Cosa aspettarsi da “L’Isola dei Progenitori”

Il nuovo capitolo di una saga che ha appena iniziato a svelarsi

La domanda che ricevo più spesso dai lettori de “Il Codice delle Sette Luci” è sempre la stessa: “Ci sarà un seguito?” La risposta è sì, e il viaggio è destinato a diventare ancora più affascinante di quanto possiate immaginare.

Mentre scrivevo le ultime pagine del primo romanzo, mi sono reso conto che la storia di Sasha e Giulia aveva toccato solo la superficie di un mistero molto più profondo. Le sette pietre blu, i ricordi delle vite passate, la Società del Tempo Eterno: tutto questo era solo l’inizio di qualcosa di più grande, di una verità che si estende ben oltre i confini della storia che conosciamo.

“L’Isola dei Progenitori” riprenderà da dove si è concluso il primo libro, ma in un mondo irrevocabilmente cambiato. Senza entrare nei dettagli per non rovinare l’esperienza di chi non ha ancora letto il primo romanzo, posso dire che gli eventi finali de “Il Codice delle Sette Luci” avranno conseguenze che nessuno dei protagonisti aveva previsto.

Il titolo stesso del sequel svela uno degli elementi centrali della nuova storia: un’isola che non compare in nessuna mappa moderna, un luogo che esiste in una dimensione parallela alla nostra realtà. È là che Sasha e Giulia dovranno recarsi per trovare le risposte definitive, ma raggiungerla richiederà un viaggio che metterà alla prova tutto ciò che credevano di sapere sul mondo.

Una delle sfide più affascinanti nella scrittura del sequel è stata l’evoluzione dei personaggi. Nel primo romanzo abbiamo seguito Sasha nel suo graduale risveglio ai ricordi del passato. Nel sequel, dovrà confrontarsi con capacità e responsabilità che vanno ben oltre ciò che aveva mai immaginato. La fotografia rimarrà centrale nella sua storia, ma in modi che non posso anticipare senza spoilerare.

Giulia, che nel primo libro aveva un ruolo più sfumato, nel sequel diventerà una protagonista a pieno titolo. Il suo rapporto con la musica si evolverà in direzioni inaspettate, e scopriremo aspetti del suo carattere che erano solo accennati nel primo romanzo.

La professoressa Elena Rossi manterrà il suo ruolo di custode di conoscenze antiche, ma anche lei si troverà ad affrontare scoperte che andranno oltre tutto quello che la Società del Tempo Eterno aveva immaginato. I segreti che ha protetto per una vita si riveleranno essere solo la punta di un iceberg molto più grande e misterioso.

Il sequel esplorerà domande che erano solo accennate nel primo libro: chi erano veramente i Progenitori che danno il titolo al romanzo? Qual è l’origine autentica delle pietre blu? E soprattutto: qual è il vero posto dell’umanità nell’universo? Sono domande enormi, e le risposte cambieranno per sempre la percezione che i protagonisti hanno di sé stessi e del mondo.

Milano, con i suoi luoghi carichi di storia come la Pinacoteca di Brera e la Biblioteca Braidense, non scomparirà dalla narrazione. Ma il sequel porterà i protagonisti anche in luoghi che non ho mai descritto prima, seguendo tracce che li condurranno molto lontano da casa, verso quella misteriosa isola che custodisce segreti antichi quanto il tempo stesso.

La dimensione della reincarnazione, che era il cuore del primo libro, nel sequel si evolverà in qualcosa di più complesso. Non si tratterà più solo di ricordare vite passate, ma di comprendere come queste vite si inseriscano in un disegno che attraversa non solo i secoli, ma forse i millenni.

Il rapporto tra Sasha e Giulia, che nel primo libro era principalmente incentrato sulla scoperta del loro legame attraverso le epoche, nel sequel verrà messo alla prova in modi che non posso anticipare. Quello che posso dire è che il loro legame sarà testato da forze che andranno ben oltre i nemici umani che hanno affrontato nel primo romanzo.

Una delle cose che mi entusiasma di più del sequel è la possibilità di esplorare le conseguenze a lungo termine degli eventi del primo libro. Ogni azione ha delle ripercussioni, ogni scoperta apre nuove domande, e ogni risposta rivela misteri ancora più profondi.

Il mio obiettivo è sempre stato quello di mantenere l’equilibrio tra rivelazione e mistero. I lettori che hanno amato il primo libro si aspettano delle risposte, ma dare troppe risposte troppo presto rovinerebbe la tensione narrativa. “L’Isola dei Progenitori” svelerà abbastanza da soddisfare la curiosità, ma manterrà sufficiente mistero da tenere i lettori con il fiato sospeso fino all’ultima pagina.

La fotografia continuerà a essere un elemento centrale della narrazione, ma in modi che esploreranno il confine tra arte e realtà, tra ciò che vediamo e ciò che esiste veramente. Il potere delle immagini di catturare non solo momenti, ma verità più profonde, sarà uno dei temi portanti del nuovo romanzo.

“L’Isola dei Progenitori” non è solo un sequel: è la seconda parte di una storia che ho sempre immaginato come un dittico. Il primo libro ha posto le domande fondamentali; il secondo fornirà le risposte che cambieranno tutto.

Per chi ha letto “Il Codice delle Sette Luci” e ha sentito che la storia non poteva finire con quelle pagine, il sequel sarà il completamento naturale del viaggio. Per chi non ha ancora iniziato questa avventura, vi consiglio di cominciare dall’inizio: ogni mistero svelato nel sequel avrà un impatto molto maggiore se avrete vissuto insieme ai protagonisti tutto il percorso che li ha portati fino a quella misteriosa isola.


“L’Isola dei Progenitori” sarà disponibile prossimamente. Se non avete ancora scoperto il mondo delle sette pietre blu, “Il Codice delle Sette Luci” vi aspetta su Amazon. Il viaggio attraverso il tempo e la memoria sta per entrare nella sua fase più affascinante.

Il Codice delle Sette Luci: dietro le quinte

Come ho costruito un mondo narrativo tra storia reale e fantasia esoterica

Quando ho iniziato a scrivere “Il Codice delle Sette Luci”, mi sono subito reso conto che creare un thriller esoterico basato sulla reincarnazione richiedeva una ricerca storica meticolosa. Il mio background di fotografo di luoghi medievali mi aveva già abituato a documentarmi sui periodi storici che ritraevo, ma per il romanzo dovevo andare molto più in profondità.

Ogni vita passata di Sasha doveva essere credibile, ambientata in un contesto storico accurato. Non potevo permettermi anacronismi che avrebbero compromesso la verosimiglianza della narrazione. Quando Sasha rivive i ricordi di Sébastien sui tetti di Parigi nel 1932, ogni dettaglio doveva essere autentico: dai materiali di costruzione delle case agli odori delle strade, dal modo di vestirsi alla tecnologia disponibile.

La ricerca è stata affascinante quanto impegnativa. Per ricostruire le diverse epoche – dalla Parigi del XX secolo alla Rivoluzione Francese, fino all’Italia del XVI secolo dove Giuliana viene bruciata come strega – ho dovuto consultare archivi digitali, studiare mappe d’epoca e analizzare documenti storici per dare autenticità a ogni dettaglio. Dall’abbigliamento ai prezzi del cibo, tutto doveva essere coerente con il periodo.

Il mio approccio da fotografo mi ha aiutato enormemente. La mia formazione mi ha insegnato l’importanza dei dettagli e come catturare l’essenza di un’epoca. Per ogni vita passata ho seguito un processo simile a quello fotografico: inquadratura generale del contesto storico, piano medio della vita quotidiana, primi piani sui dettagli specifici che danno autenticità.

Quando descrivo James nel sommergibile durante la Prima Guerra Mondiale, ho studiato i veri progetti dei sottomarini dell’epoca, le condizioni di vita a bordo, i rumori che si sentivano sott’acqua. Quando racconto la morte di Antoine durante la Rivoluzione Francese, ho ricercato i veri eventi storici, i luoghi precisi dove si svolgevano le esecuzioni, persino il modo in cui le persone parlavano in quel periodo.

Ma il fascino di questo genere letterario sta nel bilanciare elementi reali con pura invenzione. Le società esoteriche del XIX secolo esistevano davvero, così come l’interesse per la reincarnazione in certi ambienti intellettuali dell’epoca. Su questa base storica reale ho costruito la Società del Tempo Eterno e la sua nemesi, la Luna Nera.

Descrivere Milano attraverso i secoli ha beneficiato enormemente del mio lavoro fotografico. Conoscendo la città e i suoi palazzi storici, sapevo quali edifici esistevano già in epoche passate e come tracciare percorsi credibili per i miei personaggi. Ho utilizzato mappe storiche, guide architettoniche e documentazione fotografica d’epoca per creare l’atmosfera autentica che permea tutto il romanzo.

La Pinacoteca di Brera, la Biblioteca Braidense, le catacombe sotto San Lorenzo: tutti luoghi reali che ho potuto visitare e fotografare, assorbendone l’atmosfera prima di trasformarli in scenari per la storia. Questa conoscenza diretta si sente nella scrittura: quando la professoressa Rossi cammina per i corridoi della Braidense, sto descrivendo spazi che conosco intimamente.

Le sette pietre blu, invece, nascono inizialmente da pura fantasia narrativa. Ho scelto il numero e il colore istintivamente, senza pensarci troppo. Solo dopo la pubblicazione, diverse lettrici appassionate di discipline esoteriche mi hanno fatto notare coincidenze affascinanti: il numero sette corrisponde ai chakra della tradizione orientale, mentre il colore blu è collegato al respiro e alla comunicazione. Considerando che io stesso ho problemi respiratori, forse il mio subconscio ha guidato queste scelte più di quanto pensassi.

Prima di scrivere la prima riga, ho passato mesi a raccogliere materiale, creando schede dettagliate per ogni periodo storico. Questo lavoro preparatorio è stato fondamentale per costruire un mondo credibile, anche se poi ho imparato a nascondere la ricerca dietro dettagli apparentemente casuali. Non volevo che il romanzo diventasse un saggio storico mascherato – ogni informazione doveva servire la storia, non mostrarsi.

Il passaggio dalla ricerca storica alla scrittura creativa è stato come sviluppare una fotografia: hai tutti gli elementi raccolti, ma devi sapere come farli emergere per creare l’immagine finale. L’arte sta nel selezionare i dettagli giusti, quelli che rendono credibile il mondo senza appesantire la narrazione.

Una delle sfide più interessanti è stata mantenere la coerenza tra le diverse epoche. Ogni volta che Sasha ricorda una vita passata, i dettagli storici devono essere accurati, ma allo stesso tempo deve emergere il filo conduttore che lega tutte queste esistenze: la ricerca delle pietre blu e il destino che unisce lui e Giulia attraverso i secoli.

Forse la cosa più affascinante di tutto questo processo di ricerca è stata scoprire che la realtà storica è spesso più incredibile della fantasia. I processi per stregoneria, le società segrete, i rituali esoterici: tutto questo è realmente esistito, e spesso in forme più estreme di quelle che ho immaginato per il romanzo.

La verità è che dietro ogni pagina de “Il Codice delle Sette Luci” ci sono mesi di ricerca, centinaia di documenti consultati e la passione di un fotografo che ha imparato a catturare non solo immagini, ma anche l’anima di epoche lontane.


Se siete curiosi di scoprire come questi anni di ricerca si sono trasformati in un’avventura che attraversa i secoli, “Il Codice delle Sette Luci” è disponibile su Amazon sia in versione cartacea che in eBook. Nel prossimo articolo vi parlerò dei punti di contatto tra fotografia e letteratura, e di come il mio lavoro dietro l’obiettivo ha influenzato il modo di costruire le scene del romanzo.

Il Dottor Ferri: Un Professionista o un Controllore?

Quando la competenza professionale nasconde domande più profonde sulla natura della verità

Tra tutti i personaggi de “Il Codice delle Sette Luci”, il dottor Alessandro Ferri rappresenta una delle figure più enigmatiche e affascinanti. Non perché sia misterioso nel senso classico del termine, ma perché incarna perfettamente quella categoria di persone che incontriamo nella vita reale: professionisti competenti, rassicuranti, che sembrano avere sempre le risposte giuste al momento giusto. Ma è proprio questa perfezione che dovrebbe farci riflettere.

Quando ho creato il dottor Ferri, volevo esplorare una domanda che mi ha sempre affascinato: chi decide cosa l’umanità è pronta a sapere? È una questione che va ben oltre la fiction, perché nella storia abbiamo sempre avuto figure che si sono arrogate il diritto di filtrare la conoscenza “per il nostro bene”. Ma quando questa protezione diventa controllo? E soprattutto: chi protegge davvero i protettori?

Il dottor Ferri appare nel romanzo come l’incarnazione dell’eccellenza professionale. È “un uomo sulla sessantina, con capelli brizzolati e occhiali dalla montatura sottile che incorniciavano occhi intelligenti e attenti.” Tutto in lui trasmette competenza e affidabilità: dall’elegante “completo grigio che sembrava fatto su misura, con una cravatta bordeaux” al suo studio “con le pareti rivestite di librerie, i volumi rilegati in pelle” che creano un’atmosfera di sapere consolidato.

Ma è il suo approccio con Sasha che rivela la vera maestria del personaggio. Quando Sasha gli confessa le sue inquietanti visioni, il dottore non lo giudica né lo fa sentire pazzo. «No, non sta impazzendo. Anzi, il fatto che sia qui, che cerchi di comprendere queste esperienze invece di negarle, dimostra una notevole lucidità.» È esattamente quello che un paziente confuso ha bisogno di sentire. Ma questa perfezione dovrebbe farci riflettere: è davvero solo competenza professionale, o c’è qualcos’altro?

La proposta dell’ipnosi regressiva arriva con spiegazioni così logiche da sembrare ovvie: «L’ipnosi regressiva è uno strumento che ci permette di accedere a parti della nostra coscienza normalmente nascoste.» Le sue parole sono scientifiche, rassicuranti, professionali. Eppure, c’è una precisione nelle sue tecniche che va oltre la normale competenza. Come se non stesse scoprendo insieme a Sasha, ma seguendo una mappa già tracciata.

Il dottor Ferri rappresenta un archetipo che tutti riconosciamo: il professionista che sa sempre cosa dire, che ha sempre la risposta pronta, che sembra conoscere i nostri problemi meglio di noi stessi. È il tipo di persona di cui ci fidiamo istintivamente, proprio perché la società ci ha insegnato a rispettare l’autorità della competenza. Ma questa fiducia è sempre giustificata?

Durante le sedute di ipnosi, il dottore guida Sasha attraverso i ricordi delle sue vite passate con una competenza che sembra quasi soprannaturale. Le sue domande sono sempre pertinenti, le sue osservazioni sempre illuminanti. Sa esattamente quando spingere e quando fermarsi, quando approfondire e quando cambiare argomento. È il tipo di terapeuta che tutti vorrebbero avere: competente, paziente, comprensivo.

Ma questa perfezione solleva domande inquietanti. Come fa a essere così preciso? Da dove viene questa conoscenza apparentemente enciclopedica delle vite passate? E soprattutto: sta davvero aiutando Sasha a scoprire la verità, o sta seguendo un’agenda nascosta?

Il dottor Ferri rappresenta anche un dilemma etico fondamentale: il rapporto tra conoscenza e responsabilità. Se qualcuno possedesse informazioni che potrebbero sconvolgere l’umanità, avrebbe il diritto – o addirittura il dovere – di nasconderle? È una domanda che attraversa tutta la storia umana: dalle biblioteche di Alessandria ai segreti militari moderni, c’è sempre stato qualcuno che ha deciso cosa il resto dell’umanità poteva sapere.

Ma chi dà a questi “guardiani” il diritto di decidere? E come possiamo distinguere tra protezione autentica e controllo mascherato? Il dottor Ferri, con la sua competenza irreprensibile e le sue intenzioni apparentemente pure, incarna perfettamente questo dilemma. È il tipo di persona che potrebbe convincerci che nascondere la verità sia un atto d’amore.

La professione stessa di psicoterapeuta non è casuale. Ho scelto di farne un guaritore della mente perché è la figura che dovrebbe rappresentare la massima protezione psicologica. È qualcuno a cui affidiamo i nostri pensieri più intimi, le nostre paure più profonde, i nostri segreti più oscuri. La relazione terapeutica si basa su una fiducia quasi sacra. Ma cosa succede quando questa fiducia viene tradita?

Il dottor Ferri solleva anche questioni più ampie sulla natura della cura e del controllo. Quando un terapeuta “aiuta” un paziente, lo sta davvero liberando o lo sta guidando verso una verità predeterminata? È una domanda che va al cuore di ogni relazione di potere: tra medico e paziente, tra insegnante e studente, tra governo e cittadino.

Nel romanzo, il dottore rappresenta quel tipo di autorità che è difficile da mettere in discussione perché si presenta sempre con le migliori intenzioni. Non è il tiranno che opprime apertamente, ma il protettore che salva dalla “pericolosa” verità. È il tipo di controllo più sottile e quindi più efficace: quello che ci convince di aver bisogno di essere protetti.

La sua competenza nell’ipnosi regressiva solleva anche domande sulla natura della memoria e dell’identità. Se qualcuno può guidarci attraverso i nostri ricordi più profondi, che tipo di potere ha su di noi? Può influenzare non solo quello che ricordiamo, ma anche come lo interpretiamo? È un potere enorme, e il dottor Ferri lo maneggia con una disinvoltura che dovrebbe farci riflettere.

Il personaggio del dottor Ferri funziona anche come specchio delle nostre insicurezze. Tutti noi, in momenti di confusione, cerchiamo qualcuno che abbia le risposte. Qualcuno che ci dica cosa pensare, cosa fare, come interpretare le nostre esperienze. Ma questa ricerca di guidance può renderci vulnerabili a chi ha agende nascoste.

Il dottor Ferri rappresenta la domanda fondamentale: preferiresti una verità che ti distrugge o una menzogna che ti protegge? È un dilemma che non ha risposte facili, e il dottore sembra incarnare entrambe le possibilità. È il protettore che ci salva da verità pericolose, o il controllore che ci nega il diritto di scegliere?

Quello che rende il dottor Ferri così affascinante è che non è mai completamente chiaro da che parte stia. È competente? Indubbiamente. Ha buone intenzioni? Apparentemente sì. Ma le buone intenzioni sono sufficienti a giustificare il controllo dell’informazione? E soprattutto: chi decide cosa costituisce una “buona intenzione”?

Il dottor Alessandro Ferri ci ricorda che i guardiani più pericolosi sono spesso quelli che si presentano come nostri protettori. Ci pone di fronte alla domanda scomoda: siamo disposti a rinunciare alla verità in cambio della sicurezza? E se sì, chi deciderà per noi cosa è sicuro sapere e cosa no?


Se siete curiosi di scoprire quale ruolo gioca davvero il dottor Ferri nella ricerca della verità di Sasha e se la sua competenza nasconde qualcosa di più profondo, “Il Codice delle Sette Luci” è disponibile su Amazon in versione cartacea e digitale. Sta a voi decidere se fidarvi delle sue buone intenzioni o se la competenza perfetta nasconde sempre qualcosa.

Elena Rossi: Il Mistero di una Professoressa di Milano

Quando una vita di ricerca accademica nasconde verità che attraversano i secoli

Tra tutti i personaggi de “Il Codice delle Sette Luci”, la professoressa Elena Rossi è quello che più incarna il fascino del mistero intellettuale. Non è solo una studiosa che ha dedicato la vita alla ricerca: è una donna che sembra conoscere segreti che vanno ben oltre quello che dovrebbe sapere una normale accademica. Quando appare nella storia di Sasha, porta con sé un’aura di conoscenza antica che trasforma completamente la percezione del lettore su cosa sia realmente possibile.

Quando ho immaginato Elena Rossi per la prima volta, volevo creare un personaggio che rappresentasse quel tipo di intellettuale che tutti abbiamo incontrato almeno una volta: la professoressa che sa sempre qualcosa in più di quello che dice, che risponde alle domande con altre domande, che sembra muoversi in un mondo parallelo fatto di connessioni invisibili agli altri. Ma Elena si è rivelata essere molto di più di una semplice figura accademica enigmatica.

Elena Rossi ha il suo ufficio alla Biblioteca Braidense, collegata alla Pinacoteca di Brera, in uno di quegli ambienti milanesi che trasudano cultura e storia da ogni pietra. “Le antiche scaffalature in legno di quercia si ergevano dal pavimento al soffitto”, cariche di volumi che sembrano custodire molto più di semplice conoscenza accademica. È in questo ambiente che Elena si muove con la naturalezza di chi ha trascorso una vita intera tra libri e manoscritti, ma c’è qualcosa nel suo modo di guardare il mondo che suggerisce una familiarità che va oltre la semplice erudizione.

La prima cosa che colpisce di Elena è la sua capacità di apparire sempre al momento giusto, nel posto giusto. Non è mai un caso quando incrocia il cammino di Sasha. C’è una precisione quasi soprannaturale nei suoi movimenti, come se seguisse una mappa invisibile che solo lei può leggere. Porta sempre al collo un piccolo ciondolo con una pietra blu, un dettaglio apparentemente insignificante che però sembra pulsare di vita propria quando la luce lo colpisce nel modo giusto.

Milano, vista attraverso gli occhi di Elena, diventa una città completamente diversa. Non è più solo la metropoli moderna che conosciamo, ma un palinsesto di storie stratificate, dove ogni palazzo, ogni strada, ogni angolo nascosto racconta segreti che la storia ufficiale ha dimenticato. Elena si muove per la città con una familiarità che va oltre quella di chi ci ha semplicemente vissuto e lavorato per anni. È come se conoscesse Milano in modi che sfuggono alla comprensione normale, come se potesse leggere significati nascosti in luoghi che per tutti gli altri sono semplicemente quotidiani.

La sua conoscenza della storia milanese è impressionante, ma non nel modo accademico tradizionale. Elena non cita date e nomi come farebbe un normale storico. Le sue osservazioni hanno sempre una sfumatura diversa, come se stesse parlando di eventi che ha vissuto personalmente piuttosto che studiato sui libri. Quando descrive luoghi e periodi storici, c’è una qualità emotiva nelle sue parole che suggerisce un coinvolgimento più profondo di quello che dovrebbe avere una semplice studiosa.

Il rapporto di Elena con i libri e i manoscritti antichi è particolare. Non li maneggia come oggetti di studio, ma con una riverenza quasi religiosa, come se fossero reliquie sacre. Il suo ufficio alla Braidense è organizzato secondo criteri che sembrano sfuggire alla logica normale: certi volumi sono disposti in modi specifici, certi spazi sembrano avere significati nascosti. C’è sempre la sensazione che dietro la facciata rispettabile dell’ufficio di una professoressa si celi qualcosa di molto più misterioso.

Elena ha una rete di contatti che si estende attraverso tutta Milano in modi che vanno oltre quelli di una normale accademica. Bibliotecari, archivisti, custodi di musei: tutti sembrano conoscerla e rispettarla in modi che suggeriscono legami più profondi di quelli professionali. È come se facesse parte di una comunità invisibile che opera sotto la superficie della Milano ufficiale, una rete di persone accomunate da conoscenze e scopi che rimangono nascosti agli occhi dei più.

Quello che rende Elena un personaggio così affascinante è il modo in cui bilancia perfettamente l’apparenza di normalità accademica con suggerimenti di misteri più profondi. Non è mai esplicitamente soprannaturale, ma c’è sempre qualcosa nelle sue parole, nei suoi gesti, nelle sue conoscenze che va oltre l’ordinario. È il tipo di persona che fa domande che dimostrano di sapere già le risposte, che fornisce indizi senza mai rivelare completamente quello che sa.

Il peso della conoscenza che Elena porta con sé è palpabile. C’è una malinconia nei suoi occhi che parla di responsabilità enormi, di segreti che non può condividere, di una solitudine che deriva dal sapere cose che altri non possono comprendere. Ma non è mai vittimistica: Elena ha scelto consapevolmente il suo ruolo e lo porta avanti con una determinazione che rivela una forza d’animo straordinaria.

La sua relazione con Sasha si sviluppa gradualmente, passando dall’osservazione a distanza a un coinvolgimento sempre più diretto. Elena sembra conoscere aspetti della personalità e del destino di Sasha che lui stesso non ha ancora scoperto. Lo guida senza forzare, suggerisce senza imporre, creando le condizioni perché Sasha possa fare le proprie scoperte al momento giusto. È il tipo di mentore che non insegna risposte, ma aiuta a fare le domande giuste.

Milano diventa, attraverso Elena, un personaggio del romanzo. Lei conosce la città in tutti i suoi strati temporali, dalle vestigia romane ai palazzi medievali, dalle chiese rinascimentali agli edifici moderni. Ma soprattutto conosce i luoghi nascosti, gli spazi dimenticati, le storie sepolte che continuano a influenzare il presente. È attraverso Elena che Sasha e il lettore scoprono che Milano nasconde molto più di quello che mostra in superficie.

Il mistero di Elena non è mai completamente risolto, ed è proprio questo che la rende così affascinante. È un personaggio che mantiene sempre una parte di sé nascosta, che rivela abbastanza per incuriosire ma mai abbastanza per soddisfare completamente la curiosità. Anche quando il romanzo svela alcuni dei suoi segreti, Elena conserva sempre un’aura di mistero che suggerisce profondità ancora inesplorate.

La sua presenza nel romanzo trasforma tutto quello che la circonda. I luoghi diventano più significativi, gli eventi assumono risonanze più profonde, le coincidenze rivelano pattern nascosti. Elena è il catalizzatore che permette a Sasha di vedere oltre la superficie delle cose, di accettare che il mondo possa essere molto più strano e meraviglioso di quello che aveva sempre creduto.

Elena Rossi rappresenta quel tipo di persona che tutti speriamo di incontrare almeno una volta nella vita: qualcuno che sa cose che noi non sappiamo, che può aprirci porte su realtà che non avevamo mai immaginato, che può trasformare la nostra comprensione del mondo e di noi stessi. È il tipo di mentore che non ti dice cosa pensare, ma ti insegna come guardare con occhi diversi.

La professoressa Elena Rossi dimostra che la vera conoscenza non è mai solo accademica: è vissuta, sofferta, conquistata attraverso esperienze che vanno ben oltre quello che si può imparare sui libri. È la custode di un patrimonio che attraversa il tempo, e incontrare lei significa scoprire che la realtà ha molti più livelli di quelli che avevamo mai sospettato.


Se siete curiosi di scoprire quali segreti custodisce davvero la professoressa Elena Rossi e come la sua conoscenza trasforma la vita di Sasha, “Il Codice delle Sette Luci” è disponibile su Amazon in versione cartacea e digitale. Nel prossimo articolo vi parlerò del dottor Ferri, il personaggio che nasconde le sorprese più inaspettate della storia.

Il Codice delle Sette Luci: La Scrittura come Arte Visiva

Come il mio background fotografico ha trasformato il modo di scrivere “Il Codice delle Sette Luci”

Quando ho iniziato a scrivere “Il Codice delle Sette Luci”, non sapevo che il mio background fotografico sarebbe diventato il vero motore della narrazione. Dopo anni passati a catturare l’anima di luoghi medievali come Soncino e i castelli del Ducato di Parma e Piacenza, mi sono ritrovato a “fotografare” con le parole, applicando inconsciamente le stesse tecniche che uso dietro l’obiettivo. La mia filosofia fotografica – “Non importa che fotocamera usi. Dipende solo Dove la punti e Come la punti” – si è trasformata naturalmente in: Non importa quali parole usi. Dipende solo su cosa le focalizzi e come le componi.

Ogni scena del romanzo nasce come una fotografia nella mia mente. Prendo ad esempio il momento cruciale in cui Sasha entra nel negozio di tende a Milano: “Il suo sguardo era catturato da qualcos’altro: una serie di tende di velluto blu scuro, identiche a quelle che aveva visto… dove? Quando?” Qui ho applicato quello che in fotografia chiamiamo “focus selettivo”. Proprio come quando uso un diaframma aperto per isolare il soggetto, ho “sfocato” tutto il contesto del negozio per mettere a fuoco solo quelle tende blu. Il lettore vede esattamente quello che vedo io attraverso l’obiettivo: un dettaglio che emerge dallo sfondo e cattura tutta l’attenzione.

La mia passione per il bianco e nero mi ha insegnato che la vera drammaticità nasce dal contrasto. Nelle mie fotografie dei castelli del Ducato di Parma e Piacenza cerco sempre quel gioco di luci e ombre che crea “un senso di intimità, mistero e atemporalità” – le stesse sensazioni che volevo trasferire nel romanzo. Quando descrivo Milano attraverso gli occhi di Sasha, uso la stessa tecnica: “Milano si stava risvegliando sotto un cielo sorprendentemente limpido, una rarità in una città solitamente avvolta dallo smog.” È una composizione fotografica: primo piano (Milano che si risveglia), sfondo (il cielo limpido), e il contrasto (la rarità contro la normalità dello smog). Creo profondità narrativa esattamente come creo profondità di campo.

In fotografia, il tempo di posa determina se congeli un momento o catturi il movimento. Nella scrittura ho scoperto di fare la stessa cosa con il ritmo delle frasi. Per i flashback delle vite passate di Sasha uso “tempi di posa lunghi” – periodi ampi, descrizioni che fluiscono: “Il vento portava con sé l’odore di spezie dai bazar vicini, mescolato all’aroma di mare e storia…” Per i momenti di azione uso “tempi rapidi” – frasi secche, staccate: “Un rumore di passi. Si voltò di scatto. Nessuna risposta.”

Quando fotografo architetture dei castelli del Ducato di Parma e Piacenza, applico sempre la regola dei terzi per creare equilibrio visivo. Nel romanzo faccio lo stesso con la struttura delle scene: nel primo terzo stabilisco il setting (Milano, il negozio, l’ufficio), nel secondo introduco il conflitto o la tensione (le visioni, i déjà vu), nel terzo finale risolvo o amplifico il mistero (la scoperta, la fuga). È una composizione che ho imparato inquadrando i miei soggetti, dove l’elemento principale non sta mai al centro ma crea dinamismo negli spazi.

La fotografia macro mi ha insegnato che spesso la storia più potente si nasconde nei dettagli più piccoli. Nel romanzo, sono i particolari a portare il peso emotivo: “La pietra sembrava calda, quasi viva, contro la sua pelle anche attraverso il tessuto della camicia.” Non descrivo genericamente “una pietra magica”, ma mi concentro su quella sensazione tattile specifica – il calore attraverso il tessuto. È come quando ingrandisco la texture di una pietra medievale: il dettaglio diventa protagonista.

Descrivere Milano nel romanzo è stato naturale perché da fotografo sono abituato a vedere la città in layers temporali. Quando fotografo Melegnano e i suoi dintorni, vedo sempre il presente sovrapporsi al passato medievale. Per Sasha ho fatto lo stesso: la Milano contemporanea del grafico pubblicitario si sovrappone alla Milano delle sue vite passate. Come in una doppia esposizione fotografica, due immagini coesistono nello stesso frame narrativo.

La mia predilezione per il bianco e nero non è solo estetica – è filosofica. Eliminare il colore significa concentrarsi sull’essenza, sull’emozione pura. Nel romanzo ho applicato lo stesso principio: invece di descrivere tutto minuziosamente, seleziono solo gli elementi che servono al racconto. Quando Sasha vive le sue regressioni, non perdo tempo in descrizioni colorate del periodo storico. Mi concentro su sensazioni pure: la paura, il freddo, il battito del cuore. È il bianco e nero narrativo.

Scrivere “Il Codice delle Sette Luci” mi ha fatto capire che non ho mai smesso di essere un fotografo. Ho solo cambiato strumento: al posto della Leica uso la tastiera, al posto della carta fotografica uso la pagina bianca. Ma l’approccio rimane lo stesso: osservare, attendere il momento giusto, catturare l’essenza, raccontare una storia attraverso immagini – che siano fatte di luce o di parole. Forse è per questo che ho scelto Sasha come protagonista: anche lui è un fotografo che scopre che la sua arte può aprire porte su realtà invisibili. In fondo, non è questo quello che facciamo noi fotografi ogni volta che premiamo il pulsante di scatto?


Se anche voi volete scoprire quale mistero si cela dietro questi luoghi milanesi, “Il Codice delle Sette Luci” è disponibile su Amazon sia in versione cartacea che in eBook. Nel prossimo articolo vi racconterò perché ho scelto proprio Milano come ambientazione per questa storia di reincarnazione e misteri.