Secondo classificato nella sezione Elsa Morante e primo classificato al premio speciale “Le parole per dirlo”, alla prima edizione del concorso letterario.

Sabato 19 settembre, a Pantigliate, ho ritirato due riconoscimenti per lo stesso racconto, L’ultima luce, nella prima edizione del concorso letterario “Pantigliate, Orizzonti di Pace”: secondo posto nella sezione Elsa Morante, dedicata ai racconti, e primo posto al premio speciale “Le parole per dirlo”.
Fotografo prima che scrittore, sono partito da quello che conosco meglio: la luce, e il modo in cui la insegui per anni tra le navate delle abbazie e i bastioni dei castelli. Poi l’ho portata dove non l’avevo mai portata, dentro una città spezzata dalla guerra. Un ponte crollato a metà, un cortile sventrato, un sole a pastello disegnato su un muro da una mano piccola, e una scarpa rossa tra le macerie.
La motivazione della giuria parla della fotografia e della cattura della luce come metafora per descrivere la realtà crudele della guerra, e coglie il rimando alla bambina con il cappotto rosso di Schindler’s List. Vederlo scritto da chi ha letto il testo senza conoscermi è stata la parte più bella della giornata.
Ringrazio il Comune di Pantigliate, il sindaco Lorenzo Migliuli e la curatrice Valeria Giacomello.
Qui sotto il racconto per intero.
L’ultima luce
Il ponte è spezzato.
I due monconi reggono ancora, aggrappati alle sponde con la testardaggine delle cose che non sanno di essere morte. Ma al centro, per decine di metri, non c’è più nulla. Solo aria e il rumore dell’acqua.
Lo so, l’ho letto, l’ho visto in decine di fotografie sgranate sui giornali. Eppure, trovarmi qui, sul bordo di ciò che resta, con le punte delle scarpe a un passo dal vuoto, è un’altra cosa. Guardo giù. Il fiume corre violento tra le pietre, verde e rabbioso, gonfio di piogge recenti, indifferente a quello che gli hanno fatto crollare addosso. Le due sponde si fissano da una parte e dall’altra come due vecchi che hanno smesso di parlarsi.
Ho con me la Leica e due soli obiettivi. Il 35 millimetri e il 50. Nient’altro. Quando si fotografa il dolore, lo zoom è un atto di vigliaccheria: ti tiene lontano, ti illude che la distanza sia protezione. No. Bisogna starci dentro, col fiato corto e le mani che tremano.
È novembre. Un novembre che sa di ferro e di pioggia, con un cielo così basso che pare voler schiacciare ciò che resta. La città porta le sue ferite come un uomo che ha smesso di nascondere le cicatrici: i fori dei proiettili nei muri sono occhi ciechi, e i palazzi sventrati mostrano le viscere: brandelli di carta da parati fiorata, un lavandino sospeso nel vuoto al terzo piano, la geometria assurda di una scala che non porta più da nessuna parte.
Cammino lento. Ogni scatto è una decisione morale.
L’ho imparato anni fa, tra le navate vuote delle abbazie e i torrioni dei castelli medievali: la fotografia non è catturare, è ascoltare. Aspettare che la luce dica la sua. Ma qui la luce ha un altro vocabolario. Non filtra tra rosoni o feritoie. Si insinua tra le crepe dei muri come acqua in una diga rotta, timida, quasi chiedendo il permesso di esistere ancora.
Mi fermo davanti a quello che doveva essere un cortile. Un muro perimetrale regge ancora, per ostinazione più che per statica. Il resto è macerie. Mattoni, calcinacci, polvere compressa dal tempo e dalla pioggia in una crosta grigiastra che livella tutto, come se la guerra, dopo aver distrutto, avesse anche la pretesa di riordinare.
È il muro a parlare per primo.
A mezza altezza, protetto da una sporgenza che lo ha riparato dalla pioggia, c’è un disegno. Un sole con gli occhi e la bocca, il sole come lo disegnano i bambini, con i raggi dritti come dita aperte, e sotto una casa. Due finestre, una porta, una striscia di fumo che esce dal camino e sale verso l’alto in una spirale morbida. Pastelli a cera, ancora visibili: il giallo del sole, il rosso del tetto, l’azzurro improbabile del cielo. La mano che li ha tracciati era piccola e imprecisa. Felice. Aveva disegnato il mondo com’era prima. O come avrebbe dovuto essere sempre.
Fisso quel disegno e sento il silenzio farsi più denso. Poi abbasso lo sguardo.
È allora che la vedo.
Una scarpa. Piccola, rossa, da bambina. Rovesciata su un fianco tra i detriti, ai piedi di quel muro, come un animale ferito. Il colore è impossibile in questo paesaggio, lo stesso rosso del tetto disegnato sopra di lei, come se la mano e il piede appartenessero alla stessa bambina. Sento qualcosa stringersi nel petto, quella morsa che conosco bene: il punto esatto in cui l’occhio del fotografo e il cuore dell’uomo si scontrano, e bisogna scegliere da che parte stare.
Sollevo la Leica. Inquadro.
La scarpa rossa nel grigio delle macerie. La fibbia ancora intatta, lucida, come se qualcuno l’avesse allacciata stamattina. E dietro, solo dietro, dove l’occhio arriva dopo, come un segreto sussurrato: un filo d’erba. Uno solo. Verticale, ostinato, di un verde così vivo da sembrare dipinto. Cresce da una crepa nel cemento, esattamente accanto alla scarpa, come una sentinella.
Non scatto.
Abbasso la macchina e resto a guardare. Quella scarpa è di qualcuno. Una bambina che correva in questo stesso cortile, quando i muri erano quattro e il cielo era solo cielo, non una minaccia. La stessa bambina che aveva disegnato quel sole con la bocca sorridente, quella casa col fumo dal camino. Il ritratto di un mondo che per lei era l’unico possibile, e che qualcuno ha deciso di cancellare.
E quel filo d’erba.
Cresce. Nonostante il cemento e le schegge e la polvere che sa di fosforo e di vite bruciate. Cresce. La vita che si riprende ciò che le hanno tolto, millimetro dopo millimetro, con la tenacia cieca di chi non conosce altra direzione che verso l’alto.
Scatto. Una sola volta.
Non la scarpa. Non le macerie. Solo il filo d’erba, con la luce radente del tardo pomeriggio che lo attraversa rendendolo trasparente, quasi luminoso, come un cero votivo in una cattedrale senza tetto.
Quando abbasso la Leica, mi accorgo che ho le guance bagnate. Non per la pioggia. La pioggia ha smesso da un pezzo, e tra le nuvole si è aperto uno squarcio sottile, una ferita chiara nell’uniforme del cielo. La luce che ne esce è obliqua, dorata. La stessa luce che inseguo da anni sui bastioni e nelle cripte, la luce che precede il buio e che per questo è più preziosa di ogni altra.
L’ultima luce.
Quella che non illumina. Quella che rivela.
Rimetto la Leica nella borsa e resto ancora qualche minuto nel cortile sventrato, in silenzio. Domani ripartirò. Svilupperò il rullino nel mio studio, e quella fotografia finirà in mezzo alle altre, tra le abbazie e i manieri, tra le pietre antiche e le ombre secolari. Ma sarà diversa. Sarà l’unica immagine in cui il medioevo e il presente si toccano davvero: la rovina e l’ostinazione muta della materia viva, la luce che non si arrende.
Nel taccuino, prima di andarmene, scrivo:
Pensavo che la pace fosse il contrario della guerra. Che fosse ciò che cresce dopo. Mi sbagliavo. La pace era già lì, disegnata col pastello su un muro da una mano piccola e felice. Non serviva cercarla. Bastava non distruggerla.
Nel taccuino, prima di andarmene, scrivo:
Pensavo che la pace fosse il contrario della guerra. Che fosse ciò che cresce dopo. Mi sbagliavo. La pace era già lì, disegnata col pastello su un muro da una mano piccola e felice. Non serviva cercarla. Bastava non distruggerla.
