Sasha De Angelis: Il fotografo tra realtà e visione

Nel creare il protagonista de “Il Codice delle Sette Luci”, ho voluto esplorare una figura che mi è sempre stata familiare: il fotografo milanese, con la sua sensibilità particolare e il suo modo unico di vedere il mondo. Ma Sasha De Angelis non è un fotografo qualunque. È un uomo che, cercando di comprendere le proprie inquietanti visioni, viene trascinato in un vortice di misteri che lo porterà ben oltre i confini della realtà che conosce.

Sasha è un milanese sulla trentina, “volto dai lineamenti marcati ma gentili, incorniciato da capelli castani perennemente in disordine”, con “occhi verdi che sembravano scrutare oltre la superficie”. Come molti della sua generazione, vive di compromessi: lavora come grafico pubblicitario per pagarsi le bollette, ma la sua vera passione è la fotografia d’arte, praticata nei ritagli di tempo con la sua fedele Leica M9.

La scelta di fargli usare una Leica M9 racconta tutto del mio approccio al personaggio. Non è una macchina per fotografi casuali – è uno strumento per puristi, per chi riflette prima di scattare.

Volevo creare un protagonista che sceglie deliberatamente la strada più difficile. La Leica è l’opposto dello smartphone: richiede competenza, pazienza, intenzione. Ogni foto deve essere pensata, misurata, voluta. È la filosofia dell’anti-automatismo.

La Leica M è il sistema preferito dai maestri della fotografia da decenni – da Cartier-Bresson ai grandi reporter di guerra. Sasha sceglie la versione moderna di questo leggendario strumento, collegandosi così alla tradizione dei grandi dell’arte fotografica.

In sostanza, la M9 definisce istantaneamente Sasha come un outsider sofisticato: ha i mezzi economici per permettersela, la competenza per usarla, e la filosofia artistica per sceglierla contro opzioni più “facili”.

La Leica diventa quasi un personaggio del romanzo: Sasha “amava il suono discreto dell’otturatore, l’ergonomia perfetta del corpo macchina, la purezza del file che usciva dal sensore”. Ogni scatto è “una piccola preghiera silenziosa, un modo per mantenere vivo il ricordo di suo padre” – la macchina fotografica era infatti l’ultimo regalo di suo padre prima di morire in un incidente d’auto dieci anni prima.

Quello che rende Sasha un protagonista affascinante è che non sceglie consapevolmente di diventare un investigatore del mistero. È la realtà che lo sceglie, attraverso una serie di inquietanti déjà vu che iniziano a manifestarsi quando meno se lo aspetta. Lui vuole solo capire cosa gli sta succedendo, perché ha visioni di vite che non dovrebbero appartenergli.

Durante una normale gita al mercato con Giulia, la sua coinquilina da tre anni, il suo occhio fotografico viene catturato da “una bancarella di gioielli vintage. Tra i vari oggetti, una collana con pietre blu lucenti attirò la sua attenzione. Per un momento, il mondo sembrò fermarsi. Quelle pietre… le aveva già viste da qualche parte?”

È questo il momento in cui Sasha passa da semplice osservatore a cercatore involontario di risposte. Non può fare a meno di seguire questi indizi visivi che la sua formazione di fotografo gli rende impossibili da ignorare.

La grande forza di Sasha nella sua ricerca della verità è proprio la sua natura di fotografo. Ha sviluppato negli anni quella che tutti i fotografi conoscono: la capacità di notare dettagli che sfuggono agli altri, di vedere pattern e connessioni visive, di catturare “piccoli momenti di vita quotidiana cristallizzati in bianco e nero”.

Nel romanzo, questa abilità si manifesta in modi cruciali per svelare il mistero. La fotografia diventa il suo strumento per comprendere ciò che gli sta accadendo. Come spiega a Giulia all’inizio della loro avventura: “un fotografo non cattura solo immagini, cattura verità. Ogni foto è una finestra su qualcosa di più profondo”.

L’esempio più significativo di questa abilità si manifesta durante l’incidente stradale che osserva dalla finestra di una festa. Mentre tutti gli altri vedono solo una tragedia casuale – un ciclista che investe un pedone – l’occhio allenato di Sasha cattura qualcosa di diverso. Attraverso la finestra, vede “tutto con una chiarezza cristallina: il terrore negli occhi del ciclista quando si rese conto che non avrebbe potuto frenare in tempo, l’espressione dell’uomo che si voltò troppo tardi, il momento esatto in cui i loro corpi collisero.” Ma è quello che succede dopo che dimostra il suo dono unico: l’incidente diventa un trigger che gli permette di vedere oltre il presente, sovrapponendo alla scena una visione di “un giovane ragazzo che correva sui tetti di notte” – la sua vita passata come Sébastien. Dove altri vedrebbero solo un trauma, Sasha riconosce un pattern, una connessione tra passato e presente che solo il suo occhio di fotografo, abituato a cogliere i dettagli significativi, può decifrare.

Ma essere un fotografo nel mondo del mio romanzo comporta un prezzo. Sasha inizia a sperimentare strani déjà vu che si trasformano in vere e proprie visioni di vite passate – da Sébastien il ladro parigino dell’Ottocento, a James il marinaio, a vite ancora più antiche. Durante una sessione fotografica, “per un istante, mentre guardava attraverso l’obiettivo, ebbe una strana sensazione. La melodia gli sembrava familiare, quasi fosse una canzone sentita in un sogno dimenticato”.

Queste visioni non sono solo fastidiose distrazioni: sono pezzi di un puzzle molto più grande che Sasha deve imparare a decifrare per capire chi è veramente. Ogni immagine che cattura diventa potenzialmente una porta verso ricordi che non dovrebbero appartenergli, ma che sono parte della sua identità di Custode delle pietre blu attraverso le vite.

La Milano di Sasha non è la città turistica delle cartoline. È una metropoli stratificata dove “ogni pietra racconta una storia”, vista attraverso l’obiettivo di chi sa guardare oltre la superficie. I suoi spostamenti per la città – dalla Biblioteca Braidense agli archivi segreti, dal Palazzo Visconti ai mercati rionali – seguono la logica del fotografo che sa che ogni luogo può nascondere indizi per comprendere le sue visioni.

La sua Leica lo accompagna ovunque, pronta a catturare non solo la bellezza dei momenti quotidiani ma anche le tracce di misteri nascosti. È questo doppio sguardo – artistico e investigativo – che lo rende il protagonista perfetto per svelare i segreti delle sette pietre blu.

Quello che mi ha affascinato nel sviluppare Sasha è la sua evoluzione da fotografo inconsapevole a Custode risvegliato. All’inizio è quasi riluttante a seguire gli indizi che si presentano: “distogliendo lo sguardo dalla collana” quando la situazione diventa troppo strana. Vuole solo una spiegazione razionale per quello che gli sta succedendo.

Ma via via che la storia procede, viene trascinato sempre più in profondità nel mistero, fino a scoprire che insieme a Giulia sono anime gemelle che si ritrovano in ogni vita. La macchina fotografica che era “più di un semplice strumento” diventa un vero e proprio ponte tra dimensioni, capace di catturare non solo immagini ma verità che attraversano i secoli e le dimensioni.

In fondo, Sasha rappresenta un tipo umano che molti di noi riconoscono: l’artista costretto a compromessi con il mondo commerciale, che trova la sua vera identità nei momenti rubati alla creatività personale. La sua Leica è il simbolo di questa dualità: uno strumento professionale usato per passione pura.

Ma nel mondo del mio romanzo, questa passione lo porta molto più lontano di quanto avesse mai immaginato. Quello che inizia come un tentativo di comprendere le proprie inquietanti visioni diventa un viaggio attraverso vite, morti e rinascite, fino alla scoperta che l’arte stessa può diventare una porta tra mondi e dimensioni.

Perché a volte, quando si sa davvero guardare, si scopre che “le verità più straordinarie si nascondono proprio oltre l’inquadratura” – e che il prezzo di queste verità può essere molto più alto di quanto si possa immaginare.


Se anche voi volete scoprire quale mistero si cela dietro questi luoghi milanesi, “Il Codice delle Sette Luci” è disponibile su Amazon sia in versione cartacea che in eBook. Nel prossimo articolo vi racconterò perché ho scelto proprio Milano come ambientazione per questa storia di reincarnazione e misteri.

Dialogo Artistico: Alice Kavalla e la Fotografia di Carlo Oriani

La collaborazione artistica con Alice Kavalla è iniziata nel 2023 con la mostra UNO SGUARDO SUL MEDIOEVO, quando le mie immagini fotografiche si sono intrecciate per la prima volta con le sue parole evocative. Prima nella splendida cornice della Sala Imperatore del Castello Mediceo di Melegnano a giugno, poi nelle sale di Villa Mezzabarba a Borgarello in occasione della rievocazione storica dal Medioevo al Rinascimento. Quel viaggio parallelo tra presente e passato, dove le mie fotografie incontravano i suoi racconti di personaggi eroici e trame avvincenti, ha segnato l’inizio di un dialogo artistico che continua a evolversi.

C’è qualcosa di magico nel momento in cui due forme d’arte si riconoscono e decidono di crescere insieme. Da quella prima collaborazione medievale, Alice ha continuato il suo percorso di scrittura fino ad arrivare al suo romanzo “SEI come me”, e anche questa volta i nostri linguaggi artistici si sono ritrovati a dialogare. Era una sera prima della trasmissione radiofonica LIGHTNESS che Alice conduce su RadioUSOM, dove ormai sono ospite fisso. Ero appena tornato dall’Inghilterra con un portfolio di fotografie che ritraevano colline verdi che si perdevano nell’orizzonte.

Alice si è fermata su una particolare immagine – una di quelle che, pur essendo a colori, manteneva quella delicatezza tonale che si avvicina alla mia poetica del bianco e nero. I colori erano presenti ma smorzati, come filtrati da una leggera nebbia, creando un’atmosfera sospesa tra sogno e realtà. Questa è perfetta per il mio libro, ha detto con quella sicurezza che caratterizza chi ha trovato esattamente quello che cercava. In quel momento ho capito che la nostra sintonia artistica, nata tra le mura medievali, aveva trovato una nuova espressione.

Come fotografo, sono abituato a catturare frammenti di realtà in un istante. Alice, invece, ha costruito il suo romanzo come un mosaico emotivo, dove ogni protagonista – Agata, Sammy, Lorella, Luna, Ottavia e Silvia – rappresenta una sfaccettatura dell’universo femminile contemporaneo. La sua capacità di “sviluppare” i caratteri ricorda il processo di camera oscura: lentamente, nell’acido del racconto, emergono i dettagli, le sfumature, le profondità nascoste.

Quello che mi ha colpito di più, seguendo la nascita di questo libro sin dalle prime idee che mi mostrava dopo i nostri eventi medievali, è stato vedere come Alice abbia affinato la sua voce narrativa. Ogni scrittore ha il suo territorio narrativo, quel terreno dove si muove con naturalezza e autenticità. Alice lo ha trovato nel racconto della solidarietà femminile, in quelle storie di donne che si incontrano e si riconoscono negli occhi l’una dell’altra.

La scelta di utilizzare la mia fotografia per la copertina non è stata casuale, ma il naturale proseguimento del nostro dialogo artistico iniziato tra castelli e rievocazioni storiche. Quella immagine di colline che si perdevano nell’orizzonte cattura perfettamente l’essenza del libro: la vastità del paesaggio rappresenta le infinite possibilità che si aprono quando le donne si sostengono a vicenda, mentre il senso di intimità che pervade lo scatto riflette la dimensione personale e autentica dei racconti di Alice. È affascinante come un’immagine statica possa dialogare con centinaia di pagine scritte. La fotografia ferma un momento, la letteratura lo espande nel tempo. Insieme, creano una narrazione completa che tocca l’anima del lettore.

Essere stato il primo a farmi scrivere la dedica è stato un piccolo privilegio dell’amicizia che custodisco con affetto. Ma il vero privilegio è stato assistere alla trasformazione di Alice da scrittrice emergente – quella che con le sue parole dava vita ai miei scatti medievali – a narratrice consapevole della propria voce. Averla vista crescere, affinare il suo stile, trovare il coraggio di raccontare verità scomode e bellissime, è stato come osservare attraverso l’obiettivo il momento perfetto in cui tutto si allinea per creare l’immagine definitiva.

Questo libro mi ha fatto riflettere sul rapporto tra arte e vita, tra creatività e relazioni umane. Come fotografo, sono abituato a lavorare in solitudine, a catturare momenti fugaci che spesso nessun altro nota. Alice, invece, ha costruito la sua opera sulla condivisione, sull’incontro, sul riconoscimento reciproco. “SEI come me” non è solo il titolo del romanzo, è una filosofia di vita. È il riconoscimento che, nonostante le nostre differenze, condividiamo tutti la stessa umanità, le stesse paure, le stesse speranze. È quello che accade quando due persone – che siano amiche, sorelle, sconosciute – si guardano davvero negli occhi e si riconoscono.

Il libro è ora disponibile su Amazon in versione cartacea ed eBook, gratuito per chi ha Kindle Unlimited. Vi invito a leggerlo non solo per la qualità della scrittura di Alice, ma per l’esperienza emotiva che offre. Preparatevi a riconoscervi in Agata, Sammy, Lorella, Luna, Ottavia e Silvia. Preparatevi a scoprire che, effettivamente, non siamo mai soli.

Come dice Alice, a volte basta un incontro per scoprire di non essere gli unici a provare certe emozioni, a vivere certi conflitti, a sognare certi sogni. E forse, in un mondo che spesso ci fa sentire isolati, questo è il regalo più prezioso che un libro possa farci: la consapevolezza che siamo tutti, in fondo, incredibilmente simili.


Mentre scrivo queste righe, ho davanti a me quella fotografia di colline inglesi che ora decora la copertina del libro di Alice. E sorrido, pensando a come il nostro dialogo artistico, nato tra le mura di un castello medievale, abbia trovato una nuova forma di espressione. L’arte ha sempre il potere di creare connessioni inaspettate, di costruire ponti tra anime diverse ma profondamente affini.

Battito Accelerato e Gratitudine: La Mia Prima come Scrittore

Ieri sera sono salito sul palco con il cuore che batteva a mille 💓 perché era la mia 𝐏𝐑𝐈𝐌𝐀 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞. La Sala Consiliare del Comune di Vizzolo Predabissi (MI) non era completamente piena, e ci sta, l’avevo messo in conto, ma quello che ho trovato è stato ancora più prezioso: un gruppo di persone davvero interessate e coinvolte.

Vedere i vostri volti attenti, le vostre domande, il dibattito che si è acceso… mi ha fatto capire che ne è valsa davvero la pena! A volte la qualità dell’ascolto vale più della quantità dei presenti.

Grazie a tutti quelli che hanno partecipato alla presentazione de “𝐈𝐋 𝐂𝐎𝐃𝐈𝐂𝐄 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐄 𝐒𝐄𝐓𝐓𝐄 𝐋𝐔𝐂𝐈”. L’interesse che avete mostrato per i temi del libro – dalle vite passate alla Società del Tempo Eterno, dai misteri delle pietre blu alle verità nascoste che attraversano la storia – mi ha emozionato più di quanto potessi immaginare.

Ogni scrittore si fa sempre la stessa domanda: “Ma interesserà davvero a qualcuno quello che ho scritto?” Ieri sera ho avuto la mia risposta ✨

Un ringraziamento speciale va ad Alice Kavalla, la mia socia d’arte, che ha moderato la serata con la sua solita eleganza e sensibilità, e a Ilaria Castelli per aver arricchito il dibattito con la sua competenza in astrologia ed energia karmica – perfetta sintonia con i temi del libro!

Per chi si fosse perso la presentazione di ieri sera, ci sarà una nuova occasione: 𝐬𝐚𝐛𝐚𝐭𝐨 𝟏𝟒 𝐠𝐢𝐮𝐠𝐧𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝟐𝟏.𝟎𝟎 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐢𝐥 𝐌𝐮𝐬𝐞𝐨 𝐁𝐫𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐝𝐢 𝐌𝐞𝐥𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐨. Vi aspetto numerosi!

Grazie di cuore! 📚❤️

“𝐈𝐋 𝐂𝐎𝐃𝐈𝐂𝐄 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐄 𝐒𝐄𝐓𝐓𝐄 𝐋𝐔𝐂𝐈”

🌟 𝐏𝐑𝐈𝐌𝐀 𝐏𝐑𝐄𝐒𝐄𝐍𝐓𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 𝐃𝐄𝐋 𝐓𝐎𝐔𝐑 🌟

“𝐈𝐋 𝐂𝐎𝐃𝐈𝐂𝐄 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐄 𝐒𝐄𝐓𝐓𝐄 𝐋𝐔𝐂𝐈” – il mio 𝐏𝐑𝐈𝐌𝐎 𝐑𝐎𝐌𝐀𝐍𝐙𝐎 – arriva per la prima volta dal vivo!

📅 𝐃𝐨𝐦𝐞𝐧𝐢𝐜𝐚 𝟖 𝐆𝐢𝐮𝐠𝐧𝐨, 𝐨𝐫𝐞 𝟐𝟏:𝟎𝟎

📍 𝐕𝐢𝐳𝐳𝐨𝐥𝐨 𝐏𝐫𝐞𝐝𝐚𝐛𝐢𝐬𝐬𝐢 – 𝐒𝐚𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐧𝐬𝐢𝐥𝐢𝐚𝐫𝐞

🏛️𝐂𝐨𝐧 𝐢𝐥 𝐏𝐚𝐭𝐫𝐨𝐜𝐢𝐧𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐕𝐢𝐳𝐳𝐨𝐥𝐨 𝐏𝐫𝐞𝐝𝐚𝐛𝐢𝐬𝐬𝐢

Un evento speciale per celebrare il mio debutto letterario con due ospiti d’eccezione: 𝐈𝐥𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐂𝐚𝐬𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢, giornalista pubblicista e operatrice olistica specializzata in astrologia karmica e benessere interiore, e 𝐀𝐥𝐢𝐜𝐞 𝐊𝐚𝐯𝐚𝐥𝐥𝐚, scrittrice che modererà l’incontro guidandoci attraverso i misteri del romanzo.

“𝑁𝑜𝑛 𝑠𝑒𝑖 𝑡𝑢 𝑎 𝑠𝑐𝑒𝑔𝑙𝑖𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑖𝑒𝑡𝑟𝑎. 𝐸̀ 𝑙𝑎 𝑝𝑖𝑒𝑡𝑟𝑎 𝑎 𝑠𝑐𝑒𝑔𝑙𝑖𝑒𝑟𝑒 𝑡𝑒. 𝑆𝑒𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑖𝑡𝑎̀?”

✨ Questa è solo la prima tappa del nostro viaggio! Il tour continuerà il 𝟏𝟒 𝐠𝐢𝐮𝐠𝐧𝐨 presso il 𝐌𝐮𝐬𝐞𝐨 𝐁𝐫𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐝𝐢 𝐌𝐞𝐥𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐨.

🎟️ 𝐈𝐍𝐆𝐑𝐄𝐒𝐒𝐎 𝐋𝐈𝐁𝐄𝐑𝐎 – Seguiranno firmacopie

Venite a scoprire i misteri nascosti nel mio primo Codice e lasciatevi trasportare in un mondo dove realtà e magia si intrecciano…

Il Codice delle Sette Luci

“Mi muovo nell’ombra alla maniera di un gatto sui tetti di Parigi, scivolando tra i comignoli che vomitano fumo nero nel cielo invernale. Il lucernario del palazzo è socchiuso, proprio come avevo previsto – lo aprono per far uscire il fumo delle stufe. L’adrenalina pulsa nelle mie vene […]”

“𝐈𝐥 𝐂𝐨𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐒𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐋𝐮𝐜𝐢” è ora disponibile su Amazon in versione cartacea e eBook: https://amzn.eu/d/aJcgHbk

Un thriller esoterico che ti porterà attraverso secoli di misteri.

𝐈𝐥 𝐏𝐨𝐫𝐭𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐁𝐞𝐜𝐜𝐨

Nel vicolo stretto, dove i lampioni non arrivavano, si muoveva una figura silenziosa. Pietro aveva scelto di indossare la maschera del medico della peste per il festival medievale della città, ma ora, mentre tornava a casa sotto una pioggia sottile, si sentiva stranamente osservato.

I mattoni umidi delle vecchie mura sembravano sussurrare storie di epidemie passate, quando figure simili a lui percorrevano questi stessi vicoli portando rimedi inefficaci e false speranze.

Si fermò improvvisamente. Qualcosa brillava tra le fessure dei ciottoli: una piccola pietra blu brillante, quasi luminescente nel buio. La raccolse, sentendola stranamente calda al tatto, e la infilò nella tasca senza pensarci troppo.

Fu solo arrivato a casa che notò come il suo respiro, dietro la maschera, fosse diventato più pesante. E come le voci, quelle che credeva provenissero dalle mura, ora sembrassero sussurrare direttamente nella sua mente.

Guardò la sua immagine riflessa nello specchio dell’ingresso: non era più lui che indossava una maschera, ma la maschera che aveva indossato lui. E mentre la nebbia calava sulla città, altre figure con becchi neri cominciarono a emergere dalle ombre, tutte alla ricerca di chi portava con sé quella particolare pietra.

Photographer & Writer: © Carlo Oriani

Nell’occhio dell’algoritmo: identità tra incanto e plastica

Quando il selfie non basta più, gli algoritmi ci trasformano in fiabe animate o giocattoli da collezione. Cosa rivelano questi nuovi specchi digitali sulla nostra ricerca d’identità?

Lo specchio si fa algoritmo
Sui social network si sta diffondendo una nuova forma di autoritratto che supera il semplice filtro fotografico. Non si tratta più di migliorare l’immagine, ma di reinventarla completamente: volti trasformati in personaggi dello Studio Ghibli o Action Figure da collezione, completi di confezione vintage e accessori personalizzati.
Queste tendenze sono diventate virali nelle ultime settimane, con milioni di utenti che ogni giorno condividono le proprie metamorfosi digitali. Da un lato, app come Lensa AI e Stable Diffusion ci trasportano nell’universo poetico di Hayao Miyazaki, dall’altro, generatori 3D come FigureMe e Action Selfie ci trasformano in oggetti da collezione, sospesi tra nostalgia e ironia postmoderna.
Cosa c’è dietro questo fenomeno globale? È semplice vanità digitale o esprime un bisogno più profondo? La risposta sembra risiedere nel nostro rapporto sempre più complesso con l’identità nell’era dell’algoritmo.

L’estetica dell’incanto: il sé come narrazione poetica
Il fascino dell’estetica Ghibli va oltre la semplice bellezza grafica. Quando ci trasformiamo in un personaggio da “La città incantata” o “Il mio vicino Totoro”, non cerchiamo solo un miglioramento estetico, ma una trasfigurazione emotiva.
In un mondo dominato da performance continua e connessione frenetica, l’estetica Ghibli offre un rifugio contemplativo. Gli occhi più grandi e espressivi, i paesaggi naturali sullo sfondo, la luminosità soffusa: tutto contribuisce a creare un’aura di serenità che contrasta con l’ansia quotidiana della vita digitale.
Non è solo nostalgia per l’infanzia o per l’estetica anime degli anni ’90, ma desiderio di autonarrazione poetica. L’algoritmo diventa così uno strumento per esplorare dimensioni interiori altrimenti inesprimibili, trasformando l’identità digitale in un racconto visivo che parla più della nostra interiorità che del nostro aspetto.

L’identità in blister: il sé come prodotto culturale
Sul versante opposto dello spettro estetico troviamo la tendenza delle action figure personalizzate. Qui l’identità viene letteralmente “impacchettata” in una confezione sigillata, completa di logo, slogan personale e caratteristiche distintive.
Se l’estetica Ghibli ci mostra come saremmo in un mondo più poetico, l’Action Figure rivela come ci percepiamo in un universo iperconsumistico. La plastica lucida, le pose dinamiche, gli accessori caratterizzanti: tutto contribuisce a trasformarci in un prodotto commerciale, in un brand personale.
Questa tendenza riflette la mercificazione dell’identità contemporanea, ma lo fa con un twist meta-ironico. Trasformandoci volontariamente in oggetti da collezione, riprendiamo controllo di un processo che spesso subiamo passivamente: la riduzione della persona a prodotto, a immagine consumabile.

L’algoritmo come co-creatore: tecnologia e immaginazione
Entrambe queste tendenze sono possibili grazie ai recenti progressi dell’intelligenza artificiale generativa. Modelli come Stable Diffusion, Midjourney e DALL·E 3 hanno raggiunto una sofisticazione tale da poter reinterpretare immagini esistenti secondo stili specifici, mantenendo un livello di riconoscibilità sorprendente.
L’algoritmo non è più solo uno strumento, ma un collaboratore creativo che interpreta, elabora e trasforma. In questo processo, l’IA può rivelare aspetti della nostra identità che forse non conoscevamo, proponendo versioni alternative di noi stessi che possono essere rivelatorie o disorientanti.
Questa capacità apre a una nuova forma di conoscenza di sé mediata dalla tecnologia: l’identità aumentata, dove la macchina diventa co-autrice della nostra rappresentazione.

Specchi deformanti: psicologia dell’immagine alterata
Le trasformazioni algoritmiche hanno conseguenze psicologiche che sto iniziando a osservare. Da una parte, possono aumentare il senso di controllo sulla propria immagine e stimolare la creatività; dall’altra, rischiano di accentuare la dissociazione tra il sé reale e quello digitale.
Non si tratta più solo del divario tra come appariamo e come vorremmo apparire, ma tra chi siamo e chi potremmo essere in universi paralleli generati dall’IA.
Questa frammentazione identitaria ha un doppio volto. Per alcuni rappresenta una liberazione dalle costrizioni dell’identità fisica; per altri, una fonte di confusione e alienazione. Alcune ricerche recenti suggeriscono che l’esposizione prolungata a versioni idealizzate di sé può aumentare l’ansia sociale e compromettere l’accettazione del proprio corpo reale.
L’algoritmo diventa così uno specchio deformante che, come nella fiaba di Biancaneve, non si limita a mostrare, ma giudica e suggerisce: “Non sei la più bella del reame, ma potresti esserlo così.”

Il paradosso della maschera: libertà o prigionia?
Il concetto di “simulacro” teorizzato da Jean Baudrillard appare particolarmente pertinente: non si tratta più di immagini che rappresentano una realtà, ma di rappresentazioni che sostituiscono la realtà stessa.
Le nostre versioni digitali non sono semplici maschere: sono protesi identitarie che estendono la nostra presenza nel mondo. Come scriveva Marshall McLuhan, “prima modelliamo i nostri strumenti, poi i nostri strumenti modellano noi.” L’algoritmo non è più solo un mezzo, ma un ambiente culturale che determina come ci percepiamo.
Questo pone un paradosso esistenziale: la moltiplicazione delle possibilità rappresentative ci libera o ci imprigiona? Da un lato, poter scegliere come apparire offre uno spazio di libertà senza precedenti; dall’altro, la pressione a curare costantemente la propria immagine digitale diventa un nuovo vincolo sociale.
Quando le scelte diventano infinite, si trasformano in un labirinto. La libertà assoluta può essere paralizzante quanto l’assenza di libertà.

Oltre lo specchio algoritmico: verso un’etica dell’identità digitale
Le trasformazioni algoritmiche sollevano anche questioni etiche cruciali che non possiamo ignorare. Le piattaforme che offrono questi servizi raccolgono dati biometrici sensibili, che potrebbero essere utilizzati per scopi commerciali o di sorveglianza. Inoltre, gli algoritmi di trasformazione spesso riproducono stereotipi estetici dominanti, privilegiando determinati canoni di bellezza a scapito di altri.
Emerge quindi la necessità di un’etica dell’identità digitale che consideri non solo i diritti individuali alla rappresentazione, ma anche le responsabilità collettive. Come possiamo garantire che questi strumenti espandano genuinamente le possibilità espressive senza diventare nuove forme di controllo sociale?

Conclusione: l’identità come opera aperta
Le trasformazioni algoritmiche dell’immagine rappresentano più di una moda passeggera: sono un laboratorio dove si sperimenta la ridefinizione dell’identità contemporanea. Tra incanto e plastica, tra poesia e consumo, stiamo assistendo all’emergere di un nuovo rapporto con noi stessi, mediato dalla tecnologia ma profondamente umano nelle sue aspirazioni.
L’identità nell’era dell’algoritmo diventa un’opera aperta, un processo in continua evoluzione che oscilla tra rappresentazione e reinvenzione. Come in un gioco di specchi, ciò che vediamo non è mai solo un riflesso, ma una proiezione dei nostri desideri, timori e possibilità.
La sfida più grande è mantenere consapevolezza in questo processo: riconoscere che ogni trasformazione è un atto narrativo, e che dietro ogni narrazione c’è sempre una responsabilità. Quella di ricordare che, al di là degli specchi algoritmici, esiste ancora un sé autentico che cerca riconoscimento.
Non si tratta di rifiutare le maschere digitali, ma di indossarle con consapevolezza critica. In un mondo dove l’identità si fa fluida e algoritmicamente mediata, la vera libertà sta forse nella capacità di giocare con le proprie rappresentazioni senza perdere il contatto con la propria verità interiore.
La domanda non è più solo “chi sono?”, ma “chi posso diventare?”. E la risposta, per quanto affascinante, non potrà mai essere affidata completamente all’algoritmo.

Writer: © Carlo Oriani

L’ATTESA È FINITA

📚✨ “La memoria è un fiume che scorre attraverso molte vite” ✨📚

Amici, il mio romanzo “Il Codice delle Sette Luci” è finalmente disponibile! 🎉

Il viaggio di Sasha tra le strade di Milano e le profondità di Istanbul, inseguendo il mistero di sette pietre blu antiche quanto il tempo, vi catturerà dalla prima all’ultima pagina.

Un thriller esoterico nato dalla mia passione per la fotografia, la storia e i misteri che trascendono le epoche.

Ogni vita lascia un segno. Ogni anima ha una storia da raccontare. E alcune verità possono cambiare il destino dell’umanità. 🔍🌙

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Se vi piace, lasciate una recensione – è il regalo più prezioso per uno scrittore! 🙏

Dall’inquadratura alla pagina

Come fotografo, ho sempre cercato di catturare l’essenza dei momenti, di raccontare storie attraverso le immagini. Ma ci sono narrazioni che vanno oltre ciò che qualsiasi obiettivo possa immortalare.

“Il Codice delle Sette Luci” nasce da questa consapevolezza. È la storia di Sasha De Angelis, un fotografo la cui vita viene sconvolta quando inizia a sperimentare ricordi di vite che non ha mai vissuto. La sua Leica M9, fedele compagna ereditata dal padre, continua a catturare il presente, mentre il suo mondo si spalanca verso un passato impossibile.

Ho scelto di raccontare questa storia attraverso le parole anziché le immagini, perché alcuni misteri trascendono il visibile. Come ogni fotografia rivela solo un frammento di realtà, così questo romanzo svela gradualmente una verità più profonda, nascosta tra le pieghe del tempo.

Le strade di Milano, scenario quotidiano dei nostri scatti, diventano il palcoscenico di un’avventura che intreccia presente e passato. Sette misteriose pietre blu guidano il protagonista in un viaggio che ridefinirà non solo la sua vita, ma il significato stesso dell’esistenza umana.

Dal 28 febbraio 2025, vi invito a guardare oltre il visibile, oltre ciò che qualsiasi obiettivo possa catturare, per scoprire una storia che cambierà il vostro modo di vedere la realtà.

Perché a volte, le verità più straordinarie si nascondono proprio oltre l’inquadratura.

Carlo Oriani

DOMANI

Domani, dolce domani, le promesse danzano leggere come piume, ci ritroveremo, ti sussurrerò il tuo nome, sotto un firmamento dai toni mutevoli. Cammineremo, mano nella mano, domani, lungo i sentieri intrecciati dall’amore, ti svelerò i segreti del mio cuore, quando l’orologio scandirà il nostro momento. Domani, ti svelerò, quanto sei inestimabile per me, forse l’amore sboccerà tra noi, o forse lo perderemo in un sorso di caffè. Domani, nutriamo speranze, dimenticando l’incertezza che porta un nuovo giorno, che le voci care possono spegnersi, e il “Domani” può scivolare via come sabbia tra le dita. I bambini, domani, perderanno la loro innocenza, i genitori diverranno ombre sfumate, e il “Domani” si disperderà nel soffio del vento. Domani, il giorno cederà il passo alla notte, l’impotenza avvolgerà il velo dell’oscurità, il sorriso si dissolverà in un lamento, e la vita si ridurrà a un ricordo delicato.

(Carlo Oriani)