenza, pazienza, intenzione. Ogni foto deve essere pensata, misurata, voluta. È la filosofia dell’anti-automatismo.

La Leica M è il sistema preferito dai maestri della fotografia da decenni – da Cartier-Bresson ai grandi reporter di guerra. Sasha sceglie la versione moderna di questo leggendario strumento, collegandosi così alla tradizione dei grandi dell’arte fotografica.

In sostanza, la M9 definisce istantaneamente Sasha come un outsider sofisticato: ha i mezzi economici per permettersela, la competenza per usarla, e la filosofia artistica per sceglierla contro opzioni più “facili”.

La Leica diventa quasi un personaggio del romanzo: Sasha “amava il suono discreto dell’otturatore, l’ergonomia perfetta del corpo macchina, la purezza del file che usciva dal sensore”. Ogni scatto è “una piccola preghiera silenziosa, un modo per mantenere vivo il ricordo di suo padre” – la macchina fotografica era infatti l’ultimo regalo di suo padre prima di morire in un incidente d’auto dieci anni prima.

Quello che rende Sasha un protagonista affascinante è che non sceglie consapevolmente di diventare un investigatore del mistero. È la realtà che lo sceglie, attraverso una serie di inquietanti déjà vu che iniziano a manifestarsi quando meno se lo aspetta. Lui vuole solo capire cosa gli sta succedendo, perché ha visioni di vite che non dovrebbero appartenergli.

Durante una normale gita al mercato con Giulia, la sua coinquilina da tre anni, il suo occhio fotografico viene catturato da “una bancarella di gioielli vintage. Tra i vari oggetti, una collana con pietre blu lucenti attirò la sua attenzione. Per un momento, il mondo sembrò fermarsi. Quelle pietre… le aveva già viste da qualche parte?”

È questo il momento in cui Sasha passa da semplice osservatore a cercatore involontario di risposte. Non può fare a meno di seguire questi indizi visivi che la sua formazione di fotografo gli rende impossibili da ignorare.

La grande forza di Sasha nella sua ricerca della verità è proprio la sua natura di fotografo. Ha sviluppato negli anni quella che tutti i fotografi conoscono: la capacità di notare dettagli che sfuggono agli altri, di vedere pattern e connessioni visive, di catturare “piccoli momenti di vita quotidiana cristallizzati in bianco e nero”.

Nel romanzo, questa abilità si manifesta in modi cruciali per svelare il mistero. La fotografia diventa il suo strumento per comprendere ciò che gli sta accadendo. Come spiega a Giulia all’inizio della loro avventura: “un fotografo non cattura solo immagini, cattura verità. Ogni foto è una finestra su qualcosa di più profondo”.

L’esempio più significativo di questa abilità si manifesta durante l’incidente stradale che osserva dalla finestra di una festa. Mentre tutti gli altri vedono solo una tragedia casuale – un ciclista che investe un pedone – l’occhio allenato di Sasha cattura qualcosa di diverso. Attraverso la finestra, vede “tutto con una chiarezza cristallina: il terrore negli occhi del ciclista quando si rese conto che non avrebbe potuto frenare in tempo, l’espressione dell’uomo che si voltò troppo tardi, il momento esatto in cui i loro corpi collisero.” Ma è quello che succede dopo che dimostra il suo dono unico: l’incidente diventa un trigger che gli permette di vedere oltre il presente, sovrapponendo alla scena una visione di “un giovane ragazzo che correva sui tetti di notte” – la sua vita passata come Sébastien. Dove altri vedrebbero solo un trauma, Sasha riconosce un pattern, una connessione tra passato e presente che solo il suo occhio di fotografo, abituato a cogliere i dettagli significativi, può decifrare.

Ma essere un fotografo nel mondo del mio romanzo comporta un prezzo. Sasha inizia a sperimentare strani déjà vu che si trasformano in vere e proprie visioni di vite passate – da Sébastien il ladro parigino dell’Ottocento, a James il marinaio, a vite ancora più antiche. Durante una sessione fotografica, “per un istante, mentre guardava attraverso l’obiettivo, ebbe una strana sensazione. La melodia gli sembrava familiare, quasi fosse una canzone sentita in un sogno dimenticato”.

Queste visioni non sono solo fastidiose distrazioni: sono pezzi di un puzzle molto più grande che Sasha deve imparare a decifrare per capire chi è veramente. Ogni immagine che cattura diventa potenzialmente una porta verso ricordi che non dovrebbero appartenergli, ma che sono parte della sua identità di Custode delle pietre blu attraverso le vite.

La Milano di Sasha non è la città turistica delle cartoline. È una metropoli stratificata dove “ogni pietra racconta una storia”, vista attraverso l’obiettivo di chi sa guardare oltre la superficie. I suoi spostamenti per la città – dalla Biblioteca Braidense agli archivi segreti, dal Palazzo Visconti ai mercati rionali – seguono la logica del fotografo che sa che ogni luogo può nascondere indizi per comprendere le sue visioni.

La sua Leica lo accompagna ovunque, pronta a catturare non solo la bellezza dei momenti quotidiani ma anche le tracce di misteri nascosti. È questo doppio sguardo – artistico e investigativo – che lo rende il protagonista perfetto per svelare i segreti delle sette pietre blu.

Quello che mi ha affascinato nel sviluppare Sasha è la sua evoluzione da fotografo inconsapevole a Custode risvegliato. All’inizio è quasi riluttante a seguire gli indizi che si presentano: “distogliendo lo sguardo dalla collana” quando la situazione diventa troppo strana. Vuole solo una spiegazione razionale per quello che gli sta succedendo.

Ma via via che la storia procede, viene trascinato sempre più in profondità nel mistero, fino a scoprire che insieme a Giulia sono anime gemelle che si ritrovano in ogni vita. La macchina fotografica che era “più di un semplice strumento” diventa un vero e proprio ponte tra dimensioni, capace di catturare non solo immagini ma verità che attraversano i secoli e le dimensioni.

In fondo, Sasha rappresenta un tipo umano che molti di noi riconoscono: l’artista costretto a compromessi con il mondo commerciale, che trova la sua vera identità nei momenti rubati alla creatività personale. La sua Leica è il simbolo di questa dualità: uno strumento professionale usato per passione pura.

Ma nel mondo del mio romanzo, questa passione lo porta molto più lontano di quanto avesse mai immaginato. Quello che inizia come un tentativo di comprendere le proprie inquietanti visioni diventa un viaggio attraverso vite, morti e rinascite, fino alla scoperta che l’arte stessa può diventare una porta tra mondi e dimensioni.

Perché a volte, quando si sa davvero guardare, si scopre che “le verità più straordinarie si nascondono proprio oltre l’inquadratura” – e che il prezzo di queste verità può essere molto più alto di quanto si possa immaginare.


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Perché ho scelto Milano come ambientazione per un thriller esoterico

Quando una città diventa personaggio: Milano tra uffici moderni e misteri nascosti

“Milano è troppo moderna per un romanzo sui misteri antichi.” È stato questo il primo commento che ho ricevuto quando ho raccontato che ambientavo “Il Codice delle Sette Luci” nella capitale lombarda. La persona che me l’ha detto immaginava probabilmente castelli scozzesi, villaggi medievali toscani o antiche rovine romane come scenari più adatti a una storia di reincarnazione e segreti esoterici.

Ma è proprio per questo che Milano era la scelta perfetta.

Quando ho iniziato a scrivere la storia di Sasha, volevo esplorare come il soprannaturale possa irrompere nella vita quotidiana. E quale vita è più quotidiana di quella di un grafico pubblicitario che ogni mattina va in ufficio, prende l’ascensore, si siede davanti al computer e sopporta i pettegolezzi dei colleghi?

Sasha lavora al quinto piano di “una fortezza di vetro e acciaio: dodici piani di modernità impersonale che si riflettevano nel cielo grigio di Milano.” È un ambiente che molti lettori riconoscono: l’open space con il rumore di tastiere e telefoni, le pause caffè, le frustrazioni quotidiane. Ma proprio in questo contesto ipermoderno iniziano a manifestarsi le sue visioni di vite passate.

Il contrasto è potente: mentre discute con Marco dei soliti pettegolezzi aziendali, Sasha vede riflesso nel monitor del computer “il volto di un uomo giovane, con occhi scuri e determinati, che lo fissava dall’altro lato dello schermo.” La modernità diventa il palcoscenico perfetto per l’irruzione dell’antico.

Milano ha una caratteristica particolare: sa essere discreta. Non è una città che mette in mostra i suoi misteri come un museo all’aperto. Li nasconde dietro facciate moderne, in negozi apparentemente normali, in quartieri residenziali tranquilli.

Nel romanzo, è proprio in “una zona residenziale tranquilla, con palazzi d’epoca dai mattoni rossi consumati dal tempo e balconi in ferro battuto ricoperti di glicini” che Sasha ha una delle sue esperienze più intense. Un semplice negozio di tende diventa il luogo dove il passato e il presente si scontrano violentemente.

Quando entra nel negozio con Giulia, tutto sembra normale: “Le pareti erano coperte da scaffali che raggiungevano il soffitto, carichi di rotoli di stoffa di ogni colore e texture.” Ma è proprio in questo ambiente quotidiano che Sasha viene sopraffatto dai ricordi di vite passate, vedendosi come “qualcuno che si muoveva sui tetti con la stessa grazia felina, scivolando tra le ombre della notte.”

Una delle cose che più mi ha affascinato scrivendo il romanzo è stata la scoperta che Milano non ha bisogno di luoghi “magici” per diventare misteriosa. È nel mercato rionale, tra “bancarelle colorate che si estendevano a perdita d’occhio, creando un labirinto di profumi, colori e voci”, che Sasha scopre la collana con le pietre blu. È tra i banchi della verdura e i venditori che gridano i prezzi che il mistero si manifesta.

Il mercato che ho descritto è quello di ogni giorno, fatto di “una donna anziana che selezionava con cura i pomodori, un bambino che mordeva una mela rubata dal cesto, un venditore che gridava i prezzi della sua merce.” Ma è proprio in questa normalità che emergono gli indizi del soprannaturale.

Da fotografo, ho sempre amato Milano per la sua capacità di trasformarsi a seconda della luce e del momento. Nel romanzo, Sasha condivide questa stessa passione: cattura “piccoli momenti di vita quotidiana cristallizzati in bianco e nero”, fotografa musicisti di strada e scene di vita urbana.

Ma quello che rende Milano perfetta per la storia è che la città stessa diventa una sorta di fotografia a doppia esposizione: quella moderna che vediamo normalmente si sovrappone a strati più antichi e misteriosi. Quando Sasha guarda “attraverso il parabrezza, la città sembrava diversa, più ostile”, sta vedendo Milano con occhi che appartengono anche al passato.

Milano rappresenta perfettamente il peso della vita moderna che schiaccia l’anima. Sasha odia “quella gabbia di vetro e acciaio”, sopporta “il traffico di Milano che si snodava simile a un serpente malato, fatto di clacson nervosi e gas di scarico.” È una vita che molti riconoscono: “ogni semaforo rosso era una piccola tortura, un promemoria del tempo che scivolava via.”

Ma è proprio contro questo sfondo di routine oppressiva che le visioni di vite passate assumono un significato liberatorio. Le memorie di Sébastien che corre sui tetti di Parigi rappresentano una libertà che il Sasha moderno ha perso. Il contrasto tra la “camicia bianca stirata con precisione militare, cravatta blu scuro, pantaloni eleganti” e la grazia felina del ladro parigino crea una tensione emotiva fortissima.

Milano nel romanzo non è solo un’ambientazione: è uno specchio dell’anima di Sasha. Quando è depresso dall’ufficio, “la città sembrava diversa, più ostile, pareva disapprovasse il suo ritorno alla routine.” Quando è eccitato dalle sue scoperte, Milano diventa un labirinto di possibilità e misteri.

La città cambia a seconda di chi la guarda e di cosa sta vivendo. È questa capacità di trasformarsi che la rende perfetta per una storia sulla reincarnazione: come Sasha scopre di aver vissuto molte vite, così Milano rivela di avere molte facce nascoste.

Quello che più mi interessava era raccontare una storia soprannaturale che fosse però radicata nell’esperienza urbana autentica. Sasha e Giulia non sono turisti che visitano luoghi esotici: sono persone normali che “prendono un caffè fumante quando finalmente scende”, vanno al mercato per comprare “verdure fresche”, vivono in appartamenti veri con problemi veri.

Il mistero si inserisce in questa vita quotidiana, e questo lo rende più credibile e più inquietante. Non c’è bisogno di andare in un castello gotico per vivere il soprannaturale: può capitare mentre fai la spesa o vai in ufficio.

Milano, alla fine, era la scelta perfetta perché è una città che sa nascondere l’incredibile dietro l’ordinario. E forse è proprio questo il vero mistero: che dietro ogni routine, ogni ufficio, ogni strada familiare, si nascondano storie che aspettano solo di essere scoperte.


Se siete curiosi di scoprire quali altri misteri si celano nelle strade milanesi, “Il Codice delle Sette Luci” è disponibile su Amazon in versione cartacea e digitale. Nel prossimo articolo vi parlerò del significato simbolico delle sette pietre blu e di come sono arrivato a scegliere proprio questo numero per il mistero centrale della storia.

Milano esoterica: i luoghi reali del Codice delle Sette Luci

Quando la mia macchina fotografica mi ha portato oltre i misteri nascosti della città

Chi conosce Milano sa che è una città stratificata. Sotto il cemento e il vetro delle torri moderne pulsa ancora il cuore di una metropoli che ha visto passare romani, longobardi, signori rinascimentali e rivoluzionari. Ma quello che ho scoperto scrivendo “Il Codice delle Sette Luci” è che Milano nasconde anche un’altra faccia: quella esoterica, fatta di simboli, energie e segreti che si nascondono in piena vista.

Da fotografo milanese, ho sempre amato immortalare gli angoli meno conosciuti della città. Ma quando ho iniziato a immaginare i luoghi dove Sasha avrebbe vissuto le sue avventure, ho scoperto che alcuni posti che credevo di conoscere bene nascondevano storie molto più profonde di quanto immaginassi.

La Biblioteca Braidense: custode di segreti antichi

Il primo luogo che ho scelto per il romanzo è stata la Biblioteca Braidense, collegata alla Pinacoteca di Brera. È qui che la professoressa Elena Rossi ha il suo ufficio, qui che custodisce il Codice delle Sette Luci, qui che si nascondono i veri segreti della Società del Tempo Eterno.

La Braidense è uno di quei luoghi milanesi che trasudano cultura da ogni pietra. I suoi corridoi silenziosi, le sale di lettura dove il tempo sembra sospeso, gli archivi dove si conservano manoscritti di secoli fa. È il posto perfetto per nascondere segreti antichi in mezzo a libri moderni.

Nel romanzo, nell’ufficio della professoressa si cela un archivio segreto accessibile attraverso una libreria mobile, dove la Società del Tempo Eterno conserva documenti che raccontano la vera storia dell’umanità. E non è solo fantasia: le grandi biblioteche hanno sempre custodito molto più di quello che mostrano al pubblico. Manoscritti riservati, collezioni private, documenti che aspettano di essere studiati.

La Pinacoteca di Brera: dove l’arte nasconde verità

Collegata alla Braidense, la Pinacoteca diventa nel romanzo molto più di un museo. È il luogo dove agenti della Società si muovono travestiti da bibliotecari, dove si custodiscono documenti antichi che raccontano storie che la storia ufficiale ha dimenticato. Quei saloni eleganti, con i loro capolavori esposti, sono il teatro perfetto per incontri clandestini e scoperte decisive.

C’è qualcosa di magnetico in quel cortile settecentesco circondato da colonnati. Quando ci entri, specialmente nelle ore meno affollate, senti che quelle pietre hanno assorbito secoli di conoscenza. E la cosa interessante è che, facendo ricerche per il libro, ho scoperto che la Pinacoteca ha davvero una storia esoterica. Nel Settecento e Ottocento, i palazzi di Brera hanno ospitato circoli intellettuali, società segrete e personaggi che cercavano forme di conoscenza alternative.

Le catacombe di San Lorenzo: il mondo sotterraneo

Milano ha un mondo sotterraneo che molti non conoscono. Sotto San Lorenzo, per esempio, ci sono davvero delle catacombe paleocristiane. Nel romanzo, è qui che nel 1983 la giovane Elena Rossi fa la sua prima grande scoperta, qui che incontra il professor Alberti e qui che comprende di essere una Custode risvegliata.

Questi luoghi sotterranei hanno un fascino particolare. Sono spazi dove il tempo si è fermato, dove puoi ancora sentire l’eco di vite vissute secoli fa. Per un fotografo, sono sfide incredibili: la luce è particolare, le ombre creano forme misteriose, ogni angolo racconta una storia diversa.

La Biblioteca Ambrosiana: dove inizia la ricerca

È alla Biblioteca Ambrosiana che Sasha inizia la sua vera ricerca sulle pietre blu. Tra quei tavoli di legno lucido, circondato da libri polverosi sulla storia dei gioielli, scopre la fotografia della Contessa Visconti che cambierà tutto. Qui incontra Clara, apparentemente una semplice bibliotecaria ma in realtà un’agente della Società del Tempo Eterno.

L’Ambrosiana, con le sue antiche mura cariche di secoli di conoscenza, è il luogo perfetto per far iniziare il mistero. Tra quei corridoi dove l’odore dei libri vecchi si mescola al suono dei passi sul pavimento di marmo, Sasha sente per la prima volta quella familiarità inspiegabile che caratterizzerà tutto il suo viaggio.

I luoghi della vita quotidiana

Ma quello che più mi ha colpito scrivendo il romanzo è stato rendermi conto che la Milano esoterica non è solo nei luoghi famosi. È nel negozio di tende dove Sasha trova le prime tracce del mistero e ha le sue visioni più intense. È nel mercato rionale dove compare la collana con le pietre blu che cattura la sua attenzione in modo inspiegabile. È negli uffici moderni del quinto piano dove la vita quotidiana si scontra con visioni di vite passate.

Il palazzo Visconti in via Brera, elegante e austero, con la sua facciata neoclassica e le finestre che sembrano occhi vigili. Convertito in un piccolo museo privato, nasconde nei suoi saloni i segreti della Contessa e le tracce delle pietre blu che attraversano i secoli.

Milano è una città che sa nascondere i suoi segreti in piena vista. Basta saperli cercare con gli occhi giusti. E forse, proprio come Sasha nel romanzo, tutti noi abbiamo la possibilità di vedere oltre la superficie se solo impariamo a guardare davvero.

La fotografia mi ha insegnato che ogni luogo ha più livelli di lettura. Nel mirino della mia macchina fotografica, Milano è sempre stata una città che cambia a seconda di come la guardi, di che luce scegli, di quale momento catturi. Scrivendo “Il Codice delle Sette Luci” ho scoperto che è anche una città che cambia a seconda di quale storia sei pronto a sentire.

Alla fine, forse il vero segreto di Milano non è nascosto nei suoi palazzi o nelle sue biblioteche. È nel modo in cui la città ti invita a guardare oltre l’apparenza, a cercare connessioni tra passato e presente, a credere che anche nei luoghi più familiari si possano nascondere storie straordinarie.


Se anche voi volete scoprire quale mistero si cela dietro questi luoghi milanesi, “Il Codice delle Sette Luci” è disponibile su Amazon sia in versione cartacea che in eBook. Nel prossimo articolo vi racconterò perché ho scelto proprio Milano come ambientazione per questa storia di reincarnazione e misteri.

Dialogo Artistico: Alice Kavalla e la Fotografia di Carlo Oriani

La collaborazione artistica con Alice Kavalla è iniziata nel 2023 con la mostra UNO SGUARDO SUL MEDIOEVO, quando le mie immagini fotografiche si sono intrecciate per la prima volta con le sue parole evocative. Prima nella splendida cornice della Sala Imperatore del Castello Mediceo di Melegnano a giugno, poi nelle sale di Villa Mezzabarba a Borgarello in occasione della rievocazione storica dal Medioevo al Rinascimento. Quel viaggio parallelo tra presente e passato, dove le mie fotografie incontravano i suoi racconti di personaggi eroici e trame avvincenti, ha segnato l’inizio di un dialogo artistico che continua a evolversi.

C’è qualcosa di magico nel momento in cui due forme d’arte si riconoscono e decidono di crescere insieme. Da quella prima collaborazione medievale, Alice ha continuato il suo percorso di scrittura fino ad arrivare al suo romanzo “SEI come me”, e anche questa volta i nostri linguaggi artistici si sono ritrovati a dialogare. Era una sera prima della trasmissione radiofonica LIGHTNESS che Alice conduce su RadioUSOM, dove ormai sono ospite fisso. Ero appena tornato dall’Inghilterra con un portfolio di fotografie che ritraevano colline verdi che si perdevano nell’orizzonte.

Alice si è fermata su una particolare immagine – una di quelle che, pur essendo a colori, manteneva quella delicatezza tonale che si avvicina alla mia poetica del bianco e nero. I colori erano presenti ma smorzati, come filtrati da una leggera nebbia, creando un’atmosfera sospesa tra sogno e realtà. Questa è perfetta per il mio libro, ha detto con quella sicurezza che caratterizza chi ha trovato esattamente quello che cercava. In quel momento ho capito che la nostra sintonia artistica, nata tra le mura medievali, aveva trovato una nuova espressione.

Come fotografo, sono abituato a catturare frammenti di realtà in un istante. Alice, invece, ha costruito il suo romanzo come un mosaico emotivo, dove ogni protagonista – Agata, Sammy, Lorella, Luna, Ottavia e Silvia – rappresenta una sfaccettatura dell’universo femminile contemporaneo. La sua capacità di “sviluppare” i caratteri ricorda il processo di camera oscura: lentamente, nell’acido del racconto, emergono i dettagli, le sfumature, le profondità nascoste.

Quello che mi ha colpito di più, seguendo la nascita di questo libro sin dalle prime idee che mi mostrava dopo i nostri eventi medievali, è stato vedere come Alice abbia affinato la sua voce narrativa. Ogni scrittore ha il suo territorio narrativo, quel terreno dove si muove con naturalezza e autenticità. Alice lo ha trovato nel racconto della solidarietà femminile, in quelle storie di donne che si incontrano e si riconoscono negli occhi l’una dell’altra.

La scelta di utilizzare la mia fotografia per la copertina non è stata casuale, ma il naturale proseguimento del nostro dialogo artistico iniziato tra castelli e rievocazioni storiche. Quella immagine di colline che si perdevano nell’orizzonte cattura perfettamente l’essenza del libro: la vastità del paesaggio rappresenta le infinite possibilità che si aprono quando le donne si sostengono a vicenda, mentre il senso di intimità che pervade lo scatto riflette la dimensione personale e autentica dei racconti di Alice. È affascinante come un’immagine statica possa dialogare con centinaia di pagine scritte. La fotografia ferma un momento, la letteratura lo espande nel tempo. Insieme, creano una narrazione completa che tocca l’anima del lettore.

Essere stato il primo a farmi scrivere la dedica è stato un piccolo privilegio dell’amicizia che custodisco con affetto. Ma il vero privilegio è stato assistere alla trasformazione di Alice da scrittrice emergente – quella che con le sue parole dava vita ai miei scatti medievali – a narratrice consapevole della propria voce. Averla vista crescere, affinare il suo stile, trovare il coraggio di raccontare verità scomode e bellissime, è stato come osservare attraverso l’obiettivo il momento perfetto in cui tutto si allinea per creare l’immagine definitiva.

Questo libro mi ha fatto riflettere sul rapporto tra arte e vita, tra creatività e relazioni umane. Come fotografo, sono abituato a lavorare in solitudine, a catturare momenti fugaci che spesso nessun altro nota. Alice, invece, ha costruito la sua opera sulla condivisione, sull’incontro, sul riconoscimento reciproco. “SEI come me” non è solo il titolo del romanzo, è una filosofia di vita. È il riconoscimento che, nonostante le nostre differenze, condividiamo tutti la stessa umanità, le stesse paure, le stesse speranze. È quello che accade quando due persone – che siano amiche, sorelle, sconosciute – si guardano davvero negli occhi e si riconoscono.

Il libro è ora disponibile su Amazon in versione cartacea ed eBook, gratuito per chi ha Kindle Unlimited. Vi invito a leggerlo non solo per la qualità della scrittura di Alice, ma per l’esperienza emotiva che offre. Preparatevi a riconoscervi in Agata, Sammy, Lorella, Luna, Ottavia e Silvia. Preparatevi a scoprire che, effettivamente, non siamo mai soli.

Come dice Alice, a volte basta un incontro per scoprire di non essere gli unici a provare certe emozioni, a vivere certi conflitti, a sognare certi sogni. E forse, in un mondo che spesso ci fa sentire isolati, questo è il regalo più prezioso che un libro possa farci: la consapevolezza che siamo tutti, in fondo, incredibilmente simili.


Mentre scrivo queste righe, ho davanti a me quella fotografia di colline inglesi che ora decora la copertina del libro di Alice. E sorrido, pensando a come il nostro dialogo artistico, nato tra le mura di un castello medievale, abbia trovato una nuova forma di espressione. L’arte ha sempre il potere di creare connessioni inaspettate, di costruire ponti tra anime diverse ma profondamente affini.

Recensione di “Confini Sfumati”

★★★★★

Recensione di “Confini Sfumati”

★★★★★

Quando la mia cara amica Joan mi ha consegnato la bozza di “Confini Sfumati” con quella dedica che ancora oggi mi emoziona, non immaginavo di trovarmi tra le mani un romanzo erotico così coinvolgente e raffinato. Leggere le parole di qualcuno che conosci intimamente, vedere i suoi pensieri prendere forma in una storia così appassionante, è un’esperienza che va oltre la semplice lettura: posso assicurare che questo libro farà battere il cuore a molte lettrici.

Joan ha creato in Bianca Moretti una protagonista in cui ogni donna moderna può riconoscersi: brillante diplomatica che lotta tra carriera e desideri, forte ma vulnerabile, determinata eppure capace di abbandonarsi completamente quando incontra l’uomo giusto. E che uomo! Carlo Rinaldi è il perfetto Alpha male contemporaneo: fotografo nomade dal fascino magnetico, esperto delle arti dell’amore quanto degli obiettivi della sua macchina fotografica. Il loro primo incontro al Coastal Café di Dar es Salaam crea una tensione erotica che si può tagliare con un coltello.

L’ambientazione tanzaniana non è solo scenografia, ma diventa complice della passione: la tempesta al Kibali Lodge che li spinge l’uno nelle braccia dell’altro, la ricerca disperata nel Serengeti che rivela quanto profondo sia il loro legame. Joan sa costruire atmosfere che rendono ogni bacio, ogni carezza, ogni momento di intimità assolutamente credibile e travolgente.

Ma è proprio nell’erotismo che Joan dimostra il suo talento più sorprendente. Le scene d’amore sono scritte con una sensualità che fa venire i brividi: intense, appassionate, mai volgari ma abbastanza esplicite da far accelerare il battito cardiaco. Il modo in cui descrive il desiderio, l’attesa, l’abbandono totale tra Carlo e Bianca è qualcosa che ogni donna dovrebbe leggere almeno una volta. Quando lui le sussurra “sei mia” durante la tempesta, o quando lei finalmente si arrende alla passione nell’epilogo all’aeroporto… beh, preparatevi a dover aprire qualche finestra!

Joan riesce nell’impresa più difficile: scrivere di sesso parlando d’amore, creare scene bollenti che sono anche profondamente romantiche. Ogni momento di intimità fisica serve a far crescere la connessione emotiva tra i protagonisti, ogni bacio racconta una storia di anime che si riconoscono.

Certo, come amico sincero devo dire che alcune transizioni avrebbero potuto essere più fluide, ma quando ti ritrovi col fiato sospeso durante i loro incontri clandestini, questi dettagli diventano irrilevanti.

“Confini Sfumati” è il libro perfetto per chi cerca un romanzo erotico intelligente, con personaggi complessi e una storia che sa emozionare quanto eccitare. Se amate gli Alpha male che sanno essere teneri, le eroine forti che non hanno paura di perdere il controllo, e scene d’amore che vi faranno sognare per settimane, questo libro deve assolutamente finire sul vostro comodino.

Preparatevi a notti insonni: non solo per la voglia di sapere come va a finire, ma anche per quello che queste pagine sapranno risvegliare in voi.

© Carlo Oriani


“Confini Sfumati” di Joan K. Thompson è disponibile su AMAZON in versione cartacea.

Due serate, due luoghi: riflessioni sul Codice delle Sette Luci

Cari lettori, è passata una settimana dalle due serate di presentazione de “Il Codice delle Sette Luci” – la prima nella sala Consiliare del Comune di Vizzolo Predabissi e la seconda al Museo Broggi di Melegnano – e sto ancora riflettendo su quello che è emerso da questi incontri. Le sale non erano stracolme, era prevedibile con questa calura estiva, ma proprio per questo l’atmosfera è stata più intima e raccolta. Quello che mi ha colpito di più non sono stati gli applausi, ma la qualità delle domande che sono arrivate dopo, quelle che dimostrano quando un libro riesce davvero a toccare le corde giuste.

La cosa che mi ha fatto più piacere è stato vedere come i lettori presenti abbiano colto immediatamente la doppia anima del romanzo, nonostante fossi io stesso curioso di capire come sarebbe stata accolta questa storia. Da una parte c’è Sasha De Angelis, il mio fotografo protagonista che vive e respira Milano attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica. Dall’altra c’è questo mistero delle sette pietre blu che lo trascina in un viaggio attraverso le sue vite passate. E devo dire che il pubblico ha dimostrato di capire perfettamente che non si tratta di due storie separate.

Quando l’obiettivo diventa una finestra sull’anima

Una ragazza al Museo Broggi mi ha fatto una domanda che ha colto nel segno la connessione tra le mie due passioni: “Conosco le tue fotografie in bianco e nero e so perfettamente che quando scatti lo fai in modo istintivo, come hai fatto ad adattarti a un ritmo più lento e riflessivo dato dalla scrittura?” La sua domanda mi ha fatto riflettere su qualcosa che non avevo mai verbalizzato prima. È vero che scatto in modo istintivo perché in quel preciso momento vedo qualcosa che altri non vedono, ma è anche vero che la scrittura non è altro che dipingere con la penna, mentre nella fotografia si dipinge con luce e ombre. In realtà, devo ammettere che spesso scrivo anch’io d’istinto, e poi faccio una fatica tremenda a cambiare anche quando mi viene chiesto di farlo. Forse fotografia e scrittura non sono così diverse: entrambe catturano l’essenza di un momento, di un’emozione, di una verità che altrimenti andrebbe perduta.

Sasha non è un fotografo qualunque. È uno che vede oltre quello che inquadra. E quando inizia a ricordare le sue vite precedenti, si rende conto che il suo occhio fotografico è sempre stato lì, a catturare dettagli che gli altri non vedono. È come se la sua anima avesse sempre saputo di dover documentare qualcosa di importante, vita dopo vita.

Il fascino eterno delle vite passate

Ma parliamo dell’aspetto che forse mi incuriosiva di più: come sarebbe stata accolta la reincarnazione. Lo so, può sembrare un tema “difficile” per un thriller. Invece, osservando le reazioni del pubblico durante entrambe le presentazioni, ho avuto la conferma che è esattamente il contrario. Le vite passate non sono un espediente narrativo esotico, sono il modo più diretto per esplorare chi siamo davvero quando togliamo tutte le maschere.

Sasha scopre di essere stato, in vite precedenti, persone completamente diverse. Un giovane ladro parigino di nome Sébastien, un guardiamarina inglese chiamato James, un orologiaio rivoluzionario di nome Antoine, persino una guaritrice accusata di stregoneria, Giuliana… Ma quello che lo affascina (e che ha affascinato i lettori) non sono tanto i dettagli storici, quanto il filo rosso che collega tutte queste esistenze. Le sette pietre blu sono il mistero che attraversa i secoli, ma la vera scoperta è che alcuni legami sono davvero eterni.

Durante la serata al Museo Broggi, ho coinvolto direttamente il pubblico con una domanda che ha scatenato reazioni sorprendenti: “Avete mai provato dei déjà vu? Credete di aver vissuto altre vite?” Le mani si sono alzate una dopo l’altra, e le testimonianze hanno riempito la sala. Chi immaginava di essere stata una strega in vite passate, chi sentiva una connessione profonda con gli anni ’30, chi raccontava di aver provato disagio inspiegabile in certi luoghi, avvertendo presenze invisibili ma tangibili. Una lettrice ha confessato: “Mentre leggevo, mi sono chiesta se anche i miei incontri più importanti fossero in realtà dei ‘ritrovamenti’.” Ecco, questo è esattamente quello che speravo di trasmettere. Non importa se credete o no nella reincarnazione. Quello che conta è la sensazione che alcuni incontri, alcuni luoghi, alcune situazioni ci sembrino familiari per motivi che vanno oltre la logica.

Quando i lettori diventano complici

Devo ammettere che i commenti sui dialoghi mi hanno fatto particolarmente piacere, anche se non me li aspettavo. Scrivere dialoghi credibili è una delle sfide più grandi per chi racconta storie, soprattutto quando si tratta di un thriller esoterico ambientato a Milano. Come fai a far parlare un fotografo contemporaneo che scopre di ricordare vite passate senza che suoni pretenzioso o inverosimile?

La risposta l’ho trovata ascoltando davvero le persone. Sasha parla come parlerebbe chiunque di noi di fronte a qualcosa di incredibile: con dubbi, meraviglia, paura e quella curiosità che ti spinge comunque ad andare avanti. I suoi dialoghi con gli altri personaggi sono quelli che avreste voi, quelli che avrei io, quelli che abbiamo tutti quando la realtà supera la fantasia.

Un invito sincero

Concludo con una confessione: ascoltare le reazioni dei lettori in quelle due serate mi ha ricordato perché ho iniziato a scrivere. Non per spiegare misteri o dare risposte definitive, ma per condividere domande che ci tengono svegli la notte e che ci fanno sentire meno soli nell’universo.

“Il Codice delle Sette Luci” è lì che vi aspetta su Amazon, pronto a portarvi in questo viaggio tra Milano, la fotografia, le vite passate e i segreti che il tempo non riesce a cancellare. Se siete tra quelli che amano le storie che non si accontentano della superficie, che mescolano thriller e mistero con domande profonde sull’anima, allora Sasha De Angelis vi sta aspettando.

Andate su Amazon, cercate “Il Codice delle Sette Luci” e lasciatevi trascinare in questa avventura. E poi, se volete, scrivetemi. Mi piacerebbe sapere se anche voi, come i lettori di Melegnano, vi siete chiesti se certi incontri nella vostra vita fossero davvero dei “ritrovamenti”.

Buona lettura!

Carlo Oriani

“𝐈𝐋 𝐂𝐎𝐃𝐈𝐂𝐄 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐄 𝐒𝐄𝐓𝐓𝐄 𝐋𝐔𝐂𝐈”

🌟 𝐏𝐑𝐈𝐌𝐀 𝐏𝐑𝐄𝐒𝐄𝐍𝐓𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 𝐃𝐄𝐋 𝐓𝐎𝐔𝐑 🌟

“𝐈𝐋 𝐂𝐎𝐃𝐈𝐂𝐄 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐄 𝐒𝐄𝐓𝐓𝐄 𝐋𝐔𝐂𝐈” – il mio 𝐏𝐑𝐈𝐌𝐎 𝐑𝐎𝐌𝐀𝐍𝐙𝐎 – arriva per la prima volta dal vivo!

📅 𝐃𝐨𝐦𝐞𝐧𝐢𝐜𝐚 𝟖 𝐆𝐢𝐮𝐠𝐧𝐨, 𝐨𝐫𝐞 𝟐𝟏:𝟎𝟎

📍 𝐕𝐢𝐳𝐳𝐨𝐥𝐨 𝐏𝐫𝐞𝐝𝐚𝐛𝐢𝐬𝐬𝐢 – 𝐒𝐚𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐧𝐬𝐢𝐥𝐢𝐚𝐫𝐞

🏛️𝐂𝐨𝐧 𝐢𝐥 𝐏𝐚𝐭𝐫𝐨𝐜𝐢𝐧𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐕𝐢𝐳𝐳𝐨𝐥𝐨 𝐏𝐫𝐞𝐝𝐚𝐛𝐢𝐬𝐬𝐢

Un evento speciale per celebrare il mio debutto letterario con due ospiti d’eccezione: 𝐈𝐥𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐂𝐚𝐬𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢, giornalista pubblicista e operatrice olistica specializzata in astrologia karmica e benessere interiore, e 𝐀𝐥𝐢𝐜𝐞 𝐊𝐚𝐯𝐚𝐥𝐥𝐚, scrittrice che modererà l’incontro guidandoci attraverso i misteri del romanzo.

“𝑁𝑜𝑛 𝑠𝑒𝑖 𝑡𝑢 𝑎 𝑠𝑐𝑒𝑔𝑙𝑖𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑖𝑒𝑡𝑟𝑎. 𝐸̀ 𝑙𝑎 𝑝𝑖𝑒𝑡𝑟𝑎 𝑎 𝑠𝑐𝑒𝑔𝑙𝑖𝑒𝑟𝑒 𝑡𝑒. 𝑆𝑒𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑖𝑡𝑎̀?”

✨ Questa è solo la prima tappa del nostro viaggio! Il tour continuerà il 𝟏𝟒 𝐠𝐢𝐮𝐠𝐧𝐨 presso il 𝐌𝐮𝐬𝐞𝐨 𝐁𝐫𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐝𝐢 𝐌𝐞𝐥𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐨.

🎟️ 𝐈𝐍𝐆𝐑𝐄𝐒𝐒𝐎 𝐋𝐈𝐁𝐄𝐑𝐎 – Seguiranno firmacopie

Venite a scoprire i misteri nascosti nel mio primo Codice e lasciatevi trasportare in un mondo dove realtà e magia si intrecciano…