






Cari lettori, è passata una settimana dalle due serate di presentazione de “Il Codice delle Sette Luci” – la prima nella sala Consiliare del Comune di Vizzolo Predabissi e la seconda al Museo Broggi di Melegnano – e sto ancora riflettendo su quello che è emerso da questi incontri. Le sale non erano stracolme, era prevedibile con questa calura estiva, ma proprio per questo l’atmosfera è stata più intima e raccolta. Quello che mi ha colpito di più non sono stati gli applausi, ma la qualità delle domande che sono arrivate dopo, quelle che dimostrano quando un libro riesce davvero a toccare le corde giuste.
La cosa che mi ha fatto più piacere è stato vedere come i lettori presenti abbiano colto immediatamente la doppia anima del romanzo, nonostante fossi io stesso curioso di capire come sarebbe stata accolta questa storia. Da una parte c’è Sasha De Angelis, il mio fotografo protagonista che vive e respira Milano attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica. Dall’altra c’è questo mistero delle sette pietre blu che lo trascina in un viaggio attraverso le sue vite passate. E devo dire che il pubblico ha dimostrato di capire perfettamente che non si tratta di due storie separate.
Quando l’obiettivo diventa una finestra sull’anima
Una ragazza al Museo Broggi mi ha fatto una domanda che ha colto nel segno la connessione tra le mie due passioni: “Conosco le tue fotografie in bianco e nero e so perfettamente che quando scatti lo fai in modo istintivo, come hai fatto ad adattarti a un ritmo più lento e riflessivo dato dalla scrittura?” La sua domanda mi ha fatto riflettere su qualcosa che non avevo mai verbalizzato prima. È vero che scatto in modo istintivo perché in quel preciso momento vedo qualcosa che altri non vedono, ma è anche vero che la scrittura non è altro che dipingere con la penna, mentre nella fotografia si dipinge con luce e ombre. In realtà, devo ammettere che spesso scrivo anch’io d’istinto, e poi faccio una fatica tremenda a cambiare anche quando mi viene chiesto di farlo. Forse fotografia e scrittura non sono così diverse: entrambe catturano l’essenza di un momento, di un’emozione, di una verità che altrimenti andrebbe perduta.
Sasha non è un fotografo qualunque. È uno che vede oltre quello che inquadra. E quando inizia a ricordare le sue vite precedenti, si rende conto che il suo occhio fotografico è sempre stato lì, a catturare dettagli che gli altri non vedono. È come se la sua anima avesse sempre saputo di dover documentare qualcosa di importante, vita dopo vita.
Il fascino eterno delle vite passate
Ma parliamo dell’aspetto che forse mi incuriosiva di più: come sarebbe stata accolta la reincarnazione. Lo so, può sembrare un tema “difficile” per un thriller. Invece, osservando le reazioni del pubblico durante entrambe le presentazioni, ho avuto la conferma che è esattamente il contrario. Le vite passate non sono un espediente narrativo esotico, sono il modo più diretto per esplorare chi siamo davvero quando togliamo tutte le maschere.
Sasha scopre di essere stato, in vite precedenti, persone completamente diverse. Un giovane ladro parigino di nome Sébastien, un guardiamarina inglese chiamato James, un orologiaio rivoluzionario di nome Antoine, persino una guaritrice accusata di stregoneria, Giuliana… Ma quello che lo affascina (e che ha affascinato i lettori) non sono tanto i dettagli storici, quanto il filo rosso che collega tutte queste esistenze. Le sette pietre blu sono il mistero che attraversa i secoli, ma la vera scoperta è che alcuni legami sono davvero eterni.
Durante la serata al Museo Broggi, ho coinvolto direttamente il pubblico con una domanda che ha scatenato reazioni sorprendenti: “Avete mai provato dei déjà vu? Credete di aver vissuto altre vite?” Le mani si sono alzate una dopo l’altra, e le testimonianze hanno riempito la sala. Chi immaginava di essere stata una strega in vite passate, chi sentiva una connessione profonda con gli anni ’30, chi raccontava di aver provato disagio inspiegabile in certi luoghi, avvertendo presenze invisibili ma tangibili. Una lettrice ha confessato: “Mentre leggevo, mi sono chiesta se anche i miei incontri più importanti fossero in realtà dei ‘ritrovamenti’.” Ecco, questo è esattamente quello che speravo di trasmettere. Non importa se credete o no nella reincarnazione. Quello che conta è la sensazione che alcuni incontri, alcuni luoghi, alcune situazioni ci sembrino familiari per motivi che vanno oltre la logica.
Quando i lettori diventano complici
Devo ammettere che i commenti sui dialoghi mi hanno fatto particolarmente piacere, anche se non me li aspettavo. Scrivere dialoghi credibili è una delle sfide più grandi per chi racconta storie, soprattutto quando si tratta di un thriller esoterico ambientato a Milano. Come fai a far parlare un fotografo contemporaneo che scopre di ricordare vite passate senza che suoni pretenzioso o inverosimile?
La risposta l’ho trovata ascoltando davvero le persone. Sasha parla come parlerebbe chiunque di noi di fronte a qualcosa di incredibile: con dubbi, meraviglia, paura e quella curiosità che ti spinge comunque ad andare avanti. I suoi dialoghi con gli altri personaggi sono quelli che avreste voi, quelli che avrei io, quelli che abbiamo tutti quando la realtà supera la fantasia.
Un invito sincero
Concludo con una confessione: ascoltare le reazioni dei lettori in quelle due serate mi ha ricordato perché ho iniziato a scrivere. Non per spiegare misteri o dare risposte definitive, ma per condividere domande che ci tengono svegli la notte e che ci fanno sentire meno soli nell’universo.
“Il Codice delle Sette Luci” è lì che vi aspetta su Amazon, pronto a portarvi in questo viaggio tra Milano, la fotografia, le vite passate e i segreti che il tempo non riesce a cancellare. Se siete tra quelli che amano le storie che non si accontentano della superficie, che mescolano thriller e mistero con domande profonde sull’anima, allora Sasha De Angelis vi sta aspettando.
Andate su Amazon, cercate “Il Codice delle Sette Luci” e lasciatevi trascinare in questa avventura. E poi, se volete, scrivetemi. Mi piacerebbe sapere se anche voi, come i lettori di Melegnano, vi siete chiesti se certi incontri nella vostra vita fossero davvero dei “ritrovamenti”.
Buona lettura!
Carlo Oriani

