Quando una città diventa personaggio: Milano tra uffici moderni e misteri nascosti
“Milano è troppo moderna per un romanzo sui misteri antichi.” È stato questo il primo commento che ho ricevuto quando ho raccontato che ambientavo “Il Codice delle Sette Luci” nella capitale lombarda. La persona che me l’ha detto immaginava probabilmente castelli scozzesi, villaggi medievali toscani o antiche rovine romane come scenari più adatti a una storia di reincarnazione e segreti esoterici.
Ma è proprio per questo che Milano era la scelta perfetta.
Quando ho iniziato a scrivere la storia di Sasha, volevo esplorare come il soprannaturale possa irrompere nella vita quotidiana. E quale vita è più quotidiana di quella di un grafico pubblicitario che ogni mattina va in ufficio, prende l’ascensore, si siede davanti al computer e sopporta i pettegolezzi dei colleghi?
Sasha lavora al quinto piano di “una fortezza di vetro e acciaio: dodici piani di modernità impersonale che si riflettevano nel cielo grigio di Milano.” È un ambiente che molti lettori riconoscono: l’open space con il rumore di tastiere e telefoni, le pause caffè, le frustrazioni quotidiane. Ma proprio in questo contesto ipermoderno iniziano a manifestarsi le sue visioni di vite passate.
Il contrasto è potente: mentre discute con Marco dei soliti pettegolezzi aziendali, Sasha vede riflesso nel monitor del computer “il volto di un uomo giovane, con occhi scuri e determinati, che lo fissava dall’altro lato dello schermo.” La modernità diventa il palcoscenico perfetto per l’irruzione dell’antico.
Milano ha una caratteristica particolare: sa essere discreta. Non è una città che mette in mostra i suoi misteri come un museo all’aperto. Li nasconde dietro facciate moderne, in negozi apparentemente normali, in quartieri residenziali tranquilli.
Nel romanzo, è proprio in “una zona residenziale tranquilla, con palazzi d’epoca dai mattoni rossi consumati dal tempo e balconi in ferro battuto ricoperti di glicini” che Sasha ha una delle sue esperienze più intense. Un semplice negozio di tende diventa il luogo dove il passato e il presente si scontrano violentemente.
Quando entra nel negozio con Giulia, tutto sembra normale: “Le pareti erano coperte da scaffali che raggiungevano il soffitto, carichi di rotoli di stoffa di ogni colore e texture.” Ma è proprio in questo ambiente quotidiano che Sasha viene sopraffatto dai ricordi di vite passate, vedendosi come “qualcuno che si muoveva sui tetti con la stessa grazia felina, scivolando tra le ombre della notte.”
Una delle cose che più mi ha affascinato scrivendo il romanzo è stata la scoperta che Milano non ha bisogno di luoghi “magici” per diventare misteriosa. È nel mercato rionale, tra “bancarelle colorate che si estendevano a perdita d’occhio, creando un labirinto di profumi, colori e voci”, che Sasha scopre la collana con le pietre blu. È tra i banchi della verdura e i venditori che gridano i prezzi che il mistero si manifesta.
Il mercato che ho descritto è quello di ogni giorno, fatto di “una donna anziana che selezionava con cura i pomodori, un bambino che mordeva una mela rubata dal cesto, un venditore che gridava i prezzi della sua merce.” Ma è proprio in questa normalità che emergono gli indizi del soprannaturale.
Da fotografo, ho sempre amato Milano per la sua capacità di trasformarsi a seconda della luce e del momento. Nel romanzo, Sasha condivide questa stessa passione: cattura “piccoli momenti di vita quotidiana cristallizzati in bianco e nero”, fotografa musicisti di strada e scene di vita urbana.
Ma quello che rende Milano perfetta per la storia è che la città stessa diventa una sorta di fotografia a doppia esposizione: quella moderna che vediamo normalmente si sovrappone a strati più antichi e misteriosi. Quando Sasha guarda “attraverso il parabrezza, la città sembrava diversa, più ostile”, sta vedendo Milano con occhi che appartengono anche al passato.
Milano rappresenta perfettamente il peso della vita moderna che schiaccia l’anima. Sasha odia “quella gabbia di vetro e acciaio”, sopporta “il traffico di Milano che si snodava simile a un serpente malato, fatto di clacson nervosi e gas di scarico.” È una vita che molti riconoscono: “ogni semaforo rosso era una piccola tortura, un promemoria del tempo che scivolava via.”
Ma è proprio contro questo sfondo di routine oppressiva che le visioni di vite passate assumono un significato liberatorio. Le memorie di Sébastien che corre sui tetti di Parigi rappresentano una libertà che il Sasha moderno ha perso. Il contrasto tra la “camicia bianca stirata con precisione militare, cravatta blu scuro, pantaloni eleganti” e la grazia felina del ladro parigino crea una tensione emotiva fortissima.
Milano nel romanzo non è solo un’ambientazione: è uno specchio dell’anima di Sasha. Quando è depresso dall’ufficio, “la città sembrava diversa, più ostile, pareva disapprovasse il suo ritorno alla routine.” Quando è eccitato dalle sue scoperte, Milano diventa un labirinto di possibilità e misteri.
La città cambia a seconda di chi la guarda e di cosa sta vivendo. È questa capacità di trasformarsi che la rende perfetta per una storia sulla reincarnazione: come Sasha scopre di aver vissuto molte vite, così Milano rivela di avere molte facce nascoste.
Quello che più mi interessava era raccontare una storia soprannaturale che fosse però radicata nell’esperienza urbana autentica. Sasha e Giulia non sono turisti che visitano luoghi esotici: sono persone normali che “prendono un caffè fumante quando finalmente scende”, vanno al mercato per comprare “verdure fresche”, vivono in appartamenti veri con problemi veri.
Il mistero si inserisce in questa vita quotidiana, e questo lo rende più credibile e più inquietante. Non c’è bisogno di andare in un castello gotico per vivere il soprannaturale: può capitare mentre fai la spesa o vai in ufficio.
Milano, alla fine, era la scelta perfetta perché è una città che sa nascondere l’incredibile dietro l’ordinario. E forse è proprio questo il vero mistero: che dietro ogni routine, ogni ufficio, ogni strada familiare, si nascondano storie che aspettano solo di essere scoperte.
Se siete curiosi di scoprire quali altri misteri si celano nelle strade milanesi, “Il Codice delle Sette Luci” è disponibile su Amazon in versione cartacea e digitale. Nel prossimo articolo vi parlerò del significato simbolico delle sette pietre blu e di come sono arrivato a scegliere proprio questo numero per il mistero centrale della storia.
Quando la mia macchina fotografica mi ha portato oltre i misteri nascosti della città
Chi conosce Milano sa che è una città stratificata. Sotto il cemento e il vetro delle torri moderne pulsa ancora il cuore di una metropoli che ha visto passare romani, longobardi, signori rinascimentali e rivoluzionari. Ma quello che ho scoperto scrivendo “Il Codice delle Sette Luci” è che Milano nasconde anche un’altra faccia: quella esoterica, fatta di simboli, energie e segreti che si nascondono in piena vista.
Da fotografo milanese, ho sempre amato immortalare gli angoli meno conosciuti della città. Ma quando ho iniziato a immaginare i luoghi dove Sasha avrebbe vissuto le sue avventure, ho scoperto che alcuni posti che credevo di conoscere bene nascondevano storie molto più profonde di quanto immaginassi.
La Biblioteca Braidense: custode di segreti antichi
Il primo luogo che ho scelto per il romanzo è stata la Biblioteca Braidense, collegata alla Pinacoteca di Brera. È qui che la professoressa Elena Rossi ha il suo ufficio, qui che custodisce il Codice delle Sette Luci, qui che si nascondono i veri segreti della Società del Tempo Eterno.
La Braidense è uno di quei luoghi milanesi che trasudano cultura da ogni pietra. I suoi corridoi silenziosi, le sale di lettura dove il tempo sembra sospeso, gli archivi dove si conservano manoscritti di secoli fa. È il posto perfetto per nascondere segreti antichi in mezzo a libri moderni.
Nel romanzo, nell’ufficio della professoressa si cela un archivio segreto accessibile attraverso una libreria mobile, dove la Società del Tempo Eterno conserva documenti che raccontano la vera storia dell’umanità. E non è solo fantasia: le grandi biblioteche hanno sempre custodito molto più di quello che mostrano al pubblico. Manoscritti riservati, collezioni private, documenti che aspettano di essere studiati.
La Pinacoteca di Brera: dove l’arte nasconde verità
Collegata alla Braidense, la Pinacoteca diventa nel romanzo molto più di un museo. È il luogo dove agenti della Società si muovono travestiti da bibliotecari, dove si custodiscono documenti antichi che raccontano storie che la storia ufficiale ha dimenticato. Quei saloni eleganti, con i loro capolavori esposti, sono il teatro perfetto per incontri clandestini e scoperte decisive.
C’è qualcosa di magnetico in quel cortile settecentesco circondato da colonnati. Quando ci entri, specialmente nelle ore meno affollate, senti che quelle pietre hanno assorbito secoli di conoscenza. E la cosa interessante è che, facendo ricerche per il libro, ho scoperto che la Pinacoteca ha davvero una storia esoterica. Nel Settecento e Ottocento, i palazzi di Brera hanno ospitato circoli intellettuali, società segrete e personaggi che cercavano forme di conoscenza alternative.
Le catacombe di San Lorenzo: il mondo sotterraneo
Milano ha un mondo sotterraneo che molti non conoscono. Sotto San Lorenzo, per esempio, ci sono davvero delle catacombe paleocristiane. Nel romanzo, è qui che nel 1983 la giovane Elena Rossi fa la sua prima grande scoperta, qui che incontra il professor Alberti e qui che comprende di essere una Custode risvegliata.
Questi luoghi sotterranei hanno un fascino particolare. Sono spazi dove il tempo si è fermato, dove puoi ancora sentire l’eco di vite vissute secoli fa. Per un fotografo, sono sfide incredibili: la luce è particolare, le ombre creano forme misteriose, ogni angolo racconta una storia diversa.
La Biblioteca Ambrosiana: dove inizia la ricerca
È alla Biblioteca Ambrosiana che Sasha inizia la sua vera ricerca sulle pietre blu. Tra quei tavoli di legno lucido, circondato da libri polverosi sulla storia dei gioielli, scopre la fotografia della Contessa Visconti che cambierà tutto. Qui incontra Clara, apparentemente una semplice bibliotecaria ma in realtà un’agente della Società del Tempo Eterno.
L’Ambrosiana, con le sue antiche mura cariche di secoli di conoscenza, è il luogo perfetto per far iniziare il mistero. Tra quei corridoi dove l’odore dei libri vecchi si mescola al suono dei passi sul pavimento di marmo, Sasha sente per la prima volta quella familiarità inspiegabile che caratterizzerà tutto il suo viaggio.
I luoghi della vita quotidiana
Ma quello che più mi ha colpito scrivendo il romanzo è stato rendermi conto che la Milano esoterica non è solo nei luoghi famosi. È nel negozio di tende dove Sasha trova le prime tracce del mistero e ha le sue visioni più intense. È nel mercato rionale dove compare la collana con le pietre blu che cattura la sua attenzione in modo inspiegabile. È negli uffici moderni del quinto piano dove la vita quotidiana si scontra con visioni di vite passate.
Il palazzo Visconti in via Brera, elegante e austero, con la sua facciata neoclassica e le finestre che sembrano occhi vigili. Convertito in un piccolo museo privato, nasconde nei suoi saloni i segreti della Contessa e le tracce delle pietre blu che attraversano i secoli.
Milano è una città che sa nascondere i suoi segreti in piena vista. Basta saperli cercare con gli occhi giusti. E forse, proprio come Sasha nel romanzo, tutti noi abbiamo la possibilità di vedere oltre la superficie se solo impariamo a guardare davvero.
La fotografia mi ha insegnato che ogni luogo ha più livelli di lettura. Nel mirino della mia macchina fotografica, Milano è sempre stata una città che cambia a seconda di come la guardi, di che luce scegli, di quale momento catturi. Scrivendo “Il Codice delle Sette Luci” ho scoperto che è anche una città che cambia a seconda di quale storia sei pronto a sentire.
Alla fine, forse il vero segreto di Milano non è nascosto nei suoi palazzi o nelle sue biblioteche. È nel modo in cui la città ti invita a guardare oltre l’apparenza, a cercare connessioni tra passato e presente, a credere che anche nei luoghi più familiari si possano nascondere storie straordinarie.
Se anche voi volete scoprire quale mistero si cela dietro questi luoghi milanesi, “Il Codice delle Sette Luci” è disponibile su Amazon sia in versione cartacea che in eBook. Nel prossimo articolo vi racconterò perché ho scelto proprio Milano come ambientazione per questa storia di reincarnazione e misteri.
La collaborazione artistica con Alice Kavalla è iniziata nel 2023 con la mostra “UNO SGUARDO SUL MEDIOEVO“, quando le mie immagini fotografiche si sono intrecciate per la prima volta con le sue parole evocative. Prima nella splendida cornice della Sala Imperatore del Castello Mediceo di Melegnano a giugno, poi nelle sale di Villa Mezzabarba a Borgarello in occasione della rievocazione storica dal Medioevo al Rinascimento. Quel viaggio parallelo tra presente e passato, dove le mie fotografie incontravano i suoi racconti di personaggi eroici e trame avvincenti, ha segnato l’inizio di un dialogo artistico che continua a evolversi.
C’è qualcosa di magico nel momento in cui due forme d’arte si riconoscono e decidono di crescere insieme. Da quella prima collaborazione medievale, Alice ha continuato il suo percorso di scrittura fino ad arrivare al suo romanzo “SEI come me”, e anche questa volta i nostri linguaggi artistici si sono ritrovati a dialogare. Era una sera prima della trasmissione radiofonica LIGHTNESS che Alice conduce su RadioUSOM, dove ormai sono ospite fisso. Ero appena tornato dall’Inghilterra con un portfolio di fotografie che ritraevano colline verdi che si perdevano nell’orizzonte.
Alice si è fermata su una particolare immagine – una di quelle che, pur essendo a colori, manteneva quella delicatezza tonale che si avvicina alla mia poetica del bianco e nero. I colori erano presenti ma smorzati, come filtrati da una leggera nebbia, creando un’atmosfera sospesa tra sogno e realtà. “Questa è perfetta per il mio libro“, ha detto con quella sicurezza che caratterizza chi ha trovato esattamente quello che cercava. In quel momento ho capito che la nostra sintonia artistica, nata tra le mura medievali, aveva trovato una nuova espressione.
Come fotografo, sono abituato a catturare frammenti di realtà in un istante. Alice, invece, ha costruito il suo romanzo come un mosaico emotivo, dove ogni protagonista – Agata, Sammy, Lorella, Luna, Ottavia e Silvia – rappresenta una sfaccettatura dell’universo femminile contemporaneo. La sua capacità di “sviluppare” i caratteri ricorda il processo di camera oscura: lentamente, nell’acido del racconto, emergono i dettagli, le sfumature, le profondità nascoste.
Quello che mi ha colpito di più, seguendo la nascita di questo libro sin dalle prime idee che mi mostrava dopo i nostri eventi medievali, è stato vedere come Alice abbia affinato la sua voce narrativa. Ogni scrittore ha il suo territorio narrativo, quel terreno dove si muove con naturalezza e autenticità. Alice lo ha trovato nel racconto della solidarietà femminile, in quelle storie di donne che si incontrano e si riconoscono negli occhi l’una dell’altra.
La scelta di utilizzare la mia fotografia per la copertina non è stata casuale, ma il naturale proseguimento del nostro dialogo artistico iniziato tra castelli e rievocazioni storiche. Quella immagine di colline che si perdevano nell’orizzonte cattura perfettamente l’essenza del libro: la vastità del paesaggio rappresenta le infinite possibilità che si aprono quando le donne si sostengono a vicenda, mentre il senso di intimità che pervade lo scatto riflette la dimensione personale e autentica dei racconti di Alice. È affascinante come un’immagine statica possa dialogare con centinaia di pagine scritte. La fotografia ferma un momento, la letteratura lo espande nel tempo. Insieme, creano una narrazione completa che tocca l’anima del lettore.
Essere stato il primo a farmi scrivere la dedica è stato un piccolo privilegio dell’amicizia che custodisco con affetto. Ma il vero privilegio è stato assistere alla trasformazione di Alice da scrittrice emergente – quella che con le sue parole dava vita ai miei scatti medievali – a narratrice consapevole della propria voce. Averla vista crescere, affinare il suo stile, trovare il coraggio di raccontare verità scomode e bellissime, è stato come osservare attraverso l’obiettivo il momento perfetto in cui tutto si allinea per creare l’immagine definitiva.
Questo libro mi ha fatto riflettere sul rapporto tra arte e vita, tra creatività e relazioni umane. Come fotografo, sono abituato a lavorare in solitudine, a catturare momenti fugaci che spesso nessun altro nota. Alice, invece, ha costruito la sua opera sulla condivisione, sull’incontro, sul riconoscimento reciproco. “SEI come me” non è solo il titolo del romanzo, è una filosofia di vita. È il riconoscimento che, nonostante le nostre differenze, condividiamo tutti la stessa umanità, le stesse paure, le stesse speranze. È quello che accade quando due persone – che siano amiche, sorelle, sconosciute – si guardano davvero negli occhi e si riconoscono.
Il libro è ora disponibile su Amazon in versione cartacea ed eBook, gratuito per chi ha Kindle Unlimited. Vi invito a leggerlo non solo per la qualità della scrittura di Alice, ma per l’esperienza emotiva che offre. Preparatevi a riconoscervi in Agata, Sammy, Lorella, Luna, Ottavia e Silvia. Preparatevi a scoprire che, effettivamente, non siamo mai soli.
Come dice Alice, a volte basta un incontro per scoprire di non essere gli unici a provare certe emozioni, a vivere certi conflitti, a sognare certi sogni. E forse, in un mondo che spesso ci fa sentire isolati, questo è il regalo più prezioso che un libro possa farci: la consapevolezza che siamo tutti, in fondo, incredibilmente simili.
Mentre scrivo queste righe, ho davanti a me quella fotografia di colline inglesi che ora decora la copertina del libro di Alice. E sorrido, pensando a come il nostro dialogo artistico, nato tra le mura di un castello medievale, abbia trovato una nuova forma di espressione. L’arte ha sempre il potere di creare connessioni inaspettate, di costruire ponti tra anime diverse ma profondamente affini.
L’Allineamento Perfetto: Cuore, Mente e Occhio nella Fotografia in Bianco e Nero
Riflessioni di un fotografo sull’essenza dell’arte fotografica
Quando Henri Cartier-Bresson pronunciò quelle parole immortali – “Quello che un buon fotografo deve cercare di fare è mettere sulla stessa linea di mira il cuore, la mente e l’occhio” – non poteva immaginare quanto profondamente avrebbero risuonato nell’anima di chi, come me, ha fatto della fotografia in bianco e nero la propria ragione di vita.
Da un’intera vita catturato dall’incantesimo del bianco e nero, ho compreso che questa scelta non è mai stata una semplice preferenza estetica. È piuttosto una filosofia, un modo di vedere il mondo spogliato dalle distrazioni del colore, dove ogni sfumatura di grigio racconta una storia, dove ogni ombra nasconde un segreto.
Il bianco e nero mi permette di cogliere l’essenza pura del soggetto, quella verità nascosta che spesso il colore maschera. Quando inquadro nel mirino, non vedo rossi o blu, ma vedo anime, emozioni, la luce che danza con l’oscurità in un’eterna dialettica di contrasti.
Nella mia ricerca fotografica, la bellezza femminile occupa un posto speciale. Non è quella patinata e artificiale delle riviste, ma quella autentica, quella che emerge dalla spontaneità di un gesto, dalla malinconia di uno sguardo, dalla grazia di una posa naturale.
Fotografare una donna in bianco e nero significa catturare la sua essenza più profonda. I toni di grigio accarezzano le curve del viso come pennellate d’argento, mentre le ombre modellano i lineamenti con la delicatezza di un’antica scultura. Ogni ritratto diventa un dialogo silenzioso tra il mio obiettivo e l’anima del soggetto.
Ricordo un pomeriggio di novembre; la luce dorata che filtrava attraverso le persiane creava geometrie perfette sul volto di Helena. In quel momento, cuore, mente e occhio si sono allineati perfettamente: il cuore ha sentito la malinconia del momento, la mente ha calcolato l’esposizione ideale, l’occhio ha catturato quell’istante irripetibile. Il risultato è stato una fotografia che ancora oggi, guardandola, mi fa battere il cuore.
La mia passione per l’epoca medievale si riflette inevitabilmente nel mio lavoro fotografico. Castelli che si ergono contro cieli drammatici, chiese romaniche che sussurrano antiche preghiere, borghi medievali dove il tempo sembra essersi fermato.
Il bianco e nero è il linguaggio naturale per raccontare questi luoghi intrisi di storia. Le pietre millenarie, scolpite dal tempo e dalle intemperie, trovano nel monocromo la loro voce più autentica. Ogni ombra racconta di cavalieri e dame, ogni fascio di luce che penetra attraverso le feritoie di un castello narra epopee dimenticate.
Quando fotografo un’architettura medievale, sento il peso della storia sulle mie spalle. Il mio obiettivo diventa un ponte tra passato e presente, un mezzo per far rivivere emozioni sepolte sotto secoli di polvere. La fotografia in bianco e nero amplifica questa sensazione, eliminando le distrazioni cromatiche e concentrando l’attenzione sull’essenza stessa del soggetto.
Tornando alle parole del maestro Cartier-Bresson, ho imparato sulla mia pelle cosa significhi davvero allineare cuore, mente e occhio. Non è un processo meccanico, ma una sorta di meditazione in movimento.
Il cuore è l’impulso primordiale, quello che mi spinge a sollevare la fotocamera quando intuisco che qualcosa di speciale sta per accadere. È l’emozione pura, quella che fa tremare le mani nell’attesa dello scatto perfetto.
La mente è il calcolo, la tecnica, l’esperienza accumulata negli anni. È quella che sussurra: “Diaframma f/2,8, tempo 1/60, ISO 400.” È la razionalità che bilancia l’istinto del cuore.
L’occhio è la sintesi, il punto di incontro tra emozione e tecnica. È quello che vede la composizione perfetta, che coglie l’attimo decisivo, che trasforma una semplice immagine in una fotografia.
Ogni volta che esco con la mia fedele Nikon, cerco quel momento magico in cui tutti gli elementi si allineano. Che si tratti di immortalare il sorriso fugace di una donna o le ombre che danzano sui muri di un castello, l’obiettivo è sempre lo stesso: catturare l’anima del soggetto.
Il bianco e nero mi aiuta in questa ricerca, eliminando le distrazioni e concentrando l’attenzione su ciò che davvero conta: la luce, l’ombra, l’emozione, la storia. Ogni scatto è una piccola preghiera, un tentativo di fermare il tempo e regalare all’eternità un frammento di bellezza.
Nella mia carriera di fotografo, ho imparato che la vera maestria non sta nella perfezione tecnica, ma nella capacità di trasmettere emozioni. Le parole di Cartier-Bresson continuano a guidarmi ogni giorno, ricordandomi che dietro ogni grande fotografia c’è sempre un perfetto allineamento tra cuore, mente e occhio.
Il bianco e nero rimane il mio linguaggio d’elezione, quello che meglio sa tradurre in immagini i miei sogni di bellezza femminile e di epoche lontane. Perché alla fine, ogni fotografia è un piccolo miracolo: la capacità di trasformare la luce in memoria, l’attimo in eternità, l’emozione in arte.
E io, con la mia fotocamera in mano, continuo a cercare quell’allineamento perfetto, quel momento magico in cui il mondo si ferma per lasciarsi immortalare.
Quando la mia cara amica Joan mi ha consegnato la bozza di “Confini Sfumati” con quella dedica che ancora oggi mi emoziona, non immaginavo di trovarmi tra le mani un romanzo erotico così coinvolgente e raffinato. Leggere le parole di qualcuno che conosci intimamente, vedere i suoi pensieri prendere forma in una storia così appassionante, è un’esperienza che va oltre la semplice lettura: posso assicurare che questo libro farà battere il cuore a molte lettrici.
Joan ha creato in Bianca Moretti una protagonista in cui ogni donna moderna può riconoscersi: brillante diplomatica che lotta tra carriera e desideri, forte ma vulnerabile, determinata eppure capace di abbandonarsi completamente quando incontra l’uomo giusto. E che uomo! Carlo Rinaldi è il perfetto Alpha male contemporaneo: fotografo nomade dal fascino magnetico, esperto delle arti dell’amore quanto degli obiettivi della sua macchina fotografica. Il loro primo incontro al Coastal Café di Dar es Salaam crea una tensione erotica che si può tagliare con un coltello.
L’ambientazione tanzaniana non è solo scenografia, ma diventa complice della passione: la tempesta al Kibali Lodge che li spinge l’uno nelle braccia dell’altro, la ricerca disperata nel Serengeti che rivela quanto profondo sia il loro legame. Joan sa costruire atmosfere che rendono ogni bacio, ogni carezza, ogni momento di intimità assolutamente credibile e travolgente.
Ma è proprio nell’erotismo che Joan dimostra il suo talento più sorprendente. Le scene d’amore sono scritte con una sensualità che fa venire i brividi: intense, appassionate, mai volgari ma abbastanza esplicite da far accelerare il battito cardiaco. Il modo in cui descrive il desiderio, l’attesa, l’abbandono totale tra Carlo e Bianca è qualcosa che ogni donna dovrebbe leggere almeno una volta. Quando lui le sussurra “sei mia” durante la tempesta, o quando lei finalmente si arrende alla passione nell’epilogo all’aeroporto… beh, preparatevi a dover aprire qualche finestra!
Joan riesce nell’impresa più difficile: scrivere di sesso parlando d’amore, creare scene bollenti che sono anche profondamente romantiche. Ogni momento di intimità fisica serve a far crescere la connessione emotiva tra i protagonisti, ogni bacio racconta una storia di anime che si riconoscono.
Certo, come amico sincero devo dire che alcune transizioni avrebbero potuto essere più fluide, ma quando ti ritrovi col fiato sospeso durante i loro incontri clandestini, questi dettagli diventano irrilevanti.
“Confini Sfumati” è il libro perfetto per chi cerca un romanzo erotico intelligente, con personaggi complessi e una storia che sa emozionare quanto eccitare. Se amate gli Alpha male che sanno essere teneri, le eroine forti che non hanno paura di perdere il controllo, e scene d’amore che vi faranno sognare per settimane, questo libro deve assolutamente finire sul vostro comodino.
Preparatevi a notti insonni: non solo per la voglia di sapere come va a finire, ma anche per quello che queste pagine sapranno risvegliare in voi.
Un evento che ha fatto rombare i motori e vibrare il cuore della comunità
Ieri si è svolto con grande successo il primo MotoBrumed 2025, il motoraduno organizzato dal Comune di Mediglia con la collaborazione operativa di Radio Usom, l’unica radio di Melegnano. L’evento ha rappresentato il primo appuntamento del Mediglia Summer Festival, portando energia, passione e il rombo dei motori nella suggestiva cornice di Mombretto.
Un’organizzazione impeccabile nonostante il meteo
Nonostante le previsioni meteorologiche non proprio favorevoli, i centauri si sono presentati numerosi in piazza Terracini a Mombretto, pronti a far rombarre i motori delle loro motociclette. L’evento ha dimostrato come la passione per le due ruote possa superare qualsiasi ostacolo, anche quello del maltempo.
Al loro arrivo, i motociclisti hanno avuto il piacere di fare un giro per le frazioni del comune di Mediglia, scoprendo le bellezze del territorio in sella alle loro fedeli compagne.
Radio Usom al centro dell’evento
Radio Usom ha svolto un ruolo fondamentale come partner ufficiale dell’iniziativa. Gli speaker della radio, tra cui L’Alis, conduttrice del programma radiofonico Lightness che parla appunto di viaggi in moto, l’impeccabile regia di Maxtriplax, il fotografo ufficiale Carlo Oriani, Rosanna, Roberto Florindi e lo Chansommelier Fel, erano tutti presenti per raccontare emozioni e storie direttamente dal cuore dell’evento. Era presente anche Davide Anastasio, il presidente dell’Usom Calcio, e Monica della radio che si è occupata della parte social dell’evento.
La radio ha offerto interviste dal vivo ai protagonisti del motoraduno, con “caschi allacciati e microfoni aperti per dare voce a chi vive sulle due ruote: per passione, per libertà, per divertimento… o perché ha fatto della moto una vera filosofia di vita”.
Un evento che ha superato le difficoltà
Nonostante il forte vento e la pioggia che hanno fatto desistere gran parte del pubblico inizialmente intervenuto, l’evento è proseguito con successo grazie alla costanza e alla determinazione dei volontari di ProLoco Mediglia e di DJ Psycho. La serata è continuata all’insegna della musica live.
Un successo da ripetere
L’entusiasmo per questo primo MotoBrumed lascia ben sperare per le future edizioni dell’evento, che verrà riproposto il prossimo anno.
Il successo del MotoBrumed 2025 dimostra come eventi di questo tipo possano valorizzare il territorio e creare momenti di aggregazione autentica, dove la passione per le due ruote diventa un ponte tra persone diverse unite dall’amore per la libertà su strada.
Cari lettori, è passata una settimana dalle due serate di presentazione de “Il Codice delle Sette Luci” – la prima nella sala Consiliare del Comune di Vizzolo Predabissi e la seconda al Museo Broggi di Melegnano – e sto ancora riflettendo su quello che è emerso da questi incontri. Le sale non erano stracolme, era prevedibile con questa calura estiva, ma proprio per questo l’atmosfera è stata più intima e raccolta. Quello che mi ha colpito di più non sono stati gli applausi, ma la qualità delle domande che sono arrivate dopo, quelle che dimostrano quando un libro riesce davvero a toccare le corde giuste.
La cosa che mi ha fatto più piacere è stato vedere come i lettori presenti abbiano colto immediatamente la doppia anima del romanzo, nonostante fossi io stesso curioso di capire come sarebbe stata accolta questa storia. Da una parte c’è Sasha De Angelis, il mio fotografo protagonista che vive e respira Milano attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica. Dall’altra c’è questo mistero delle sette pietre blu che lo trascina in un viaggio attraverso le sue vite passate. E devo dire che il pubblico ha dimostrato di capire perfettamente che non si tratta di due storie separate.
Quando l’obiettivo diventa una finestra sull’anima
Una ragazza al Museo Broggi mi ha fatto una domanda che ha colto nel segno la connessione tra le mie due passioni: “Conosco le tue fotografie in bianco e nero e so perfettamente che quando scatti lo fai in modo istintivo, come hai fatto ad adattarti a un ritmo più lento e riflessivo dato dalla scrittura?” La sua domanda mi ha fatto riflettere su qualcosa che non avevo mai verbalizzato prima. È vero che scatto in modo istintivo perché in quel preciso momento vedo qualcosa che altri non vedono, ma è anche vero che la scrittura non è altro che dipingere con la penna, mentre nella fotografia si dipinge con luce e ombre. In realtà, devo ammettere che spesso scrivo anch’io d’istinto, e poi faccio una fatica tremenda a cambiare anche quando mi viene chiesto di farlo. Forse fotografia e scrittura non sono così diverse: entrambe catturano l’essenza di un momento, di un’emozione, di una verità che altrimenti andrebbe perduta.
Sasha non è un fotografo qualunque. È uno che vede oltre quello che inquadra. E quando inizia a ricordare le sue vite precedenti, si rende conto che il suo occhio fotografico è sempre stato lì, a catturare dettagli che gli altri non vedono. È come se la sua anima avesse sempre saputo di dover documentare qualcosa di importante, vita dopo vita.
Il fascino eterno delle vite passate
Ma parliamo dell’aspetto che forse mi incuriosiva di più: come sarebbe stata accolta la reincarnazione. Lo so, può sembrare un tema “difficile” per un thriller. Invece, osservando le reazioni del pubblico durante entrambe le presentazioni, ho avuto la conferma che è esattamente il contrario. Le vite passate non sono un espediente narrativo esotico, sono il modo più diretto per esplorare chi siamo davvero quando togliamo tutte le maschere.
Sasha scopre di essere stato, in vite precedenti, persone completamente diverse. Un giovane ladro parigino di nome Sébastien, un guardiamarina inglese chiamato James, un orologiaio rivoluzionario di nome Antoine, persino una guaritrice accusata di stregoneria, Giuliana… Ma quello che lo affascina (e che ha affascinato i lettori) non sono tanto i dettagli storici, quanto il filo rosso che collega tutte queste esistenze. Le sette pietre blu sono il mistero che attraversa i secoli, ma la vera scoperta è che alcuni legami sono davvero eterni.
Durante la serata al Museo Broggi, ho coinvolto direttamente il pubblico con una domanda che ha scatenato reazioni sorprendenti: “Avete mai provato dei déjà vu? Credete di aver vissuto altre vite?” Le mani si sono alzate una dopo l’altra, e le testimonianze hanno riempito la sala. Chi immaginava di essere stata una strega in vite passate, chi sentiva una connessione profonda con gli anni ’30, chi raccontava di aver provato disagio inspiegabile in certi luoghi, avvertendo presenze invisibili ma tangibili. Una lettrice ha confessato: “Mentre leggevo, mi sono chiesta se anche i miei incontri più importanti fossero in realtà dei ‘ritrovamenti’.” Ecco, questo è esattamente quello che speravo di trasmettere. Non importa se credete o no nella reincarnazione. Quello che conta è la sensazione che alcuni incontri, alcuni luoghi, alcune situazioni ci sembrino familiari per motivi che vanno oltre la logica.
Quando i lettori diventano complici
Devo ammettere che i commenti sui dialoghi mi hanno fatto particolarmente piacere, anche se non me li aspettavo. Scrivere dialoghi credibili è una delle sfide più grandi per chi racconta storie, soprattutto quando si tratta di un thriller esoterico ambientato a Milano. Come fai a far parlare un fotografo contemporaneo che scopre di ricordare vite passate senza che suoni pretenzioso o inverosimile?
La risposta l’ho trovata ascoltando davvero le persone. Sasha parla come parlerebbe chiunque di noi di fronte a qualcosa di incredibile: con dubbi, meraviglia, paura e quella curiosità che ti spinge comunque ad andare avanti. I suoi dialoghi con gli altri personaggi sono quelli che avreste voi, quelli che avrei io, quelli che abbiamo tutti quando la realtà supera la fantasia.
Un invito sincero
Concludo con una confessione: ascoltare le reazioni dei lettori in quelle due serate mi ha ricordato perché ho iniziato a scrivere. Non per spiegare misteri o dare risposte definitive, ma per condividere domande che ci tengono svegli la notte e che ci fanno sentire meno soli nell’universo.
“Il Codice delle Sette Luci” è lì che vi aspetta su Amazon, pronto a portarvi in questo viaggio tra Milano, la fotografia, le vite passate e i segreti che il tempo non riesce a cancellare. Se siete tra quelli che amano le storie che non si accontentano della superficie, che mescolano thriller e mistero con domande profonde sull’anima, allora Sasha De Angelis vi sta aspettando.
Andate su Amazon, cercate “Il Codice delle Sette Luci” e lasciatevi trascinare in questa avventura. E poi, se volete, scrivetemi. Mi piacerebbe sapere se anche voi, come i lettori di Melegnano, vi siete chiesti se certi incontri nella vostra vita fossero davvero dei “ritrovamenti”.
Quando i Social Diventano Ring: Storia di un Post che ha Scatenato l’Inferno
Ieri stavo scorrendo il feed di Facebook quando mi sono imbattuto in un post che mi ha fatto riflettere parecchio. Una lettrice aveva scritto un commento davvero offensivo verso un famoso scrittore, usando parole molto pesanti per demolire completamente la sua opera e addirittura la sua persona. Non era una semplice critica letteraria, ma un attacco feroce e gratuito. Un post cosi cattivo che ti aspetteresti venisse ignorato. E invece no.
In poche ore quel post è diventato un campo di battaglia virtuale. Un vero e proprio inferno, con decine e decine di commenti al vetriolo. Tutti contro tutti. Chi difendeva lo scrittore attaccando chi lo criticava, chi rincarava la dose contro l’autore, chi se la prendeva con la lettrice che aveva osato esprimere la sua opinione. Una guerra senza quartiere fatta di insulti, sarcasmo velenoso e cattiveria gratuita.
Guardando quella scia di commenti sempre più aggressivi, mi sono chiesto: come siamo arrivati a questo punto? Quando abbiamo smesso di comportarci da esseri umani civili per trasformarci in gladiatori digitali pronti a scannarci per qualsiasi cosa?
Lo Schermo che Trasforma: Quando Diventiamo Altre Persone
La cosa che più mi ha colpito, leggendo quei commenti, è stata la cattiveria gratuita. Persone che probabilmente nella vita reale sono educate, magari genitori di famiglia, lavoratori rispettabili, che dietro lo schermo si trasformano in bestie feroci. Come se la tastiera fosse una bacchetta magica che fa sparire l’educazione e il rispetto per gli altri.
È un fenomeno che conosciamo tutti ma che facciamo finta di non vedere: sui social siamo diversi. Più aggressivi, più giudicanti, più crudeli. Lo schermo del computer o del telefono diventa una specie di maschera che ci fa sentire invisibili e invincibili allo stesso tempo. Possiamo dire tutto quello che vogliamo senza guardare negli occhi la persona che stiamo ferendo, senza vedere le sue reazioni, senza renderci conto che dall’altra parte c’è un essere umano con sentimenti proprio come noi.
È come se il mondo digitale avesse fatto uscire fuori la nostra versione peggiore, quella che normalmente teniamo nascosta perché ci vergogniamo. Online invece la sfoggiamo con orgoglio, come se essere stronzi fosse diventato un vanto.
Tutti Critici Letterari, Tutti Esperti
Una cosa che mi ha fatto sorridere amaramente in quella discussione è stata la quantità di improvvisati critici letterari che sono spuntati fuori. Persone che probabilmente non leggono un libro da anni che si ergevano a giudici supremi del buono e cattivo gusto letterario. Ognuno con la sua verità assoluta, ognuno convinto di aver ragione al 100%.
Ma quando abbiamo deciso che basta avere un profilo Facebook per diventare esperti di tutto? Quando l’opinione personale è diventata verità scientifica? È come se i social avessero cancellato la differenza tra “mi piace” e “è oggettivamente buono”, tra gusto personale e competenza professionale.
Non fraintendetemi: ognuno ha il diritto di dire se un libro gli è piaciuto o no. Ma c’è una bella differenza tra dire “a me non piace questo autore” e “questo autore è una merda e chi lo legge è un idiota”. La prima è un’opinione rispettabile, la seconda è violenza verbale pura.
Il problema è che sui social questa distinzione è saltata completamente. Tutto diventa assoluto, categorico, definitivo. Non esistono più le sfumature, i “forse”, i “secondo me”. Esistono solo i “è così e basta” accompagnati da valanghe di insulti per chi non la pensa allo stesso modo.
L’Illusione del Coraggio Virtuale
La cosa più assurda di tutta quella discussione è che sono sicuro che il 90% di quelle persone così aggressive online non avrebbe mai il coraggio di dire le stesse cose guardando in faccia l’interlocutore. È facile essere coraggiosi quando sei seduto comodo sul tuo divano con la tastiera tra le mani. È facilissimo fare il duro quando non devi affrontare le conseguenze delle tue parole.
Ma questo cosa ci dice di noi come società? Che siamo diventati codardi che si sentono forti solo quando sono nascosti? Che abbiamo bisogno dello schermo per tirare fuori quello che pensiamo davvero? È una riflessione che fa male, ma che dovremmo fare tutti.
I social ci hanno dato il potere di raggiungere milioni di persone con un click, ma non ci hanno dato la saggezza per usare questo potere responsabilmente. È come dare una pistola a un bambino: può fare danni enormi senza neanche rendersene conto.
L’Economia della Rabbia
E poi c’è un altro aspetto che spesso non consideriamo: i social network ci fanno soldi sulla nostra rabbia. Gli algoritmi di Facebook, Instagram, TikTok sono programmati per mostrarci contenuti che ci fanno reagire emotivamente, perché una persona arrabbiata è una persona che interagisce, che commenta, che condivide, che resta collegata più a lungo.
In pratica, la nostra indignazione è diventata una merce che viene venduta agli inserzionisti. Più siamo incazzati, più tempo passiamo sui social, più pubblicità vediamo, più soldi guadagnano le piattaforme. È un sistema perverso che ci trasforma in prodotti senza che ce ne accorgiamo.
Quella discussione che ho visto non era solo un gruppo di persone che litigavano per uno scrittore: era un gruppo di persone che stavano inconsapevolmente lavorando gratis per i colossi della tecnologia, generando contenuti che aumentano l’engagement e quindi i profitti delle piattaforme.
Il Prezzo Umano della Violenza Digitale
Ma mentre i social network ci guadagnano, noi ci rimettiamo tutti. Ci rimettiamo in umanità, in rispetto reciproco, in capacità di dialogo. Ci rimettiamo la possibilità di confrontarci civilmente, di imparare gli uni dagli altri, di crescere attraverso il dibattito costruttivo.
Dietro ogni profilo che viene attaccato c’è una persona reale che può rimanere ferita, scoraggiata, traumatizzata. Magari è una persona che aveva solo voglia di condividere la sua opinione su un libro e si è ritrovata al centro di un linciaggio virtuale. Magari è una persona sensibile che quelle parole se le porta dietro per giorni, per settimane.
E tutto questo per cosa? Per difendere uno scrittore che probabilmente neanche sa che esistiamo? Per dimostrare di avere ragione su qualcosa che, in fondo, è solo questione di gusti? Ne vale davvero la pena?
Quando l’Ego Digitale Prende il Sopravvento
Il punto è che sui social non stiamo più comunicando: stiamo facendo spettacolo. Ogni commento è una performance davanti a un pubblico invisibile, ogni risposta è un tentativo di sembrare più intelligenti, più spiritosi, più fighi degli altri. L’obiettivo non è più il dialogo, ma l’applauso virtuale sotto forma di like e condivisioni.
È come se fossimo tutti diventati piccoli influencer in cerca di visibilità, disposti a tutto pur di ottenere un po’ di attenzione. E siccome l’attenzione online si ottiene con contenuti che fanno scalpore, ecco che diventiamo sempre più estremi, sempre più aggressivi, sempre più cattivi.
Il nostro ego digitale ha preso il sopravvento sulla nostra umanità. Preferiamo sembrare vincenti online piuttosto che essere brave persone nella vita reale. È un trade-off che stiamo facendo senza neanche rendercene conto, e che sta cambiando chi siamo nel profondo.
La Perdita dell’Arte del Dialogo
Quello che mi manca di più, guardando discussioni come quella, è l’arte del dialogo. Una volta si chiamava “conversazione”: persone diverse che si confrontavano su idee diverse, ognuna pronta ad ascoltare l’altra, magari anche a cambiare idea se gli argomenti dell’interlocutore erano convincenti.
Oggi sui social non esistono più conversazioni, esistono solo monologhi paralleli. Ognuno parla, nessuno ascolta. Ognuno vuole convincere, nessuno vuole essere convinto. Ognuno urla la sua verità, nessuno ha dubbi o incertezze.
È come se avessimo dimenticato che confrontarsi con chi la pensa diversamente da noi è un’opportunità, non una minaccia. Che essere messi in discussione ci aiuta a crescere, non ci diminuisce. Che ammettere di non sapere tutto non è una vergogna, ma un segno di intelligenza.
Il Virus della Polarizzazione
I social hanno trasformato ogni argomento in una battaglia tra tifoserie. Non importa di cosa si parli – libri, film, politica, calcio – subito si formano due squadre che si fronteggiano come se fosse una questione di vita o di morte. E chi cerca di mantenere una posizione equilibrata, chi prova a vedere le ragioni di entrambe le parti, viene attaccato da tutti.
È come se il mondo fosse diventato binario: o sei con noi o sei contro di noi. Non esistono più le zone grigie, i compromessi, le posizioni sfumate. Tutto è bianco o nero, giusto o sbagliato, amico o nemico.
Questa polarizzazione artificiale sta distruggendo la nostra capacità di pensiero critico. Ci sta trasformando in soldatini di eserciti ideologici che non abbiamo scelto consciamente, ma in cui siamo finiti per caso, magari solo perché abbiamo messo un like al posto sbagliato.
La Responsabilità delle Nostre Parole
Eppure, in mezzo a tutto questo caos, c’è una cosa che possiamo controllare: le nostre parole. Ogni volta che scriviamo un commento, ogni volta che rispondiamo a un post, ogni volta che condividiamo qualcosa, stiamo facendo una scelta. Possiamo scegliere di alimentare l’odio o di seminare rispetto. Possiamo scegliere di attaccare o di costruire ponti.
Non è facile, lo so. È molto più facile lasciarsi trascinare dalla rabbia, rispondere a tono, restituire colpo su colpo. Ma se vogliamo che i social tornino ad essere spazi di confronto invece che arene di gladiatori, dobbiamo iniziare da noi stessi.
Dobbiamo ricordarci che dietro ogni profilo c’è una persona. Che le parole fanno male davvero, anche se sono solo pixel su uno schermo. Che la libertà di espressione viene sempre accompagnata dalla responsabilità delle conseguenze.
Una Possibile Soluzione: L’Identità Digitale Certificata?
Negli ultimi mesi si sta parlando sempre più spesso di una possibile soluzione per limitare la violenza verbale online: l’obbligo di verifica dell’identità reale per accedere ai social network. L’idea sarebbe quella di collegare ogni profilo social a un documento d’identità verificato, un po’ come già succede con i sistemi di identità digitale come SPID o la Carta d’Identità Elettronica che usiamo per accedere ai servizi pubblici.
In Francia, alcuni parlamentari stanno considerando di rendere obbligatoria la verifica dell’identità degli utenti prima che possano accedere ai social network. L’idea è semplice: se le persone non possono più nascondersi dietro nickname anonimi, forse si comporteranno meglio.
Ma questa soluzione solleva interrogativi importanti. Da una parte, potrebbe davvero ridurre la violenza verbale online: è difficile essere crudeli quando sai che le tue parole sono collegate al tuo nome e cognome veri. Dall’altra parte, però, c’è il rischio di violare la privacy e la libertà di espressione che da sempre caratterizzano internet.
Privacy vs. Sicurezza: Un Equilibrio Difficile
Secondo alcuni esperti legali, forzare gli utenti a certificare la propria identità sarebbe incompatibile con la legge europea, che non prevede una sorveglianza permanente e generalizzata dei social network. Il rischio è quello di passare da un sistema di totale libertà a un regime di controllo che potrebbe soffocare il dibattito pubblico.
E poi c’è un altro problema pratico: chi ci garantisce che questi sistemi di verifica siano davvero sicuri? Già oggi emergono dubbi sulla sicurezza dei sistemi che gestiscono il rilascio delle identità digitali come SPID e CIE. Se questi dati finissero nelle mani sbagliate, potremmo trovarci con problemi molto più gravi della violenza verbale online.
Inoltre, l’anonimato su internet non è sempre una cosa negativa. Protegge chi denuncia abusi, chi vive in regimi oppressivi, chi ha bisogno di esprimere la propria opinione senza timore di ritorsioni. Eliminarlo completamente potrebbe creare più problemi di quanti ne risolva.
Non sto dicendo che dobbiamo essere tutti d’accordo su tutto. Sarebbe noioso e anche impossibile. Sto dicendo che possiamo essere in disaccordo rimanendo civili. Possiamo criticare le idee senza distruggere le persone. Possiamo discutere senza dichiarare guerra.
Forse è un sogno utopico, ma mi piace pensare che si possa ancora salvare qualcosa di buono dai social network. Che si possa trasformare la rabbia in curiosità, l’aggressività in passione, l’odio in desiderio di capire.
Perché in fondo, quello che ci unisce è molto di più di quello che ci divide. Tutti amiamo le storie, anche se preferiamo autori diversi. Tutti cerchiamo bellezza, anche se la troviamo in posti diversi. Tutti vogliamo essere ascoltati e capiti, anche se parliamo lingue diverse.
Verso un Social più Umano
Mentre scrivo queste righe, quel post che ha scatenato tutto è ancora lì, con i suoi commenti velenosi che continuano ad arrivare. Una piccola guerra digitale che probabilmente nessuno ricorderà tra una settimana, ma che ha contribuito a rendere il mondo online un posto un po’ più cattivo.
Mentre scrivo queste righe, quel post che ha scatenato tutto è ancora lì, con i suoi commenti velenosi che continuano ad arrivare. Una piccola guerra digitale che probabilmente nessuno ricorderà tra una settimana, ma che ha contribuito a rendere il mondo online un posto un po’ più cattivo.
La prossima volta che vi troverete davanti a un post che vi fa venire voglia di rispondere male, fermatevi un secondo. Chiedetevi: questa risposta aggiunge qualcosa di costruttivo alla discussione? Fa bene a me e agli altri? È il tipo di commento che vorrei ricevere se fossi dall’altra parte?
Se la risposta è no, forse è meglio chiudere l’app e andare a farsi una passeggiata. Il mondo digitale può aspettare. La nostra umanità, no.
Ieri sera sono salito sul palco con il cuore che batteva a mille perché era la mia 𝐏𝐑𝐈𝐌𝐀 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞. La Sala Consiliare del Comune di Vizzolo Predabissi (MI) non era completamente piena, e ci sta, l’avevo messo in conto, ma quello che ho trovato è stato ancora più prezioso: un gruppo di persone davvero interessate e coinvolte.
Vedere i vostri volti attenti, le vostre domande, il dibattito che si è acceso… mi ha fatto capire che ne è valsa davvero la pena! A volte la qualità dell’ascolto vale più della quantità dei presenti.
Grazie a tutti quelli che hanno partecipato alla presentazione de “𝐈𝐋 𝐂𝐎𝐃𝐈𝐂𝐄 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐄 𝐒𝐄𝐓𝐓𝐄 𝐋𝐔𝐂𝐈”. L’interesse che avete mostrato per i temi del libro – dalle vite passate alla Società del Tempo Eterno, dai misteri delle pietre blu alle verità nascoste che attraversano la storia – mi ha emozionato più di quanto potessi immaginare.
Ogni scrittore si fa sempre la stessa domanda: “Ma interesserà davvero a qualcuno quello che ho scritto?” Ieri sera ho avuto la mia risposta
Un ringraziamento speciale va ad Alice Kavalla, la mia socia d’arte, che ha moderato la serata con la sua solita eleganza e sensibilità, e a Ilaria Castelli per aver arricchito il dibattito con la sua competenza in astrologia ed energia karmica – perfetta sintonia con i temi del libro!
Per chi si fosse perso la presentazione di ieri sera, ci sarà una nuova occasione: 𝐬𝐚𝐛𝐚𝐭𝐨 𝟏𝟒 𝐠𝐢𝐮𝐠𝐧𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝟐𝟏.𝟎𝟎 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐢𝐥 𝐌𝐮𝐬𝐞𝐨 𝐁𝐫𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐝𝐢 𝐌𝐞𝐥𝐞𝐠𝐧𝐚𝐧𝐨. Vi aspetto numerosi!
Un evento speciale per celebrare il mio debutto letterario con due ospiti d’eccezione: 𝐈𝐥𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐂𝐚𝐬𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢, giornalista pubblicista e operatrice olistica specializzata in astrologia karmica e benessere interiore, e 𝐀𝐥𝐢𝐜𝐞 𝐊𝐚𝐯𝐚𝐥𝐥𝐚, scrittrice che modererà l’incontro guidandoci attraverso i misteri del romanzo.