Quando la mia cara amica Joan mi ha consegnato la bozza di “Confini Sfumati” con quella dedica che ancora oggi mi emoziona, non immaginavo di trovarmi tra le mani un romanzo erotico così coinvolgente e raffinato. Leggere le parole di qualcuno che conosci intimamente, vedere i suoi pensieri prendere forma in una storia così appassionante, è un’esperienza che va oltre la semplice lettura: posso assicurare che questo libro farà battere il cuore a molte lettrici.
Joan ha creato in Bianca Moretti una protagonista in cui ogni donna moderna può riconoscersi: brillante diplomatica che lotta tra carriera e desideri, forte ma vulnerabile, determinata eppure capace di abbandonarsi completamente quando incontra l’uomo giusto. E che uomo! Carlo Rinaldi è il perfetto Alpha male contemporaneo: fotografo nomade dal fascino magnetico, esperto delle arti dell’amore quanto degli obiettivi della sua macchina fotografica. Il loro primo incontro al Coastal Café di Dar es Salaam crea una tensione erotica che si può tagliare con un coltello.
L’ambientazione tanzaniana non è solo scenografia, ma diventa complice della passione: la tempesta al Kibali Lodge che li spinge l’uno nelle braccia dell’altro, la ricerca disperata nel Serengeti che rivela quanto profondo sia il loro legame. Joan sa costruire atmosfere che rendono ogni bacio, ogni carezza, ogni momento di intimità assolutamente credibile e travolgente.
Ma è proprio nell’erotismo che Joan dimostra il suo talento più sorprendente. Le scene d’amore sono scritte con una sensualità che fa venire i brividi: intense, appassionate, mai volgari ma abbastanza esplicite da far accelerare il battito cardiaco. Il modo in cui descrive il desiderio, l’attesa, l’abbandono totale tra Carlo e Bianca è qualcosa che ogni donna dovrebbe leggere almeno una volta. Quando lui le sussurra “sei mia” durante la tempesta, o quando lei finalmente si arrende alla passione nell’epilogo all’aeroporto… beh, preparatevi a dover aprire qualche finestra!
Joan riesce nell’impresa più difficile: scrivere di sesso parlando d’amore, creare scene bollenti che sono anche profondamente romantiche. Ogni momento di intimità fisica serve a far crescere la connessione emotiva tra i protagonisti, ogni bacio racconta una storia di anime che si riconoscono.
Certo, come amico sincero devo dire che alcune transizioni avrebbero potuto essere più fluide, ma quando ti ritrovi col fiato sospeso durante i loro incontri clandestini, questi dettagli diventano irrilevanti.
“Confini Sfumati” è il libro perfetto per chi cerca un romanzo erotico intelligente, con personaggi complessi e una storia che sa emozionare quanto eccitare. Se amate gli Alpha male che sanno essere teneri, le eroine forti che non hanno paura di perdere il controllo, e scene d’amore che vi faranno sognare per settimane, questo libro deve assolutamente finire sul vostro comodino.
Preparatevi a notti insonni: non solo per la voglia di sapere come va a finire, ma anche per quello che queste pagine sapranno risvegliare in voi.
Un evento che ha fatto rombare i motori e vibrare il cuore della comunità
Ieri si è svolto con grande successo il primo MotoBrumed 2025, il motoraduno organizzato dal Comune di Mediglia con la collaborazione operativa di Radio Usom, l’unica radio di Melegnano. L’evento ha rappresentato il primo appuntamento del Mediglia Summer Festival, portando energia, passione e il rombo dei motori nella suggestiva cornice di Mombretto.
Un’organizzazione impeccabile nonostante il meteo
Nonostante le previsioni meteorologiche non proprio favorevoli, i centauri si sono presentati numerosi in piazza Terracini a Mombretto, pronti a far rombarre i motori delle loro motociclette. L’evento ha dimostrato come la passione per le due ruote possa superare qualsiasi ostacolo, anche quello del maltempo.
Al loro arrivo, i motociclisti hanno avuto il piacere di fare un giro per le frazioni del comune di Mediglia, scoprendo le bellezze del territorio in sella alle loro fedeli compagne.
Radio Usom al centro dell’evento
Radio Usom ha svolto un ruolo fondamentale come partner ufficiale dell’iniziativa. Gli speaker della radio, tra cui L’Alis, conduttrice del programma radiofonico Lightness che parla appunto di viaggi in moto, l’impeccabile regia di Maxtriplax, il fotografo ufficiale Carlo Oriani, Rosanna, Roberto Florindi e lo Chansommelier Fel, erano tutti presenti per raccontare emozioni e storie direttamente dal cuore dell’evento. Era presente anche Davide Anastasio, il presidente dell’Usom Calcio, e Monica della radio che si è occupata della parte social dell’evento.
La radio ha offerto interviste dal vivo ai protagonisti del motoraduno, con “caschi allacciati e microfoni aperti per dare voce a chi vive sulle due ruote: per passione, per libertà, per divertimento… o perché ha fatto della moto una vera filosofia di vita”.
Un evento che ha superato le difficoltà
Nonostante il forte vento e la pioggia che hanno fatto desistere gran parte del pubblico inizialmente intervenuto, l’evento è proseguito con successo grazie alla costanza e alla determinazione dei volontari di ProLoco Mediglia e di DJ Psycho. La serata è continuata all’insegna della musica live.
Un successo da ripetere
L’entusiasmo per questo primo MotoBrumed lascia ben sperare per le future edizioni dell’evento, che verrà riproposto il prossimo anno.
Il successo del MotoBrumed 2025 dimostra come eventi di questo tipo possano valorizzare il territorio e creare momenti di aggregazione autentica, dove la passione per le due ruote diventa un ponte tra persone diverse unite dall’amore per la libertà su strada.
Cari lettori, è passata una settimana dalle due serate di presentazione de “Il Codice delle Sette Luci” – la prima nella sala Consiliare del Comune di Vizzolo Predabissi e la seconda al Museo Broggi di Melegnano – e sto ancora riflettendo su quello che è emerso da questi incontri. Le sale non erano stracolme, era prevedibile con questa calura estiva, ma proprio per questo l’atmosfera è stata più intima e raccolta. Quello che mi ha colpito di più non sono stati gli applausi, ma la qualità delle domande che sono arrivate dopo, quelle che dimostrano quando un libro riesce davvero a toccare le corde giuste.
La cosa che mi ha fatto più piacere è stato vedere come i lettori presenti abbiano colto immediatamente la doppia anima del romanzo, nonostante fossi io stesso curioso di capire come sarebbe stata accolta questa storia. Da una parte c’è Sasha De Angelis, il mio fotografo protagonista che vive e respira Milano attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica. Dall’altra c’è questo mistero delle sette pietre blu che lo trascina in un viaggio attraverso le sue vite passate. E devo dire che il pubblico ha dimostrato di capire perfettamente che non si tratta di due storie separate.
Quando l’obiettivo diventa una finestra sull’anima
Una ragazza al Museo Broggi mi ha fatto una domanda che ha colto nel segno la connessione tra le mie due passioni: “Conosco le tue fotografie in bianco e nero e so perfettamente che quando scatti lo fai in modo istintivo, come hai fatto ad adattarti a un ritmo più lento e riflessivo dato dalla scrittura?” La sua domanda mi ha fatto riflettere su qualcosa che non avevo mai verbalizzato prima. È vero che scatto in modo istintivo perché in quel preciso momento vedo qualcosa che altri non vedono, ma è anche vero che la scrittura non è altro che dipingere con la penna, mentre nella fotografia si dipinge con luce e ombre. In realtà, devo ammettere che spesso scrivo anch’io d’istinto, e poi faccio una fatica tremenda a cambiare anche quando mi viene chiesto di farlo. Forse fotografia e scrittura non sono così diverse: entrambe catturano l’essenza di un momento, di un’emozione, di una verità che altrimenti andrebbe perduta.
Sasha non è un fotografo qualunque. È uno che vede oltre quello che inquadra. E quando inizia a ricordare le sue vite precedenti, si rende conto che il suo occhio fotografico è sempre stato lì, a catturare dettagli che gli altri non vedono. È come se la sua anima avesse sempre saputo di dover documentare qualcosa di importante, vita dopo vita.
Il fascino eterno delle vite passate
Ma parliamo dell’aspetto che forse mi incuriosiva di più: come sarebbe stata accolta la reincarnazione. Lo so, può sembrare un tema “difficile” per un thriller. Invece, osservando le reazioni del pubblico durante entrambe le presentazioni, ho avuto la conferma che è esattamente il contrario. Le vite passate non sono un espediente narrativo esotico, sono il modo più diretto per esplorare chi siamo davvero quando togliamo tutte le maschere.
Sasha scopre di essere stato, in vite precedenti, persone completamente diverse. Un giovane ladro parigino di nome Sébastien, un guardiamarina inglese chiamato James, un orologiaio rivoluzionario di nome Antoine, persino una guaritrice accusata di stregoneria, Giuliana… Ma quello che lo affascina (e che ha affascinato i lettori) non sono tanto i dettagli storici, quanto il filo rosso che collega tutte queste esistenze. Le sette pietre blu sono il mistero che attraversa i secoli, ma la vera scoperta è che alcuni legami sono davvero eterni.
Durante la serata al Museo Broggi, ho coinvolto direttamente il pubblico con una domanda che ha scatenato reazioni sorprendenti: “Avete mai provato dei déjà vu? Credete di aver vissuto altre vite?” Le mani si sono alzate una dopo l’altra, e le testimonianze hanno riempito la sala. Chi immaginava di essere stata una strega in vite passate, chi sentiva una connessione profonda con gli anni ’30, chi raccontava di aver provato disagio inspiegabile in certi luoghi, avvertendo presenze invisibili ma tangibili. Una lettrice ha confessato: “Mentre leggevo, mi sono chiesta se anche i miei incontri più importanti fossero in realtà dei ‘ritrovamenti’.” Ecco, questo è esattamente quello che speravo di trasmettere. Non importa se credete o no nella reincarnazione. Quello che conta è la sensazione che alcuni incontri, alcuni luoghi, alcune situazioni ci sembrino familiari per motivi che vanno oltre la logica.
Quando i lettori diventano complici
Devo ammettere che i commenti sui dialoghi mi hanno fatto particolarmente piacere, anche se non me li aspettavo. Scrivere dialoghi credibili è una delle sfide più grandi per chi racconta storie, soprattutto quando si tratta di un thriller esoterico ambientato a Milano. Come fai a far parlare un fotografo contemporaneo che scopre di ricordare vite passate senza che suoni pretenzioso o inverosimile?
La risposta l’ho trovata ascoltando davvero le persone. Sasha parla come parlerebbe chiunque di noi di fronte a qualcosa di incredibile: con dubbi, meraviglia, paura e quella curiosità che ti spinge comunque ad andare avanti. I suoi dialoghi con gli altri personaggi sono quelli che avreste voi, quelli che avrei io, quelli che abbiamo tutti quando la realtà supera la fantasia.
Un invito sincero
Concludo con una confessione: ascoltare le reazioni dei lettori in quelle due serate mi ha ricordato perché ho iniziato a scrivere. Non per spiegare misteri o dare risposte definitive, ma per condividere domande che ci tengono svegli la notte e che ci fanno sentire meno soli nell’universo.
“Il Codice delle Sette Luci” è lì che vi aspetta su Amazon, pronto a portarvi in questo viaggio tra Milano, la fotografia, le vite passate e i segreti che il tempo non riesce a cancellare. Se siete tra quelli che amano le storie che non si accontentano della superficie, che mescolano thriller e mistero con domande profonde sull’anima, allora Sasha De Angelis vi sta aspettando.
Andate su Amazon, cercate “Il Codice delle Sette Luci” e lasciatevi trascinare in questa avventura. E poi, se volete, scrivetemi. Mi piacerebbe sapere se anche voi, come i lettori di Melegnano, vi siete chiesti se certi incontri nella vostra vita fossero davvero dei “ritrovamenti”.
Quando i Social Diventano Ring: Storia di un Post che ha Scatenato l’Inferno
Ieri stavo scorrendo il feed di Facebook quando mi sono imbattuto in un post che mi ha fatto riflettere parecchio. Una lettrice aveva scritto un commento davvero offensivo verso un famoso scrittore, usando parole molto pesanti per demolire completamente la sua opera e addirittura la sua persona. Non era una semplice critica letteraria, ma un attacco feroce e gratuito. Un post cosi cattivo che ti aspetteresti venisse ignorato. E invece no.
In poche ore quel post è diventato un campo di battaglia virtuale. Un vero e proprio inferno, con decine e decine di commenti al vetriolo. Tutti contro tutti. Chi difendeva lo scrittore attaccando chi lo criticava, chi rincarava la dose contro l’autore, chi se la prendeva con la lettrice che aveva osato esprimere la sua opinione. Una guerra senza quartiere fatta di insulti, sarcasmo velenoso e cattiveria gratuita.
Guardando quella scia di commenti sempre più aggressivi, mi sono chiesto: come siamo arrivati a questo punto? Quando abbiamo smesso di comportarci da esseri umani civili per trasformarci in gladiatori digitali pronti a scannarci per qualsiasi cosa?
Lo Schermo che Trasforma: Quando Diventiamo Altre Persone
La cosa che più mi ha colpito, leggendo quei commenti, è stata la cattiveria gratuita. Persone che probabilmente nella vita reale sono educate, magari genitori di famiglia, lavoratori rispettabili, che dietro lo schermo si trasformano in bestie feroci. Come se la tastiera fosse una bacchetta magica che fa sparire l’educazione e il rispetto per gli altri.
È un fenomeno che conosciamo tutti ma che facciamo finta di non vedere: sui social siamo diversi. Più aggressivi, più giudicanti, più crudeli. Lo schermo del computer o del telefono diventa una specie di maschera che ci fa sentire invisibili e invincibili allo stesso tempo. Possiamo dire tutto quello che vogliamo senza guardare negli occhi la persona che stiamo ferendo, senza vedere le sue reazioni, senza renderci conto che dall’altra parte c’è un essere umano con sentimenti proprio come noi.
È come se il mondo digitale avesse fatto uscire fuori la nostra versione peggiore, quella che normalmente teniamo nascosta perché ci vergogniamo. Online invece la sfoggiamo con orgoglio, come se essere stronzi fosse diventato un vanto.
Tutti Critici Letterari, Tutti Esperti
Una cosa che mi ha fatto sorridere amaramente in quella discussione è stata la quantità di improvvisati critici letterari che sono spuntati fuori. Persone che probabilmente non leggono un libro da anni che si ergevano a giudici supremi del buono e cattivo gusto letterario. Ognuno con la sua verità assoluta, ognuno convinto di aver ragione al 100%.
Ma quando abbiamo deciso che basta avere un profilo Facebook per diventare esperti di tutto? Quando l’opinione personale è diventata verità scientifica? È come se i social avessero cancellato la differenza tra “mi piace” e “è oggettivamente buono”, tra gusto personale e competenza professionale.
Non fraintendetemi: ognuno ha il diritto di dire se un libro gli è piaciuto o no. Ma c’è una bella differenza tra dire “a me non piace questo autore” e “questo autore è una merda e chi lo legge è un idiota”. La prima è un’opinione rispettabile, la seconda è violenza verbale pura.
Il problema è che sui social questa distinzione è saltata completamente. Tutto diventa assoluto, categorico, definitivo. Non esistono più le sfumature, i “forse”, i “secondo me”. Esistono solo i “è così e basta” accompagnati da valanghe di insulti per chi non la pensa allo stesso modo.
L’Illusione del Coraggio Virtuale
La cosa più assurda di tutta quella discussione è che sono sicuro che il 90% di quelle persone così aggressive online non avrebbe mai il coraggio di dire le stesse cose guardando in faccia l’interlocutore. È facile essere coraggiosi quando sei seduto comodo sul tuo divano con la tastiera tra le mani. È facilissimo fare il duro quando non devi affrontare le conseguenze delle tue parole.
Ma questo cosa ci dice di noi come società? Che siamo diventati codardi che si sentono forti solo quando sono nascosti? Che abbiamo bisogno dello schermo per tirare fuori quello che pensiamo davvero? È una riflessione che fa male, ma che dovremmo fare tutti.
I social ci hanno dato il potere di raggiungere milioni di persone con un click, ma non ci hanno dato la saggezza per usare questo potere responsabilmente. È come dare una pistola a un bambino: può fare danni enormi senza neanche rendersene conto.
L’Economia della Rabbia
E poi c’è un altro aspetto che spesso non consideriamo: i social network ci fanno soldi sulla nostra rabbia. Gli algoritmi di Facebook, Instagram, TikTok sono programmati per mostrarci contenuti che ci fanno reagire emotivamente, perché una persona arrabbiata è una persona che interagisce, che commenta, che condivide, che resta collegata più a lungo.
In pratica, la nostra indignazione è diventata una merce che viene venduta agli inserzionisti. Più siamo incazzati, più tempo passiamo sui social, più pubblicità vediamo, più soldi guadagnano le piattaforme. È un sistema perverso che ci trasforma in prodotti senza che ce ne accorgiamo.
Quella discussione che ho visto non era solo un gruppo di persone che litigavano per uno scrittore: era un gruppo di persone che stavano inconsapevolmente lavorando gratis per i colossi della tecnologia, generando contenuti che aumentano l’engagement e quindi i profitti delle piattaforme.
Il Prezzo Umano della Violenza Digitale
Ma mentre i social network ci guadagnano, noi ci rimettiamo tutti. Ci rimettiamo in umanità, in rispetto reciproco, in capacità di dialogo. Ci rimettiamo la possibilità di confrontarci civilmente, di imparare gli uni dagli altri, di crescere attraverso il dibattito costruttivo.
Dietro ogni profilo che viene attaccato c’è una persona reale che può rimanere ferita, scoraggiata, traumatizzata. Magari è una persona che aveva solo voglia di condividere la sua opinione su un libro e si è ritrovata al centro di un linciaggio virtuale. Magari è una persona sensibile che quelle parole se le porta dietro per giorni, per settimane.
E tutto questo per cosa? Per difendere uno scrittore che probabilmente neanche sa che esistiamo? Per dimostrare di avere ragione su qualcosa che, in fondo, è solo questione di gusti? Ne vale davvero la pena?
Quando l’Ego Digitale Prende il Sopravvento
Il punto è che sui social non stiamo più comunicando: stiamo facendo spettacolo. Ogni commento è una performance davanti a un pubblico invisibile, ogni risposta è un tentativo di sembrare più intelligenti, più spiritosi, più fighi degli altri. L’obiettivo non è più il dialogo, ma l’applauso virtuale sotto forma di like e condivisioni.
È come se fossimo tutti diventati piccoli influencer in cerca di visibilità, disposti a tutto pur di ottenere un po’ di attenzione. E siccome l’attenzione online si ottiene con contenuti che fanno scalpore, ecco che diventiamo sempre più estremi, sempre più aggressivi, sempre più cattivi.
Il nostro ego digitale ha preso il sopravvento sulla nostra umanità. Preferiamo sembrare vincenti online piuttosto che essere brave persone nella vita reale. È un trade-off che stiamo facendo senza neanche rendercene conto, e che sta cambiando chi siamo nel profondo.
La Perdita dell’Arte del Dialogo
Quello che mi manca di più, guardando discussioni come quella, è l’arte del dialogo. Una volta si chiamava “conversazione”: persone diverse che si confrontavano su idee diverse, ognuna pronta ad ascoltare l’altra, magari anche a cambiare idea se gli argomenti dell’interlocutore erano convincenti.
Oggi sui social non esistono più conversazioni, esistono solo monologhi paralleli. Ognuno parla, nessuno ascolta. Ognuno vuole convincere, nessuno vuole essere convinto. Ognuno urla la sua verità, nessuno ha dubbi o incertezze.
È come se avessimo dimenticato che confrontarsi con chi la pensa diversamente da noi è un’opportunità, non una minaccia. Che essere messi in discussione ci aiuta a crescere, non ci diminuisce. Che ammettere di non sapere tutto non è una vergogna, ma un segno di intelligenza.
Il Virus della Polarizzazione
I social hanno trasformato ogni argomento in una battaglia tra tifoserie. Non importa di cosa si parli – libri, film, politica, calcio – subito si formano due squadre che si fronteggiano come se fosse una questione di vita o di morte. E chi cerca di mantenere una posizione equilibrata, chi prova a vedere le ragioni di entrambe le parti, viene attaccato da tutti.
È come se il mondo fosse diventato binario: o sei con noi o sei contro di noi. Non esistono più le zone grigie, i compromessi, le posizioni sfumate. Tutto è bianco o nero, giusto o sbagliato, amico o nemico.
Questa polarizzazione artificiale sta distruggendo la nostra capacità di pensiero critico. Ci sta trasformando in soldatini di eserciti ideologici che non abbiamo scelto consciamente, ma in cui siamo finiti per caso, magari solo perché abbiamo messo un like al posto sbagliato.
La Responsabilità delle Nostre Parole
Eppure, in mezzo a tutto questo caos, c’è una cosa che possiamo controllare: le nostre parole. Ogni volta che scriviamo un commento, ogni volta che rispondiamo a un post, ogni volta che condividiamo qualcosa, stiamo facendo una scelta. Possiamo scegliere di alimentare l’odio o di seminare rispetto. Possiamo scegliere di attaccare o di costruire ponti.
Non è facile, lo so. È molto più facile lasciarsi trascinare dalla rabbia, rispondere a tono, restituire colpo su colpo. Ma se vogliamo che i social tornino ad essere spazi di confronto invece che arene di gladiatori, dobbiamo iniziare da noi stessi.
Dobbiamo ricordarci che dietro ogni profilo c’è una persona. Che le parole fanno male davvero, anche se sono solo pixel su uno schermo. Che la libertà di espressione viene sempre accompagnata dalla responsabilità delle conseguenze.
Una Possibile Soluzione: L’Identità Digitale Certificata?
Negli ultimi mesi si sta parlando sempre più spesso di una possibile soluzione per limitare la violenza verbale online: l’obbligo di verifica dell’identità reale per accedere ai social network. L’idea sarebbe quella di collegare ogni profilo social a un documento d’identità verificato, un po’ come già succede con i sistemi di identità digitale come SPID o la Carta d’Identità Elettronica che usiamo per accedere ai servizi pubblici.
In Francia, alcuni parlamentari stanno considerando di rendere obbligatoria la verifica dell’identità degli utenti prima che possano accedere ai social network. L’idea è semplice: se le persone non possono più nascondersi dietro nickname anonimi, forse si comporteranno meglio.
Ma questa soluzione solleva interrogativi importanti. Da una parte, potrebbe davvero ridurre la violenza verbale online: è difficile essere crudeli quando sai che le tue parole sono collegate al tuo nome e cognome veri. Dall’altra parte, però, c’è il rischio di violare la privacy e la libertà di espressione che da sempre caratterizzano internet.
Privacy vs. Sicurezza: Un Equilibrio Difficile
Secondo alcuni esperti legali, forzare gli utenti a certificare la propria identità sarebbe incompatibile con la legge europea, che non prevede una sorveglianza permanente e generalizzata dei social network. Il rischio è quello di passare da un sistema di totale libertà a un regime di controllo che potrebbe soffocare il dibattito pubblico.
E poi c’è un altro problema pratico: chi ci garantisce che questi sistemi di verifica siano davvero sicuri? Già oggi emergono dubbi sulla sicurezza dei sistemi che gestiscono il rilascio delle identità digitali come SPID e CIE. Se questi dati finissero nelle mani sbagliate, potremmo trovarci con problemi molto più gravi della violenza verbale online.
Inoltre, l’anonimato su internet non è sempre una cosa negativa. Protegge chi denuncia abusi, chi vive in regimi oppressivi, chi ha bisogno di esprimere la propria opinione senza timore di ritorsioni. Eliminarlo completamente potrebbe creare più problemi di quanti ne risolva.
Non sto dicendo che dobbiamo essere tutti d’accordo su tutto. Sarebbe noioso e anche impossibile. Sto dicendo che possiamo essere in disaccordo rimanendo civili. Possiamo criticare le idee senza distruggere le persone. Possiamo discutere senza dichiarare guerra.
Forse è un sogno utopico, ma mi piace pensare che si possa ancora salvare qualcosa di buono dai social network. Che si possa trasformare la rabbia in curiosità, l’aggressività in passione, l’odio in desiderio di capire.
Perché in fondo, quello che ci unisce è molto di più di quello che ci divide. Tutti amiamo le storie, anche se preferiamo autori diversi. Tutti cerchiamo bellezza, anche se la troviamo in posti diversi. Tutti vogliamo essere ascoltati e capiti, anche se parliamo lingue diverse.
Verso un Social più Umano
Mentre scrivo queste righe, quel post che ha scatenato tutto è ancora lì, con i suoi commenti velenosi che continuano ad arrivare. Una piccola guerra digitale che probabilmente nessuno ricorderà tra una settimana, ma che ha contribuito a rendere il mondo online un posto un po’ più cattivo.
Mentre scrivo queste righe, quel post che ha scatenato tutto è ancora lì, con i suoi commenti velenosi che continuano ad arrivare. Una piccola guerra digitale che probabilmente nessuno ricorderà tra una settimana, ma che ha contribuito a rendere il mondo online un posto un po’ più cattivo.
La prossima volta che vi troverete davanti a un post che vi fa venire voglia di rispondere male, fermatevi un secondo. Chiedetevi: questa risposta aggiunge qualcosa di costruttivo alla discussione? Fa bene a me e agli altri? È il tipo di commento che vorrei ricevere se fossi dall’altra parte?
Se la risposta è no, forse è meglio chiudere l’app e andare a farsi una passeggiata. Il mondo digitale può aspettare. La nostra umanità, no.
Ieri sera sono salito sul palco con il cuore che batteva a mille perché era la mia 𝐏𝐑𝐈𝐌𝐀 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞. La Sala Consiliare del Comune di Vizzolo Predabissi (MI) non era completamente piena, e ci sta, l’avevo messo in conto, ma quello che ho trovato è stato ancora più prezioso: un gruppo di persone davvero interessate e coinvolte.
Vedere i vostri volti attenti, le vostre domande, il dibattito che si è acceso… mi ha fatto capire che ne è valsa davvero la pena! A volte la qualità dell’ascolto vale più della quantità dei presenti.
Grazie a tutti quelli che hanno partecipato alla presentazione de “𝐈𝐋 𝐂𝐎𝐃𝐈𝐂𝐄 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐄 𝐒𝐄𝐓𝐓𝐄 𝐋𝐔𝐂𝐈”. L’interesse che avete mostrato per i temi del libro – dalle vite passate alla Società del Tempo Eterno, dai misteri delle pietre blu alle verità nascoste che attraversano la storia – mi ha emozionato più di quanto potessi immaginare.
Ogni scrittore si fa sempre la stessa domanda: “Ma interesserà davvero a qualcuno quello che ho scritto?” Ieri sera ho avuto la mia risposta
Un ringraziamento speciale va ad Alice Kavalla, la mia socia d’arte, che ha moderato la serata con la sua solita eleganza e sensibilità, e a Ilaria Castelli per aver arricchito il dibattito con la sua competenza in astrologia ed energia karmica – perfetta sintonia con i temi del libro!
Per chi si fosse perso la presentazione di ieri sera, ci sarà una nuova occasione: 𝐬𝐚𝐛𝐚𝐭𝐨 𝟏𝟒 𝐠𝐢𝐮𝐠𝐧𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝟐𝟏.𝟎𝟎 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐢𝐥 𝐌𝐮𝐬𝐞𝐨 𝐁𝐫𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐝𝐢 𝐌𝐞𝐥𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐨. Vi aspetto numerosi!
Un evento speciale per celebrare il mio debutto letterario con due ospiti d’eccezione: 𝐈𝐥𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐂𝐚𝐬𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢, giornalista pubblicista e operatrice olistica specializzata in astrologia karmica e benessere interiore, e 𝐀𝐥𝐢𝐜𝐞 𝐊𝐚𝐯𝐚𝐥𝐥𝐚, scrittrice che modererà l’incontro guidandoci attraverso i misteri del romanzo.
“Mi muovo nell’ombra alla maniera di un gatto sui tetti di Parigi, scivolando tra i comignoli che vomitano fumo nero nel cielo invernale. Il lucernario del palazzo è socchiuso, proprio come avevo previsto – lo aprono per far uscire il fumo delle stufe. L’adrenalina pulsa nelle mie vene […]”
“𝐈𝐥 𝐂𝐨𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐒𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐋𝐮𝐜𝐢” è ora disponibile su Amazon in versione cartacea e eBook: https://amzn.eu/d/aJcgHbk
Un thriller esoterico che ti porterà attraverso secoli di misteri.
Nel vicolo stretto, dove i lampioni non arrivavano, si muoveva una figura silenziosa. Pietro aveva scelto di indossare la maschera del medico della peste per il festival medievale della città, ma ora, mentre tornava a casa sotto una pioggia sottile, si sentiva stranamente osservato.
I mattoni umidi delle vecchie mura sembravano sussurrare storie di epidemie passate, quando figure simili a lui percorrevano questi stessi vicoli portando rimedi inefficaci e false speranze.
Si fermò improvvisamente. Qualcosa brillava tra le fessure dei ciottoli: una piccola pietra blu brillante, quasi luminescente nel buio. La raccolse, sentendola stranamente calda al tatto, e la infilò nella tasca senza pensarci troppo.
Fu solo arrivato a casa che notò come il suo respiro, dietro la maschera, fosse diventato più pesante. E come le voci, quelle che credeva provenissero dalle mura, ora sembrassero sussurrare direttamente nella sua mente.
Guardò la sua immagine riflessa nello specchio dell’ingresso: non era più lui che indossava una maschera, ma la maschera che aveva indossato lui. E mentre la nebbia calava sulla città, altre figure con becchi neri cominciarono a emergere dalle ombre, tutte alla ricerca di chi portava con sé quella particolare pietra.
Quando il selfie non basta più, gli algoritmi ci trasformano in fiabe animate o giocattoli da collezione. Cosa rivelano questi nuovi specchi digitali sulla nostra ricerca d’identità?
Lo specchio si fa algoritmo Sui social network si sta diffondendo una nuova forma di autoritratto che supera il semplice filtro fotografico. Non si tratta più di migliorare l’immagine, ma di reinventarla completamente: volti trasformati in personaggi dello Studio Ghibli o Action Figure da collezione, completi di confezione vintage e accessori personalizzati. Queste tendenze sono diventate virali nelle ultime settimane, con milioni di utenti che ogni giorno condividono le proprie metamorfosi digitali. Da un lato, app come Lensa AI e Stable Diffusion ci trasportano nell’universo poetico di Hayao Miyazaki, dall’altro, generatori 3D come FigureMe e Action Selfie ci trasformano in oggetti da collezione, sospesi tra nostalgia e ironia postmoderna. Cosa c’è dietro questo fenomeno globale? È semplice vanità digitale o esprime un bisogno più profondo? La risposta sembra risiedere nel nostro rapporto sempre più complesso con l’identità nell’era dell’algoritmo.
L’estetica dell’incanto: il sé come narrazione poetica Il fascino dell’estetica Ghibli va oltre la semplice bellezza grafica. Quando ci trasformiamo in un personaggio da “La città incantata” o “Il mio vicino Totoro”, non cerchiamo solo un miglioramento estetico, ma una trasfigurazione emotiva. In un mondo dominato da performance continua e connessione frenetica, l’estetica Ghibli offre un rifugio contemplativo. Gli occhi più grandi e espressivi, i paesaggi naturali sullo sfondo, la luminosità soffusa: tutto contribuisce a creare un’aura di serenità che contrasta con l’ansia quotidiana della vita digitale. Non è solo nostalgia per l’infanzia o per l’estetica anime degli anni ’90, ma desiderio di autonarrazione poetica. L’algoritmo diventa così uno strumento per esplorare dimensioni interiori altrimenti inesprimibili, trasformando l’identità digitale in un racconto visivo che parla più della nostra interiorità che del nostro aspetto.
L’identità in blister: il sé come prodotto culturale Sul versante opposto dello spettro estetico troviamo la tendenza delle action figure personalizzate. Qui l’identità viene letteralmente “impacchettata” in una confezione sigillata, completa di logo, slogan personale e caratteristiche distintive. Se l’estetica Ghibli ci mostra come saremmo in un mondo più poetico, l’Action Figure rivela come ci percepiamo in un universo iperconsumistico. La plastica lucida, le pose dinamiche, gli accessori caratterizzanti: tutto contribuisce a trasformarci in un prodotto commerciale, in un brand personale. Questa tendenza riflette la mercificazione dell’identità contemporanea, ma lo fa con un twist meta-ironico. Trasformandoci volontariamente in oggetti da collezione, riprendiamo controllo di un processo che spesso subiamo passivamente: la riduzione della persona a prodotto, a immagine consumabile.
L’algoritmo come co-creatore: tecnologia e immaginazione Entrambe queste tendenze sono possibili grazie ai recenti progressi dell’intelligenza artificiale generativa. Modelli come Stable Diffusion, Midjourney e DALL·E 3 hanno raggiunto una sofisticazione tale da poter reinterpretare immagini esistenti secondo stili specifici, mantenendo un livello di riconoscibilità sorprendente. L’algoritmo non è più solo uno strumento, ma un collaboratore creativo che interpreta, elabora e trasforma. In questo processo, l’IA può rivelare aspetti della nostra identità che forse non conoscevamo, proponendo versioni alternative di noi stessi che possono essere rivelatorie o disorientanti. Questa capacità apre a una nuova forma di conoscenza di sé mediata dalla tecnologia: l’identità aumentata, dove la macchina diventa co-autrice della nostra rappresentazione.
Specchi deformanti: psicologia dell’immagine alterata Le trasformazioni algoritmiche hanno conseguenze psicologiche che sto iniziando a osservare. Da una parte, possono aumentare il senso di controllo sulla propria immagine e stimolare la creatività; dall’altra, rischiano di accentuare la dissociazione tra il sé reale e quello digitale. Non si tratta più solo del divario tra come appariamo e come vorremmo apparire, ma tra chi siamo e chi potremmo essere in universi paralleli generati dall’IA. Questa frammentazione identitaria ha un doppio volto. Per alcuni rappresenta una liberazione dalle costrizioni dell’identità fisica; per altri, una fonte di confusione e alienazione. Alcune ricerche recenti suggeriscono che l’esposizione prolungata a versioni idealizzate di sé può aumentare l’ansia sociale e compromettere l’accettazione del proprio corpo reale. L’algoritmo diventa così uno specchio deformante che, come nella fiaba di Biancaneve, non si limita a mostrare, ma giudica e suggerisce: “Non sei la più bella del reame, ma potresti esserlo così.”
Il paradosso della maschera: libertà o prigionia? Il concetto di “simulacro” teorizzato da Jean Baudrillard appare particolarmente pertinente: non si tratta più di immagini che rappresentano una realtà, ma di rappresentazioni che sostituiscono la realtà stessa. Le nostre versioni digitali non sono semplici maschere: sono protesi identitarie che estendono la nostra presenza nel mondo. Come scriveva Marshall McLuhan, “prima modelliamo i nostri strumenti, poi i nostri strumenti modellano noi.” L’algoritmo non è più solo un mezzo, ma un ambiente culturale che determina come ci percepiamo. Questo pone un paradosso esistenziale: la moltiplicazione delle possibilità rappresentative ci libera o ci imprigiona? Da un lato, poter scegliere come apparire offre uno spazio di libertà senza precedenti; dall’altro, la pressione a curare costantemente la propria immagine digitale diventa un nuovo vincolo sociale. Quando le scelte diventano infinite, si trasformano in un labirinto. La libertà assoluta può essere paralizzante quanto l’assenza di libertà.
Oltre lo specchio algoritmico: verso un’etica dell’identità digitale Le trasformazioni algoritmiche sollevano anche questioni etiche cruciali che non possiamo ignorare. Le piattaforme che offrono questi servizi raccolgono dati biometrici sensibili, che potrebbero essere utilizzati per scopi commerciali o di sorveglianza. Inoltre, gli algoritmi di trasformazione spesso riproducono stereotipi estetici dominanti, privilegiando determinati canoni di bellezza a scapito di altri. Emerge quindi la necessità di un’etica dell’identità digitale che consideri non solo i diritti individuali alla rappresentazione, ma anche le responsabilità collettive. Come possiamo garantire che questi strumenti espandano genuinamente le possibilità espressive senza diventare nuove forme di controllo sociale?
Conclusione: l’identità come opera aperta Le trasformazioni algoritmiche dell’immagine rappresentano più di una moda passeggera: sono un laboratorio dove si sperimenta la ridefinizione dell’identità contemporanea. Tra incanto e plastica, tra poesia e consumo, stiamo assistendo all’emergere di un nuovo rapporto con noi stessi, mediato dalla tecnologia ma profondamente umano nelle sue aspirazioni. L’identità nell’era dell’algoritmo diventa un’opera aperta, un processo in continua evoluzione che oscilla tra rappresentazione e reinvenzione. Come in un gioco di specchi, ciò che vediamo non è mai solo un riflesso, ma una proiezione dei nostri desideri, timori e possibilità. La sfida più grande è mantenere consapevolezza in questo processo: riconoscere che ogni trasformazione è un atto narrativo, e che dietro ogni narrazione c’è sempre una responsabilità. Quella di ricordare che, al di là degli specchi algoritmici, esiste ancora un sé autentico che cerca riconoscimento. Non si tratta di rifiutare le maschere digitali, ma di indossarle con consapevolezza critica. In un mondo dove l’identità si fa fluida e algoritmicamente mediata, la vera libertà sta forse nella capacità di giocare con le proprie rappresentazioni senza perdere il contatto con la propria verità interiore. La domanda non è più solo “chi sono?”, ma “chi posso diventare?”. E la risposta, per quanto affascinante, non potrà mai essere affidata completamente all’algoritmo.
“La memoria è un fiume che scorre attraverso molte vite”
Amici, il mio romanzo “Il Codice delle Sette Luci” è finalmente disponibile!
Il viaggio di Sasha tra le strade di Milano e le profondità di Istanbul, inseguendo il mistero di sette pietre blu antiche quanto il tempo, vi catturerà dalla prima all’ultima pagina.
Un thriller esoterico nato dalla mia passione per la fotografia, la storia e i misteri che trascendono le epoche.
Ogni vita lascia un segno. Ogni anima ha una storia da raccontare. E alcune verità possono cambiare il destino dell’umanità.