Il Codice delle Sette Luci: La Scrittura come Arte Visiva

Come il mio background fotografico ha trasformato il modo di scrivere “Il Codice delle Sette Luci”

Quando ho iniziato a scrivere “Il Codice delle Sette Luci”, non sapevo che il mio background fotografico sarebbe diventato il vero motore della narrazione. Dopo anni passati a catturare l’anima di luoghi medievali come Soncino e i castelli del Ducato di Parma e Piacenza, mi sono ritrovato a “fotografare” con le parole, applicando inconsciamente le stesse tecniche che uso dietro l’obiettivo. La mia filosofia fotografica – “Non importa che fotocamera usi. Dipende solo Dove la punti e Come la punti” – si è trasformata naturalmente in: Non importa quali parole usi. Dipende solo su cosa le focalizzi e come le componi.

Ogni scena del romanzo nasce come una fotografia nella mia mente. Prendo ad esempio il momento cruciale in cui Sasha entra nel negozio di tende a Milano: “Il suo sguardo era catturato da qualcos’altro: una serie di tende di velluto blu scuro, identiche a quelle che aveva visto… dove? Quando?” Qui ho applicato quello che in fotografia chiamiamo “focus selettivo”. Proprio come quando uso un diaframma aperto per isolare il soggetto, ho “sfocato” tutto il contesto del negozio per mettere a fuoco solo quelle tende blu. Il lettore vede esattamente quello che vedo io attraverso l’obiettivo: un dettaglio che emerge dallo sfondo e cattura tutta l’attenzione.

La mia passione per il bianco e nero mi ha insegnato che la vera drammaticità nasce dal contrasto. Nelle mie fotografie dei castelli del Ducato di Parma e Piacenza cerco sempre quel gioco di luci e ombre che crea “un senso di intimità, mistero e atemporalità” – le stesse sensazioni che volevo trasferire nel romanzo. Quando descrivo Milano attraverso gli occhi di Sasha, uso la stessa tecnica: “Milano si stava risvegliando sotto un cielo sorprendentemente limpido, una rarità in una città solitamente avvolta dallo smog.” È una composizione fotografica: primo piano (Milano che si risveglia), sfondo (il cielo limpido), e il contrasto (la rarità contro la normalità dello smog). Creo profondità narrativa esattamente come creo profondità di campo.

In fotografia, il tempo di posa determina se congeli un momento o catturi il movimento. Nella scrittura ho scoperto di fare la stessa cosa con il ritmo delle frasi. Per i flashback delle vite passate di Sasha uso “tempi di posa lunghi” – periodi ampi, descrizioni che fluiscono: “Il vento portava con sé l’odore di spezie dai bazar vicini, mescolato all’aroma di mare e storia…” Per i momenti di azione uso “tempi rapidi” – frasi secche, staccate: “Un rumore di passi. Si voltò di scatto. Nessuna risposta.”

Quando fotografo architetture dei castelli del Ducato di Parma e Piacenza, applico sempre la regola dei terzi per creare equilibrio visivo. Nel romanzo faccio lo stesso con la struttura delle scene: nel primo terzo stabilisco il setting (Milano, il negozio, l’ufficio), nel secondo introduco il conflitto o la tensione (le visioni, i déjà vu), nel terzo finale risolvo o amplifico il mistero (la scoperta, la fuga). È una composizione che ho imparato inquadrando i miei soggetti, dove l’elemento principale non sta mai al centro ma crea dinamismo negli spazi.

La fotografia macro mi ha insegnato che spesso la storia più potente si nasconde nei dettagli più piccoli. Nel romanzo, sono i particolari a portare il peso emotivo: “La pietra sembrava calda, quasi viva, contro la sua pelle anche attraverso il tessuto della camicia.” Non descrivo genericamente “una pietra magica”, ma mi concentro su quella sensazione tattile specifica – il calore attraverso il tessuto. È come quando ingrandisco la texture di una pietra medievale: il dettaglio diventa protagonista.

Descrivere Milano nel romanzo è stato naturale perché da fotografo sono abituato a vedere la città in layers temporali. Quando fotografo Melegnano e i suoi dintorni, vedo sempre il presente sovrapporsi al passato medievale. Per Sasha ho fatto lo stesso: la Milano contemporanea del grafico pubblicitario si sovrappone alla Milano delle sue vite passate. Come in una doppia esposizione fotografica, due immagini coesistono nello stesso frame narrativo.

La mia predilezione per il bianco e nero non è solo estetica – è filosofica. Eliminare il colore significa concentrarsi sull’essenza, sull’emozione pura. Nel romanzo ho applicato lo stesso principio: invece di descrivere tutto minuziosamente, seleziono solo gli elementi che servono al racconto. Quando Sasha vive le sue regressioni, non perdo tempo in descrizioni colorate del periodo storico. Mi concentro su sensazioni pure: la paura, il freddo, il battito del cuore. È il bianco e nero narrativo.

Scrivere “Il Codice delle Sette Luci” mi ha fatto capire che non ho mai smesso di essere un fotografo. Ho solo cambiato strumento: al posto della Leica uso la tastiera, al posto della carta fotografica uso la pagina bianca. Ma l’approccio rimane lo stesso: osservare, attendere il momento giusto, catturare l’essenza, raccontare una storia attraverso immagini – che siano fatte di luce o di parole. Forse è per questo che ho scelto Sasha come protagonista: anche lui è un fotografo che scopre che la sua arte può aprire porte su realtà invisibili. In fondo, non è questo quello che facciamo noi fotografi ogni volta che premiamo il pulsante di scatto?


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Giuliana: il personaggio che porta la mia anima

Da quando sono nato porto sulla spalla una grande macchia scura che assomiglia a una bruciatura. Per tutta la vita, guardandola, ho avuto la strana sensazione che raccontasse una storia che non riuscivo a ricordare. Unita ai miei problemi di asma – quella difficoltà a respirare che mi accompagna da sempre – questa macchia ha alimentato in me una convinzione profonda: di essere stato una strega in una vita precedente.

Quando ho iniziato a scrivere “Il Codice delle Sette Luci” sapevo che uno dei personaggi delle vite passate di Sasha doveva essere proprio una guaritrice accusata di stregoneria. Non era una scelta narrativa casuale, era il bisogno di dare voce a una parte di me che da sempre cercava di emergere.

Giuliana, la guaritrice italiana del XVI secolo, è il personaggio a cui ho dedicato più ricerca, più attenzione, più amore. È quello che sento più vicino alla mia anima. Lei rappresenta tutto ciò che credo di essere stato: una persona che aiutava gli altri, che conosceva i segreti delle erbe e della guarigione, e che ha pagato con la vita la propria dedizione al prossimo. La mia passione per il mondo medievale, che emerge dalle mie fotografie di castelli e dalla mostra “Uno Sguardo sul Medioevo” realizzata con Alice Kavalla, ha trovato in Giuliana la sua espressione più profonda. Non fotografavo solo architetture antiche: cercavo le tracce di vite come la sua.

Per creare Giuliana in modo autentico ho dovuto confrontarmi con una realtà storica molto più cruda di quella che vediamo nei film. Le torture inflitte alle presunte streghe erano ben diverse dagli stereotipi cinematografici. Ho studiato i veri processi per stregoneria, le procedure dell’Inquisizione, i metodi di tortura effettivamente utilizzati. Quello che ho scoperto mi ha sconvolto: la sistematicità della persecuzione, la precisione burocratica del male, l’accanimento contro donne che spesso erano solo guaritrici, levatrici, conoscitrici di erbe. Giuliana doveva rappresentare questa tragedia storica, ma anche la dignità di chi non si è mai piegato.

L’aspetto di Giuliana che più mi stava a cuore era il suo coraggio. Non il coraggio dell’eroe che combatte draghi, ma quello quotidiano di chi si alza ogni mattina per alleviare le sofferenze altrui. Lei conosceva i rischi: in un’epoca di ignoranza e paura, chi possedeva conoscenze mediche veniva facilmente accusato di patti col diavolo. Eppure, Giuliana continua a curare, a preparare rimedi, a portare sollievo. Il suo è un atto di amore puro verso l’umanità, anche quando sa che questo amore la porterà alla morte.

Scrivere le scene del rogo di Giuliana è stato straziante. Mentre descrivevo i fumi che le riempivano i polmoni, i miei problemi di asma si intensificavano. Era come se il mio corpo ricordasse quello che la mia mente aveva dimenticato. Si dice che le streghe, prima di morire, inalassero i fumi del legno e della carne bruciata – e io, da sempre, ho difficoltà a respirare. È una coincidenza? Forse. Ma per me è la conferma che Giuliana non è solo un personaggio: è un pezzo della mia anima che ha trovato finalmente una voce.

Nel romanzo Giuliana porta al collo una collana con pietre blu, lo stesso elemento che lega tutte le vite di Sasha. Ma per lei quelle pietre rappresentano qualcosa di speciale: la memoria della conoscenza. Lei sa che le sue competenze di guaritrice, tramandate di generazione in generazione, sono un tesoro che non deve andare perduto. Anche di fronte al rogo, Giuliana non rinnega le sue conoscenze. Non rinnega le pietre. Non rinnega se stessa. È questo il suo vero coraggio: rimanere fedele alla propria identità anche quando il mondo intero ti condanna.

Creare Giuliana è stato come ricostruire un puzzle di cui possedevo solo alcuni pezzi: la mia macchia, i miei problemi respiratori, la mia passione per il mondo medievale, le mie ricerche storiche. Ogni dettaglio del suo carattere, ogni parola che pronuncia, ogni gesto che compie nascono da questa ricerca interiore. Quando fotografo castelli medievali o quando allestisco mostre come “Uno Sguardo sul Medioevo” cerco sempre le tracce di persone come Giuliana. Donne e uomini che hanno vissuto, amato, sofferto in quelle mura. Che hanno lasciato impronte invisibili nella pietra e nel tempo.

Il sacrificio di Giuliana non è vano. Nella struttura del romanzo la sua morte alimenta la forza delle pietre blu, tramanda la conoscenza alle generazioni future, permette a Sasha di ricordare e di comprendere. È un sacrificio che genera vita anche nella morte. Forse è questo il vero significato della reincarnazione: non solo il ritorno dell’anima, ma la continuità dell’amore e del coraggio attraverso i secoli. Giuliana muore, ma il suo spirito di dedizione al prossimo continua a vivere in ogni vita successiva.

Scrivere di Giuliana mi ha fatto capire qualcosa di importante: non importa se sono davvero stato una strega in una vita precedente. Importa che questa convinzione mi abbia spinto a creare un personaggio di tale umanità e coraggio. Importa che mi abbia fatto ricercare la verità storica dietro le leggende. Importa che mi abbia fatto riflettere sul valore di chi dedica la vita ad aiutare gli altri. Giuliana è il cuore pulsante del mio romanzo perché rappresenta ciò che di più nobile c’è nell’essere umano: la capacità di amare il prossimo anche a costo della propria vita.


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Sasha De Angelis: Il fotografo tra realtà e visione

Nel creare il protagonista de “Il Codice delle Sette Luci”, ho voluto esplorare una figura che mi è sempre stata familiare: il fotografo milanese, con la sua sensibilità particolare e il suo modo unico di vedere il mondo. Ma Sasha De Angelis non è un fotografo qualunque. È un uomo che, cercando di comprendere le proprie inquietanti visioni, viene trascinato in un vortice di misteri che lo porterà ben oltre i confini della realtà che conosce.

Sasha è un milanese sulla trentina, “volto dai lineamenti marcati ma gentili, incorniciato da capelli castani perennemente in disordine”, con “occhi verdi che sembravano scrutare oltre la superficie”. Come molti della sua generazione, vive di compromessi: lavora come grafico pubblicitario per pagarsi le bollette, ma la sua vera passione è la fotografia d’arte, praticata nei ritagli di tempo con la sua fedele Leica M9.

La scelta di fargli usare una Leica M9 racconta tutto del mio approccio al personaggio. Non è una macchina per fotografi casuali – è uno strumento per puristi, per chi riflette prima di scattare.

Volevo creare un protagonista che sceglie deliberatamente la strada più difficile. La Leica è l’opposto dello smartphone: richiede competenza, pazienza, intenzione. Ogni foto deve essere pensata, misurata, voluta. È la filosofia dell’anti-automatismo.

La Leica M è il sistema preferito dai maestri della fotografia da decenni – da Cartier-Bresson ai grandi reporter di guerra. Sasha sceglie la versione moderna di questo leggendario strumento, collegandosi così alla tradizione dei grandi dell’arte fotografica.

In sostanza, la M9 definisce istantaneamente Sasha come un outsider sofisticato: ha i mezzi economici per permettersela, la competenza per usarla, e la filosofia artistica per sceglierla contro opzioni più “facili”.

La Leica diventa quasi un personaggio del romanzo: Sasha “amava il suono discreto dell’otturatore, l’ergonomia perfetta del corpo macchina, la purezza del file che usciva dal sensore”. Ogni scatto è “una piccola preghiera silenziosa, un modo per mantenere vivo il ricordo di suo padre” – la macchina fotografica era infatti l’ultimo regalo di suo padre prima di morire in un incidente d’auto dieci anni prima.

Quello che rende Sasha un protagonista affascinante è che non sceglie consapevolmente di diventare un investigatore del mistero. È la realtà che lo sceglie, attraverso una serie di inquietanti déjà vu che iniziano a manifestarsi quando meno se lo aspetta. Lui vuole solo capire cosa gli sta succedendo, perché ha visioni di vite che non dovrebbero appartenergli.

Durante una normale gita al mercato con Giulia, la sua coinquilina da tre anni, il suo occhio fotografico viene catturato da “una bancarella di gioielli vintage. Tra i vari oggetti, una collana con pietre blu lucenti attirò la sua attenzione. Per un momento, il mondo sembrò fermarsi. Quelle pietre… le aveva già viste da qualche parte?”

È questo il momento in cui Sasha passa da semplice osservatore a cercatore involontario di risposte. Non può fare a meno di seguire questi indizi visivi che la sua formazione di fotografo gli rende impossibili da ignorare.

La grande forza di Sasha nella sua ricerca della verità è proprio la sua natura di fotografo. Ha sviluppato negli anni quella che tutti i fotografi conoscono: la capacità di notare dettagli che sfuggono agli altri, di vedere pattern e connessioni visive, di catturare “piccoli momenti di vita quotidiana cristallizzati in bianco e nero”.

Nel romanzo, questa abilità si manifesta in modi cruciali per svelare il mistero. La fotografia diventa il suo strumento per comprendere ciò che gli sta accadendo. Come spiega a Giulia all’inizio della loro avventura: “un fotografo non cattura solo immagini, cattura verità. Ogni foto è una finestra su qualcosa di più profondo”.

L’esempio più significativo di questa abilità si manifesta durante l’incidente stradale che osserva dalla finestra di una festa. Mentre tutti gli altri vedono solo una tragedia casuale – un ciclista che investe un pedone – l’occhio allenato di Sasha cattura qualcosa di diverso. Attraverso la finestra, vede “tutto con una chiarezza cristallina: il terrore negli occhi del ciclista quando si rese conto che non avrebbe potuto frenare in tempo, l’espressione dell’uomo che si voltò troppo tardi, il momento esatto in cui i loro corpi collisero.” Ma è quello che succede dopo che dimostra il suo dono unico: l’incidente diventa un trigger che gli permette di vedere oltre il presente, sovrapponendo alla scena una visione di “un giovane ragazzo che correva sui tetti di notte” – la sua vita passata come Sébastien. Dove altri vedrebbero solo un trauma, Sasha riconosce un pattern, una connessione tra passato e presente che solo il suo occhio di fotografo, abituato a cogliere i dettagli significativi, può decifrare.

Ma essere un fotografo nel mondo del mio romanzo comporta un prezzo. Sasha inizia a sperimentare strani déjà vu che si trasformano in vere e proprie visioni di vite passate – da Sébastien il ladro parigino dell’Ottocento, a James il marinaio, a vite ancora più antiche. Durante una sessione fotografica, “per un istante, mentre guardava attraverso l’obiettivo, ebbe una strana sensazione. La melodia gli sembrava familiare, quasi fosse una canzone sentita in un sogno dimenticato”.

Queste visioni non sono solo fastidiose distrazioni: sono pezzi di un puzzle molto più grande che Sasha deve imparare a decifrare per capire chi è veramente. Ogni immagine che cattura diventa potenzialmente una porta verso ricordi che non dovrebbero appartenergli, ma che sono parte della sua identità di Custode delle pietre blu attraverso le vite.

La Milano di Sasha non è la città turistica delle cartoline. È una metropoli stratificata dove “ogni pietra racconta una storia”, vista attraverso l’obiettivo di chi sa guardare oltre la superficie. I suoi spostamenti per la città – dalla Biblioteca Braidense agli archivi segreti, dal Palazzo Visconti ai mercati rionali – seguono la logica del fotografo che sa che ogni luogo può nascondere indizi per comprendere le sue visioni.

La sua Leica lo accompagna ovunque, pronta a catturare non solo la bellezza dei momenti quotidiani ma anche le tracce di misteri nascosti. È questo doppio sguardo – artistico e investigativo – che lo rende il protagonista perfetto per svelare i segreti delle sette pietre blu.

Quello che mi ha affascinato nel sviluppare Sasha è la sua evoluzione da fotografo inconsapevole a Custode risvegliato. All’inizio è quasi riluttante a seguire gli indizi che si presentano: “distogliendo lo sguardo dalla collana” quando la situazione diventa troppo strana. Vuole solo una spiegazione razionale per quello che gli sta succedendo.

Ma via via che la storia procede, viene trascinato sempre più in profondità nel mistero, fino a scoprire che insieme a Giulia sono anime gemelle che si ritrovano in ogni vita. La macchina fotografica che era “più di un semplice strumento” diventa un vero e proprio ponte tra dimensioni, capace di catturare non solo immagini ma verità che attraversano i secoli e le dimensioni.

In fondo, Sasha rappresenta un tipo umano che molti di noi riconoscono: l’artista costretto a compromessi con il mondo commerciale, che trova la sua vera identità nei momenti rubati alla creatività personale. La sua Leica è il simbolo di questa dualità: uno strumento professionale usato per passione pura.

Ma nel mondo del mio romanzo, questa passione lo porta molto più lontano di quanto avesse mai immaginato. Quello che inizia come un tentativo di comprendere le proprie inquietanti visioni diventa un viaggio attraverso vite, morti e rinascite, fino alla scoperta che l’arte stessa può diventare una porta tra mondi e dimensioni.

Perché a volte, quando si sa davvero guardare, si scopre che “le verità più straordinarie si nascondono proprio oltre l’inquadratura” – e che il prezzo di queste verità può essere molto più alto di quanto si possa immaginare.


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Perché ho scelto Milano come ambientazione per un thriller esoterico

Quando una città diventa personaggio: Milano tra uffici moderni e misteri nascosti

“Milano è troppo moderna per un romanzo sui misteri antichi.” È stato questo il primo commento che ho ricevuto quando ho raccontato che ambientavo “Il Codice delle Sette Luci” nella capitale lombarda. La persona che me l’ha detto immaginava probabilmente castelli scozzesi, villaggi medievali toscani o antiche rovine romane come scenari più adatti a una storia di reincarnazione e segreti esoterici.

Ma è proprio per questo che Milano era la scelta perfetta.

Quando ho iniziato a scrivere la storia di Sasha, volevo esplorare come il soprannaturale possa irrompere nella vita quotidiana. E quale vita è più quotidiana di quella di un grafico pubblicitario che ogni mattina va in ufficio, prende l’ascensore, si siede davanti al computer e sopporta i pettegolezzi dei colleghi?

Sasha lavora al quinto piano di “una fortezza di vetro e acciaio: dodici piani di modernità impersonale che si riflettevano nel cielo grigio di Milano.” È un ambiente che molti lettori riconoscono: l’open space con il rumore di tastiere e telefoni, le pause caffè, le frustrazioni quotidiane. Ma proprio in questo contesto ipermoderno iniziano a manifestarsi le sue visioni di vite passate.

Il contrasto è potente: mentre discute con Marco dei soliti pettegolezzi aziendali, Sasha vede riflesso nel monitor del computer “il volto di un uomo giovane, con occhi scuri e determinati, che lo fissava dall’altro lato dello schermo.” La modernità diventa il palcoscenico perfetto per l’irruzione dell’antico.

Milano ha una caratteristica particolare: sa essere discreta. Non è una città che mette in mostra i suoi misteri come un museo all’aperto. Li nasconde dietro facciate moderne, in negozi apparentemente normali, in quartieri residenziali tranquilli.

Nel romanzo, è proprio in “una zona residenziale tranquilla, con palazzi d’epoca dai mattoni rossi consumati dal tempo e balconi in ferro battuto ricoperti di glicini” che Sasha ha una delle sue esperienze più intense. Un semplice negozio di tende diventa il luogo dove il passato e il presente si scontrano violentemente.

Quando entra nel negozio con Giulia, tutto sembra normale: “Le pareti erano coperte da scaffali che raggiungevano il soffitto, carichi di rotoli di stoffa di ogni colore e texture.” Ma è proprio in questo ambiente quotidiano che Sasha viene sopraffatto dai ricordi di vite passate, vedendosi come “qualcuno che si muoveva sui tetti con la stessa grazia felina, scivolando tra le ombre della notte.”

Una delle cose che più mi ha affascinato scrivendo il romanzo è stata la scoperta che Milano non ha bisogno di luoghi “magici” per diventare misteriosa. È nel mercato rionale, tra “bancarelle colorate che si estendevano a perdita d’occhio, creando un labirinto di profumi, colori e voci”, che Sasha scopre la collana con le pietre blu. È tra i banchi della verdura e i venditori che gridano i prezzi che il mistero si manifesta.

Il mercato che ho descritto è quello di ogni giorno, fatto di “una donna anziana che selezionava con cura i pomodori, un bambino che mordeva una mela rubata dal cesto, un venditore che gridava i prezzi della sua merce.” Ma è proprio in questa normalità che emergono gli indizi del soprannaturale.

Da fotografo, ho sempre amato Milano per la sua capacità di trasformarsi a seconda della luce e del momento. Nel romanzo, Sasha condivide questa stessa passione: cattura “piccoli momenti di vita quotidiana cristallizzati in bianco e nero”, fotografa musicisti di strada e scene di vita urbana.

Ma quello che rende Milano perfetta per la storia è che la città stessa diventa una sorta di fotografia a doppia esposizione: quella moderna che vediamo normalmente si sovrappone a strati più antichi e misteriosi. Quando Sasha guarda “attraverso il parabrezza, la città sembrava diversa, più ostile”, sta vedendo Milano con occhi che appartengono anche al passato.

Milano rappresenta perfettamente il peso della vita moderna che schiaccia l’anima. Sasha odia “quella gabbia di vetro e acciaio”, sopporta “il traffico di Milano che si snodava simile a un serpente malato, fatto di clacson nervosi e gas di scarico.” È una vita che molti riconoscono: “ogni semaforo rosso era una piccola tortura, un promemoria del tempo che scivolava via.”

Ma è proprio contro questo sfondo di routine oppressiva che le visioni di vite passate assumono un significato liberatorio. Le memorie di Sébastien che corre sui tetti di Parigi rappresentano una libertà che il Sasha moderno ha perso. Il contrasto tra la “camicia bianca stirata con precisione militare, cravatta blu scuro, pantaloni eleganti” e la grazia felina del ladro parigino crea una tensione emotiva fortissima.

Milano nel romanzo non è solo un’ambientazione: è uno specchio dell’anima di Sasha. Quando è depresso dall’ufficio, “la città sembrava diversa, più ostile, pareva disapprovasse il suo ritorno alla routine.” Quando è eccitato dalle sue scoperte, Milano diventa un labirinto di possibilità e misteri.

La città cambia a seconda di chi la guarda e di cosa sta vivendo. È questa capacità di trasformarsi che la rende perfetta per una storia sulla reincarnazione: come Sasha scopre di aver vissuto molte vite, così Milano rivela di avere molte facce nascoste.

Quello che più mi interessava era raccontare una storia soprannaturale che fosse però radicata nell’esperienza urbana autentica. Sasha e Giulia non sono turisti che visitano luoghi esotici: sono persone normali che “prendono un caffè fumante quando finalmente scende”, vanno al mercato per comprare “verdure fresche”, vivono in appartamenti veri con problemi veri.

Il mistero si inserisce in questa vita quotidiana, e questo lo rende più credibile e più inquietante. Non c’è bisogno di andare in un castello gotico per vivere il soprannaturale: può capitare mentre fai la spesa o vai in ufficio.

Milano, alla fine, era la scelta perfetta perché è una città che sa nascondere l’incredibile dietro l’ordinario. E forse è proprio questo il vero mistero: che dietro ogni routine, ogni ufficio, ogni strada familiare, si nascondano storie che aspettano solo di essere scoperte.


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Milano esoterica: i luoghi reali del Codice delle Sette Luci

Quando la mia macchina fotografica mi ha portato oltre i misteri nascosti della città

Chi conosce Milano sa che è una città stratificata. Sotto il cemento e il vetro delle torri moderne pulsa ancora il cuore di una metropoli che ha visto passare romani, longobardi, signori rinascimentali e rivoluzionari. Ma quello che ho scoperto scrivendo “Il Codice delle Sette Luci” è che Milano nasconde anche un’altra faccia: quella esoterica, fatta di simboli, energie e segreti che si nascondono in piena vista.

Da fotografo milanese, ho sempre amato immortalare gli angoli meno conosciuti della città. Ma quando ho iniziato a immaginare i luoghi dove Sasha avrebbe vissuto le sue avventure, ho scoperto che alcuni posti che credevo di conoscere bene nascondevano storie molto più profonde di quanto immaginassi.

La Biblioteca Braidense: custode di segreti antichi

Il primo luogo che ho scelto per il romanzo è stata la Biblioteca Braidense, collegata alla Pinacoteca di Brera. È qui che la professoressa Elena Rossi ha il suo ufficio, qui che custodisce il Codice delle Sette Luci, qui che si nascondono i veri segreti della Società del Tempo Eterno.

La Braidense è uno di quei luoghi milanesi che trasudano cultura da ogni pietra. I suoi corridoi silenziosi, le sale di lettura dove il tempo sembra sospeso, gli archivi dove si conservano manoscritti di secoli fa. È il posto perfetto per nascondere segreti antichi in mezzo a libri moderni.

Nel romanzo, nell’ufficio della professoressa si cela un archivio segreto accessibile attraverso una libreria mobile, dove la Società del Tempo Eterno conserva documenti che raccontano la vera storia dell’umanità. E non è solo fantasia: le grandi biblioteche hanno sempre custodito molto più di quello che mostrano al pubblico. Manoscritti riservati, collezioni private, documenti che aspettano di essere studiati.

La Pinacoteca di Brera: dove l’arte nasconde verità

Collegata alla Braidense, la Pinacoteca diventa nel romanzo molto più di un museo. È il luogo dove agenti della Società si muovono travestiti da bibliotecari, dove si custodiscono documenti antichi che raccontano storie che la storia ufficiale ha dimenticato. Quei saloni eleganti, con i loro capolavori esposti, sono il teatro perfetto per incontri clandestini e scoperte decisive.

C’è qualcosa di magnetico in quel cortile settecentesco circondato da colonnati. Quando ci entri, specialmente nelle ore meno affollate, senti che quelle pietre hanno assorbito secoli di conoscenza. E la cosa interessante è che, facendo ricerche per il libro, ho scoperto che la Pinacoteca ha davvero una storia esoterica. Nel Settecento e Ottocento, i palazzi di Brera hanno ospitato circoli intellettuali, società segrete e personaggi che cercavano forme di conoscenza alternative.

Le catacombe di San Lorenzo: il mondo sotterraneo

Milano ha un mondo sotterraneo che molti non conoscono. Sotto San Lorenzo, per esempio, ci sono davvero delle catacombe paleocristiane. Nel romanzo, è qui che nel 1983 la giovane Elena Rossi fa la sua prima grande scoperta, qui che incontra il professor Alberti e qui che comprende di essere una Custode risvegliata.

Questi luoghi sotterranei hanno un fascino particolare. Sono spazi dove il tempo si è fermato, dove puoi ancora sentire l’eco di vite vissute secoli fa. Per un fotografo, sono sfide incredibili: la luce è particolare, le ombre creano forme misteriose, ogni angolo racconta una storia diversa.

La Biblioteca Ambrosiana: dove inizia la ricerca

È alla Biblioteca Ambrosiana che Sasha inizia la sua vera ricerca sulle pietre blu. Tra quei tavoli di legno lucido, circondato da libri polverosi sulla storia dei gioielli, scopre la fotografia della Contessa Visconti che cambierà tutto. Qui incontra Clara, apparentemente una semplice bibliotecaria ma in realtà un’agente della Società del Tempo Eterno.

L’Ambrosiana, con le sue antiche mura cariche di secoli di conoscenza, è il luogo perfetto per far iniziare il mistero. Tra quei corridoi dove l’odore dei libri vecchi si mescola al suono dei passi sul pavimento di marmo, Sasha sente per la prima volta quella familiarità inspiegabile che caratterizzerà tutto il suo viaggio.

I luoghi della vita quotidiana

Ma quello che più mi ha colpito scrivendo il romanzo è stato rendermi conto che la Milano esoterica non è solo nei luoghi famosi. È nel negozio di tende dove Sasha trova le prime tracce del mistero e ha le sue visioni più intense. È nel mercato rionale dove compare la collana con le pietre blu che cattura la sua attenzione in modo inspiegabile. È negli uffici moderni del quinto piano dove la vita quotidiana si scontra con visioni di vite passate.

Il palazzo Visconti in via Brera, elegante e austero, con la sua facciata neoclassica e le finestre che sembrano occhi vigili. Convertito in un piccolo museo privato, nasconde nei suoi saloni i segreti della Contessa e le tracce delle pietre blu che attraversano i secoli.

Milano è una città che sa nascondere i suoi segreti in piena vista. Basta saperli cercare con gli occhi giusti. E forse, proprio come Sasha nel romanzo, tutti noi abbiamo la possibilità di vedere oltre la superficie se solo impariamo a guardare davvero.

La fotografia mi ha insegnato che ogni luogo ha più livelli di lettura. Nel mirino della mia macchina fotografica, Milano è sempre stata una città che cambia a seconda di come la guardi, di che luce scegli, di quale momento catturi. Scrivendo “Il Codice delle Sette Luci” ho scoperto che è anche una città che cambia a seconda di quale storia sei pronto a sentire.

Alla fine, forse il vero segreto di Milano non è nascosto nei suoi palazzi o nelle sue biblioteche. È nel modo in cui la città ti invita a guardare oltre l’apparenza, a cercare connessioni tra passato e presente, a credere che anche nei luoghi più familiari si possano nascondere storie straordinarie.


Se anche voi volete scoprire quale mistero si cela dietro questi luoghi milanesi, “Il Codice delle Sette Luci” è disponibile su Amazon sia in versione cartacea che in eBook. Nel prossimo articolo vi racconterò perché ho scelto proprio Milano come ambientazione per questa storia di reincarnazione e misteri.

Dialogo Artistico: Alice Kavalla e la Fotografia di Carlo Oriani

La collaborazione artistica con Alice Kavalla è iniziata nel 2023 con la mostra UNO SGUARDO SUL MEDIOEVO, quando le mie immagini fotografiche si sono intrecciate per la prima volta con le sue parole evocative. Prima nella splendida cornice della Sala Imperatore del Castello Mediceo di Melegnano a giugno, poi nelle sale di Villa Mezzabarba a Borgarello in occasione della rievocazione storica dal Medioevo al Rinascimento. Quel viaggio parallelo tra presente e passato, dove le mie fotografie incontravano i suoi racconti di personaggi eroici e trame avvincenti, ha segnato l’inizio di un dialogo artistico che continua a evolversi.

C’è qualcosa di magico nel momento in cui due forme d’arte si riconoscono e decidono di crescere insieme. Da quella prima collaborazione medievale, Alice ha continuato il suo percorso di scrittura fino ad arrivare al suo romanzo “SEI come me”, e anche questa volta i nostri linguaggi artistici si sono ritrovati a dialogare. Era una sera prima della trasmissione radiofonica LIGHTNESS che Alice conduce su RadioUSOM, dove ormai sono ospite fisso. Ero appena tornato dall’Inghilterra con un portfolio di fotografie che ritraevano colline verdi che si perdevano nell’orizzonte.

Alice si è fermata su una particolare immagine – una di quelle che, pur essendo a colori, manteneva quella delicatezza tonale che si avvicina alla mia poetica del bianco e nero. I colori erano presenti ma smorzati, come filtrati da una leggera nebbia, creando un’atmosfera sospesa tra sogno e realtà. Questa è perfetta per il mio libro, ha detto con quella sicurezza che caratterizza chi ha trovato esattamente quello che cercava. In quel momento ho capito che la nostra sintonia artistica, nata tra le mura medievali, aveva trovato una nuova espressione.

Come fotografo, sono abituato a catturare frammenti di realtà in un istante. Alice, invece, ha costruito il suo romanzo come un mosaico emotivo, dove ogni protagonista – Agata, Sammy, Lorella, Luna, Ottavia e Silvia – rappresenta una sfaccettatura dell’universo femminile contemporaneo. La sua capacità di “sviluppare” i caratteri ricorda il processo di camera oscura: lentamente, nell’acido del racconto, emergono i dettagli, le sfumature, le profondità nascoste.

Quello che mi ha colpito di più, seguendo la nascita di questo libro sin dalle prime idee che mi mostrava dopo i nostri eventi medievali, è stato vedere come Alice abbia affinato la sua voce narrativa. Ogni scrittore ha il suo territorio narrativo, quel terreno dove si muove con naturalezza e autenticità. Alice lo ha trovato nel racconto della solidarietà femminile, in quelle storie di donne che si incontrano e si riconoscono negli occhi l’una dell’altra.

La scelta di utilizzare la mia fotografia per la copertina non è stata casuale, ma il naturale proseguimento del nostro dialogo artistico iniziato tra castelli e rievocazioni storiche. Quella immagine di colline che si perdevano nell’orizzonte cattura perfettamente l’essenza del libro: la vastità del paesaggio rappresenta le infinite possibilità che si aprono quando le donne si sostengono a vicenda, mentre il senso di intimità che pervade lo scatto riflette la dimensione personale e autentica dei racconti di Alice. È affascinante come un’immagine statica possa dialogare con centinaia di pagine scritte. La fotografia ferma un momento, la letteratura lo espande nel tempo. Insieme, creano una narrazione completa che tocca l’anima del lettore.

Essere stato il primo a farmi scrivere la dedica è stato un piccolo privilegio dell’amicizia che custodisco con affetto. Ma il vero privilegio è stato assistere alla trasformazione di Alice da scrittrice emergente – quella che con le sue parole dava vita ai miei scatti medievali – a narratrice consapevole della propria voce. Averla vista crescere, affinare il suo stile, trovare il coraggio di raccontare verità scomode e bellissime, è stato come osservare attraverso l’obiettivo il momento perfetto in cui tutto si allinea per creare l’immagine definitiva.

Questo libro mi ha fatto riflettere sul rapporto tra arte e vita, tra creatività e relazioni umane. Come fotografo, sono abituato a lavorare in solitudine, a catturare momenti fugaci che spesso nessun altro nota. Alice, invece, ha costruito la sua opera sulla condivisione, sull’incontro, sul riconoscimento reciproco. “SEI come me” non è solo il titolo del romanzo, è una filosofia di vita. È il riconoscimento che, nonostante le nostre differenze, condividiamo tutti la stessa umanità, le stesse paure, le stesse speranze. È quello che accade quando due persone – che siano amiche, sorelle, sconosciute – si guardano davvero negli occhi e si riconoscono.

Il libro è ora disponibile su Amazon in versione cartacea ed eBook, gratuito per chi ha Kindle Unlimited. Vi invito a leggerlo non solo per la qualità della scrittura di Alice, ma per l’esperienza emotiva che offre. Preparatevi a riconoscervi in Agata, Sammy, Lorella, Luna, Ottavia e Silvia. Preparatevi a scoprire che, effettivamente, non siamo mai soli.

Come dice Alice, a volte basta un incontro per scoprire di non essere gli unici a provare certe emozioni, a vivere certi conflitti, a sognare certi sogni. E forse, in un mondo che spesso ci fa sentire isolati, questo è il regalo più prezioso che un libro possa farci: la consapevolezza che siamo tutti, in fondo, incredibilmente simili.


Mentre scrivo queste righe, ho davanti a me quella fotografia di colline inglesi che ora decora la copertina del libro di Alice. E sorrido, pensando a come il nostro dialogo artistico, nato tra le mura di un castello medievale, abbia trovato una nuova forma di espressione. L’arte ha sempre il potere di creare connessioni inaspettate, di costruire ponti tra anime diverse ma profondamente affini.

L’Allineamento Perfetto: Cuore, Mente e Occhio nella Fotografia in Bianco e Nero

L’Allineamento Perfetto: Cuore, Mente e Occhio nella Fotografia in Bianco e Nero

Riflessioni di un fotografo sull’essenza dell’arte fotografica

Quando Henri Cartier-Bresson pronunciò quelle parole immortali – “Quello che un buon fotografo deve cercare di fare è mettere sulla stessa linea di mira il cuore, la mente e l’occhio” – non poteva immaginare quanto profondamente avrebbero risuonato nell’anima di chi, come me, ha fatto della fotografia in bianco e nero la propria ragione di vita.

Da un’intera vita catturato dall’incantesimo del bianco e nero, ho compreso che questa scelta non è mai stata una semplice preferenza estetica. È piuttosto una filosofia, un modo di vedere il mondo spogliato dalle distrazioni del colore, dove ogni sfumatura di grigio racconta una storia, dove ogni ombra nasconde un segreto.

Il bianco e nero mi permette di cogliere l’essenza pura del soggetto, quella verità nascosta che spesso il colore maschera. Quando inquadro nel mirino, non vedo rossi o blu, ma vedo anime, emozioni, la luce che danza con l’oscurità in un’eterna dialettica di contrasti.

Nella mia ricerca fotografica, la bellezza femminile occupa un posto speciale. Non è quella patinata e artificiale delle riviste, ma quella autentica, quella che emerge dalla spontaneità di un gesto, dalla malinconia di uno sguardo, dalla grazia di una posa naturale.

Fotografare una donna in bianco e nero significa catturare la sua essenza più profonda. I toni di grigio accarezzano le curve del viso come pennellate d’argento, mentre le ombre modellano i lineamenti con la delicatezza di un’antica scultura. Ogni ritratto diventa un dialogo silenzioso tra il mio obiettivo e l’anima del soggetto.

Ricordo un pomeriggio di novembre; la luce dorata che filtrava attraverso le persiane creava geometrie perfette sul volto di Helena. In quel momento, cuore, mente e occhio si sono allineati perfettamente: il cuore ha sentito la malinconia del momento, la mente ha calcolato l’esposizione ideale, l’occhio ha catturato quell’istante irripetibile. Il risultato è stato una fotografia che ancora oggi, guardandola, mi fa battere il cuore.

La mia passione per l’epoca medievale si riflette inevitabilmente nel mio lavoro fotografico. Castelli che si ergono contro cieli drammatici, chiese romaniche che sussurrano antiche preghiere, borghi medievali dove il tempo sembra essersi fermato.

Il bianco e nero è il linguaggio naturale per raccontare questi luoghi intrisi di storia. Le pietre millenarie, scolpite dal tempo e dalle intemperie, trovano nel monocromo la loro voce più autentica. Ogni ombra racconta di cavalieri e dame, ogni fascio di luce che penetra attraverso le feritoie di un castello narra epopee dimenticate.

Quando fotografo un’architettura medievale, sento il peso della storia sulle mie spalle. Il mio obiettivo diventa un ponte tra passato e presente, un mezzo per far rivivere emozioni sepolte sotto secoli di polvere. La fotografia in bianco e nero amplifica questa sensazione, eliminando le distrazioni cromatiche e concentrando l’attenzione sull’essenza stessa del soggetto.

Tornando alle parole del maestro Cartier-Bresson, ho imparato sulla mia pelle cosa significhi davvero allineare cuore, mente e occhio. Non è un processo meccanico, ma una sorta di meditazione in movimento.

Il cuore è l’impulso primordiale, quello che mi spinge a sollevare la fotocamera quando intuisco che qualcosa di speciale sta per accadere. È l’emozione pura, quella che fa tremare le mani nell’attesa dello scatto perfetto.

La mente è il calcolo, la tecnica, l’esperienza accumulata negli anni. È quella che sussurra: “Diaframma f/2,8, tempo 1/60, ISO 400.” È la razionalità che bilancia l’istinto del cuore.

L’occhio è la sintesi, il punto di incontro tra emozione e tecnica. È quello che vede la composizione perfetta, che coglie l’attimo decisivo, che trasforma una semplice immagine in una fotografia.

Ogni volta che esco con la mia fedele Nikon, cerco quel momento magico in cui tutti gli elementi si allineano. Che si tratti di immortalare il sorriso fugace di una donna o le ombre che danzano sui muri di un castello, l’obiettivo è sempre lo stesso: catturare l’anima del soggetto.

Il bianco e nero mi aiuta in questa ricerca, eliminando le distrazioni e concentrando l’attenzione su ciò che davvero conta: la luce, l’ombra, l’emozione, la storia. Ogni scatto è una piccola preghiera, un tentativo di fermare il tempo e regalare all’eternità un frammento di bellezza.

Nella mia carriera di fotografo, ho imparato che la vera maestria non sta nella perfezione tecnica, ma nella capacità di trasmettere emozioni. Le parole di Cartier-Bresson continuano a guidarmi ogni giorno, ricordandomi che dietro ogni grande fotografia c’è sempre un perfetto allineamento tra cuore, mente e occhio.

Il bianco e nero rimane il mio linguaggio d’elezione, quello che meglio sa tradurre in immagini i miei sogni di bellezza femminile e di epoche lontane. Perché alla fine, ogni fotografia è un piccolo miracolo: la capacità di trasformare la luce in memoria, l’attimo in eternità, l’emozione in arte.

E io, con la mia fotocamera in mano, continuo a cercare quell’allineamento perfetto, quel momento magico in cui il mondo si ferma per lasciarsi immortalare.

Writer & Photographer: © Carlo Oriani

Recensione di “Confini Sfumati”

★★★★★

Recensione di “Confini Sfumati”

★★★★★

Quando la mia cara amica Joan mi ha consegnato la bozza di “Confini Sfumati” con quella dedica che ancora oggi mi emoziona, non immaginavo di trovarmi tra le mani un romanzo erotico così coinvolgente e raffinato. Leggere le parole di qualcuno che conosci intimamente, vedere i suoi pensieri prendere forma in una storia così appassionante, è un’esperienza che va oltre la semplice lettura: posso assicurare che questo libro farà battere il cuore a molte lettrici.

Joan ha creato in Bianca Moretti una protagonista in cui ogni donna moderna può riconoscersi: brillante diplomatica che lotta tra carriera e desideri, forte ma vulnerabile, determinata eppure capace di abbandonarsi completamente quando incontra l’uomo giusto. E che uomo! Carlo Rinaldi è il perfetto Alpha male contemporaneo: fotografo nomade dal fascino magnetico, esperto delle arti dell’amore quanto degli obiettivi della sua macchina fotografica. Il loro primo incontro al Coastal Café di Dar es Salaam crea una tensione erotica che si può tagliare con un coltello.

L’ambientazione tanzaniana non è solo scenografia, ma diventa complice della passione: la tempesta al Kibali Lodge che li spinge l’uno nelle braccia dell’altro, la ricerca disperata nel Serengeti che rivela quanto profondo sia il loro legame. Joan sa costruire atmosfere che rendono ogni bacio, ogni carezza, ogni momento di intimità assolutamente credibile e travolgente.

Ma è proprio nell’erotismo che Joan dimostra il suo talento più sorprendente. Le scene d’amore sono scritte con una sensualità che fa venire i brividi: intense, appassionate, mai volgari ma abbastanza esplicite da far accelerare il battito cardiaco. Il modo in cui descrive il desiderio, l’attesa, l’abbandono totale tra Carlo e Bianca è qualcosa che ogni donna dovrebbe leggere almeno una volta. Quando lui le sussurra “sei mia” durante la tempesta, o quando lei finalmente si arrende alla passione nell’epilogo all’aeroporto… beh, preparatevi a dover aprire qualche finestra!

Joan riesce nell’impresa più difficile: scrivere di sesso parlando d’amore, creare scene bollenti che sono anche profondamente romantiche. Ogni momento di intimità fisica serve a far crescere la connessione emotiva tra i protagonisti, ogni bacio racconta una storia di anime che si riconoscono.

Certo, come amico sincero devo dire che alcune transizioni avrebbero potuto essere più fluide, ma quando ti ritrovi col fiato sospeso durante i loro incontri clandestini, questi dettagli diventano irrilevanti.

“Confini Sfumati” è il libro perfetto per chi cerca un romanzo erotico intelligente, con personaggi complessi e una storia che sa emozionare quanto eccitare. Se amate gli Alpha male che sanno essere teneri, le eroine forti che non hanno paura di perdere il controllo, e scene d’amore che vi faranno sognare per settimane, questo libro deve assolutamente finire sul vostro comodino.

Preparatevi a notti insonni: non solo per la voglia di sapere come va a finire, ma anche per quello che queste pagine sapranno risvegliare in voi.

© Carlo Oriani


“Confini Sfumati” di Joan K. Thompson è disponibile su AMAZON in versione cartacea.

MotoBrumed 2025: Grande successo per il primo motoraduno di Mombretto

Un evento che ha fatto rombare i motori e vibrare il cuore della comunità

Ieri si è svolto con grande successo il primo MotoBrumed 2025, il motoraduno organizzato dal Comune di Mediglia con la collaborazione operativa di Radio Usom, l’unica radio di Melegnano. L’evento ha rappresentato il primo appuntamento del Mediglia Summer Festival, portando energia, passione e il rombo dei motori nella suggestiva cornice di Mombretto.

Un’organizzazione impeccabile nonostante il meteo

Nonostante le previsioni meteorologiche non proprio favorevoli, i centauri si sono presentati numerosi in piazza Terracini a Mombretto, pronti a far rombarre i motori delle loro motociclette. L’evento ha dimostrato come la passione per le due ruote possa superare qualsiasi ostacolo, anche quello del maltempo.

Al loro arrivo, i motociclisti hanno avuto il piacere di fare un giro per le frazioni del comune di Mediglia, scoprendo le bellezze del territorio in sella alle loro fedeli compagne.

Radio Usom al centro dell’evento

Radio Usom ha svolto un ruolo fondamentale come partner ufficiale dell’iniziativa. Gli speaker della radio, tra cui L’Alis, conduttrice del programma radiofonico Lightness che parla appunto di viaggi in moto, l’impeccabile regia di Maxtriplax, il fotografo ufficiale Carlo Oriani, Rosanna, Roberto Florindi e lo Chansommelier Fel, erano tutti presenti per raccontare emozioni e storie direttamente dal cuore dell’evento. Era presente anche Davide Anastasio, il presidente dell’Usom Calcio, e Monica della radio che si è occupata della parte social dell’evento.

La radio ha offerto interviste dal vivo ai protagonisti del motoraduno, con “caschi allacciati e microfoni aperti per dare voce a chi vive sulle due ruote: per passione, per libertà, per divertimento… o perché ha fatto della moto una vera filosofia di vita”.

Un evento che ha superato le difficoltà

Nonostante il forte vento e la pioggia che hanno fatto desistere gran parte del pubblico inizialmente intervenuto, l’evento è proseguito con successo grazie alla costanza e alla determinazione dei volontari di ProLoco Mediglia e di DJ Psycho. La serata è continuata all’insegna della musica live.

Un successo da ripetere

L’entusiasmo per questo primo MotoBrumed lascia ben sperare per le future edizioni dell’evento, che verrà riproposto il prossimo anno.

Il successo del MotoBrumed 2025 dimostra come eventi di questo tipo possano valorizzare il territorio e creare momenti di aggregazione autentica, dove la passione per le due ruote diventa un ponte tra persone diverse unite dall’amore per la libertà su strada.


Writer & Photographer: © Carlo Oriani

#RadioUsom #WeLikeToMakeToGo #MotoBrumed #Mombretto

I Leoni da tastiera: La Violenza Verbale sui social

Quando i Social Diventano Ring: Storia di un Post che ha Scatenato l’Inferno

Ieri stavo scorrendo il feed di Facebook quando mi sono imbattuto in un post che mi ha fatto riflettere parecchio. Una lettrice aveva scritto un commento davvero offensivo verso un famoso scrittore, usando parole molto pesanti per demolire completamente la sua opera e addirittura la sua persona. Non era una semplice critica letteraria, ma un attacco feroce e gratuito. Un post cosi cattivo che ti aspetteresti venisse ignorato. E invece no.

In poche ore quel post è diventato un campo di battaglia virtuale. Un vero e proprio inferno, con decine e decine di commenti al vetriolo. Tutti contro tutti. Chi difendeva lo scrittore attaccando chi lo criticava, chi rincarava la dose contro l’autore, chi se la prendeva con la lettrice che aveva osato esprimere la sua opinione. Una guerra senza quartiere fatta di insulti, sarcasmo velenoso e cattiveria gratuita.

Guardando quella scia di commenti sempre più aggressivi, mi sono chiesto: come siamo arrivati a questo punto? Quando abbiamo smesso di comportarci da esseri umani civili per trasformarci in gladiatori digitali pronti a scannarci per qualsiasi cosa?

Lo Schermo che Trasforma: Quando Diventiamo Altre Persone

La cosa che più mi ha colpito, leggendo quei commenti, è stata la cattiveria gratuita. Persone che probabilmente nella vita reale sono educate, magari genitori di famiglia, lavoratori rispettabili, che dietro lo schermo si trasformano in bestie feroci. Come se la tastiera fosse una bacchetta magica che fa sparire l’educazione e il rispetto per gli altri.

È un fenomeno che conosciamo tutti ma che facciamo finta di non vedere: sui social siamo diversi. Più aggressivi, più giudicanti, più crudeli. Lo schermo del computer o del telefono diventa una specie di maschera che ci fa sentire invisibili e invincibili allo stesso tempo. Possiamo dire tutto quello che vogliamo senza guardare negli occhi la persona che stiamo ferendo, senza vedere le sue reazioni, senza renderci conto che dall’altra parte c’è un essere umano con sentimenti proprio come noi.

È come se il mondo digitale avesse fatto uscire fuori la nostra versione peggiore, quella che normalmente teniamo nascosta perché ci vergogniamo. Online invece la sfoggiamo con orgoglio, come se essere stronzi fosse diventato un vanto.

Tutti Critici Letterari, Tutti Esperti

Una cosa che mi ha fatto sorridere amaramente in quella discussione è stata la quantità di improvvisati critici letterari che sono spuntati fuori. Persone che probabilmente non leggono un libro da anni che si ergevano a giudici supremi del buono e cattivo gusto letterario. Ognuno con la sua verità assoluta, ognuno convinto di aver ragione al 100%.

Ma quando abbiamo deciso che basta avere un profilo Facebook per diventare esperti di tutto? Quando l’opinione personale è diventata verità scientifica? È come se i social avessero cancellato la differenza tra “mi piace” e “è oggettivamente buono”, tra gusto personale e competenza professionale.

Non fraintendetemi: ognuno ha il diritto di dire se un libro gli è piaciuto o no. Ma c’è una bella differenza tra dire “a me non piace questo autore” e “questo autore è una merda e chi lo legge è un idiota”. La prima è un’opinione rispettabile, la seconda è violenza verbale pura.

Il problema è che sui social questa distinzione è saltata completamente. Tutto diventa assoluto, categorico, definitivo. Non esistono più le sfumature, i “forse”, i “secondo me”. Esistono solo i “è così e basta” accompagnati da valanghe di insulti per chi non la pensa allo stesso modo.

L’Illusione del Coraggio Virtuale

La cosa più assurda di tutta quella discussione è che sono sicuro che il 90% di quelle persone così aggressive online non avrebbe mai il coraggio di dire le stesse cose guardando in faccia l’interlocutore. È facile essere coraggiosi quando sei seduto comodo sul tuo divano con la tastiera tra le mani. È facilissimo fare il duro quando non devi affrontare le conseguenze delle tue parole.

Ma questo cosa ci dice di noi come società? Che siamo diventati codardi che si sentono forti solo quando sono nascosti? Che abbiamo bisogno dello schermo per tirare fuori quello che pensiamo davvero? È una riflessione che fa male, ma che dovremmo fare tutti.

I social ci hanno dato il potere di raggiungere milioni di persone con un click, ma non ci hanno dato la saggezza per usare questo potere responsabilmente. È come dare una pistola a un bambino: può fare danni enormi senza neanche rendersene conto.

L’Economia della Rabbia

E poi c’è un altro aspetto che spesso non consideriamo: i social network ci fanno soldi sulla nostra rabbia. Gli algoritmi di Facebook, Instagram, TikTok sono programmati per mostrarci contenuti che ci fanno reagire emotivamente, perché una persona arrabbiata è una persona che interagisce, che commenta, che condivide, che resta collegata più a lungo.

In pratica, la nostra indignazione è diventata una merce che viene venduta agli inserzionisti. Più siamo incazzati, più tempo passiamo sui social, più pubblicità vediamo, più soldi guadagnano le piattaforme. È un sistema perverso che ci trasforma in prodotti senza che ce ne accorgiamo.

Quella discussione che ho visto non era solo un gruppo di persone che litigavano per uno scrittore: era un gruppo di persone che stavano inconsapevolmente lavorando gratis per i colossi della tecnologia, generando contenuti che aumentano l’engagement e quindi i profitti delle piattaforme.

Il Prezzo Umano della Violenza Digitale

Ma mentre i social network ci guadagnano, noi ci rimettiamo tutti. Ci rimettiamo in umanità, in rispetto reciproco, in capacità di dialogo. Ci rimettiamo la possibilità di confrontarci civilmente, di imparare gli uni dagli altri, di crescere attraverso il dibattito costruttivo.

Dietro ogni profilo che viene attaccato c’è una persona reale che può rimanere ferita, scoraggiata, traumatizzata. Magari è una persona che aveva solo voglia di condividere la sua opinione su un libro e si è ritrovata al centro di un linciaggio virtuale. Magari è una persona sensibile che quelle parole se le porta dietro per giorni, per settimane.

E tutto questo per cosa? Per difendere uno scrittore che probabilmente neanche sa che esistiamo? Per dimostrare di avere ragione su qualcosa che, in fondo, è solo questione di gusti? Ne vale davvero la pena?

Quando l’Ego Digitale Prende il Sopravvento

Il punto è che sui social non stiamo più comunicando: stiamo facendo spettacolo. Ogni commento è una performance davanti a un pubblico invisibile, ogni risposta è un tentativo di sembrare più intelligenti, più spiritosi, più fighi degli altri. L’obiettivo non è più il dialogo, ma l’applauso virtuale sotto forma di like e condivisioni.

È come se fossimo tutti diventati piccoli influencer in cerca di visibilità, disposti a tutto pur di ottenere un po’ di attenzione. E siccome l’attenzione online si ottiene con contenuti che fanno scalpore, ecco che diventiamo sempre più estremi, sempre più aggressivi, sempre più cattivi.

Il nostro ego digitale ha preso il sopravvento sulla nostra umanità. Preferiamo sembrare vincenti online piuttosto che essere brave persone nella vita reale. È un trade-off che stiamo facendo senza neanche rendercene conto, e che sta cambiando chi siamo nel profondo.

La Perdita dell’Arte del Dialogo

Quello che mi manca di più, guardando discussioni come quella, è l’arte del dialogo. Una volta si chiamava “conversazione”: persone diverse che si confrontavano su idee diverse, ognuna pronta ad ascoltare l’altra, magari anche a cambiare idea se gli argomenti dell’interlocutore erano convincenti.

Oggi sui social non esistono più conversazioni, esistono solo monologhi paralleli. Ognuno parla, nessuno ascolta. Ognuno vuole convincere, nessuno vuole essere convinto. Ognuno urla la sua verità, nessuno ha dubbi o incertezze.

È come se avessimo dimenticato che confrontarsi con chi la pensa diversamente da noi è un’opportunità, non una minaccia. Che essere messi in discussione ci aiuta a crescere, non ci diminuisce. Che ammettere di non sapere tutto non è una vergogna, ma un segno di intelligenza.

Il Virus della Polarizzazione

I social hanno trasformato ogni argomento in una battaglia tra tifoserie. Non importa di cosa si parli – libri, film, politica, calcio – subito si formano due squadre che si fronteggiano come se fosse una questione di vita o di morte. E chi cerca di mantenere una posizione equilibrata, chi prova a vedere le ragioni di entrambe le parti, viene attaccato da tutti.

È come se il mondo fosse diventato binario: o sei con noi o sei contro di noi. Non esistono più le zone grigie, i compromessi, le posizioni sfumate. Tutto è bianco o nero, giusto o sbagliato, amico o nemico.

Questa polarizzazione artificiale sta distruggendo la nostra capacità di pensiero critico. Ci sta trasformando in soldatini di eserciti ideologici che non abbiamo scelto consciamente, ma in cui siamo finiti per caso, magari solo perché abbiamo messo un like al posto sbagliato.

La Responsabilità delle Nostre Parole

Eppure, in mezzo a tutto questo caos, c’è una cosa che possiamo controllare: le nostre parole. Ogni volta che scriviamo un commento, ogni volta che rispondiamo a un post, ogni volta che condividiamo qualcosa, stiamo facendo una scelta. Possiamo scegliere di alimentare l’odio o di seminare rispetto. Possiamo scegliere di attaccare o di costruire ponti.

Non è facile, lo so. È molto più facile lasciarsi trascinare dalla rabbia, rispondere a tono, restituire colpo su colpo. Ma se vogliamo che i social tornino ad essere spazi di confronto invece che arene di gladiatori, dobbiamo iniziare da noi stessi.

Dobbiamo ricordarci che dietro ogni profilo c’è una persona. Che le parole fanno male davvero, anche se sono solo pixel su uno schermo. Che la libertà di espressione viene sempre accompagnata dalla responsabilità delle conseguenze.

Una Possibile Soluzione: L’Identità Digitale Certificata?

Negli ultimi mesi si sta parlando sempre più spesso di una possibile soluzione per limitare la violenza verbale online: l’obbligo di verifica dell’identità reale per accedere ai social network. L’idea sarebbe quella di collegare ogni profilo social a un documento d’identità verificato, un po’ come già succede con i sistemi di identità digitale come SPID o la Carta d’Identità Elettronica che usiamo per accedere ai servizi pubblici.

In Francia, alcuni parlamentari stanno considerando di rendere obbligatoria la verifica dell’identità degli utenti prima che possano accedere ai social network. L’idea è semplice: se le persone non possono più nascondersi dietro nickname anonimi, forse si comporteranno meglio.

Ma questa soluzione solleva interrogativi importanti. Da una parte, potrebbe davvero ridurre la violenza verbale online: è difficile essere crudeli quando sai che le tue parole sono collegate al tuo nome e cognome veri. Dall’altra parte, però, c’è il rischio di violare la privacy e la libertà di espressione che da sempre caratterizzano internet.

Privacy vs. Sicurezza: Un Equilibrio Difficile

Secondo alcuni esperti legali, forzare gli utenti a certificare la propria identità sarebbe incompatibile con la legge europea, che non prevede una sorveglianza permanente e generalizzata dei social network. Il rischio è quello di passare da un sistema di totale libertà a un regime di controllo che potrebbe soffocare il dibattito pubblico.

E poi c’è un altro problema pratico: chi ci garantisce che questi sistemi di verifica siano davvero sicuri? Già oggi emergono dubbi sulla sicurezza dei sistemi che gestiscono il rilascio delle identità digitali come SPID e CIE. Se questi dati finissero nelle mani sbagliate, potremmo trovarci con problemi molto più gravi della violenza verbale online.

Inoltre, l’anonimato su internet non è sempre una cosa negativa. Protegge chi denuncia abusi, chi vive in regimi oppressivi, chi ha bisogno di esprimere la propria opinione senza timore di ritorsioni. Eliminarlo completamente potrebbe creare più problemi di quanti ne risolva.

Non sto dicendo che dobbiamo essere tutti d’accordo su tutto. Sarebbe noioso e anche impossibile. Sto dicendo che possiamo essere in disaccordo rimanendo civili. Possiamo criticare le idee senza distruggere le persone. Possiamo discutere senza dichiarare guerra.

Forse è un sogno utopico, ma mi piace pensare che si possa ancora salvare qualcosa di buono dai social network. Che si possa trasformare la rabbia in curiosità, l’aggressività in passione, l’odio in desiderio di capire.

Perché in fondo, quello che ci unisce è molto di più di quello che ci divide. Tutti amiamo le storie, anche se preferiamo autori diversi. Tutti cerchiamo bellezza, anche se la troviamo in posti diversi. Tutti vogliamo essere ascoltati e capiti, anche se parliamo lingue diverse.

Verso un Social più Umano

Mentre scrivo queste righe, quel post che ha scatenato tutto è ancora lì, con i suoi commenti velenosi che continuano ad arrivare. Una piccola guerra digitale che probabilmente nessuno ricorderà tra una settimana, ma che ha contribuito a rendere il mondo online un posto un po’ più cattivo.

Mentre scrivo queste righe, quel post che ha scatenato tutto è ancora lì, con i suoi commenti velenosi che continuano ad arrivare. Una piccola guerra digitale che probabilmente nessuno ricorderà tra una settimana, ma che ha contribuito a rendere il mondo online un posto un po’ più cattivo.

La prossima volta che vi troverete davanti a un post che vi fa venire voglia di rispondere male, fermatevi un secondo. Chiedetevi: questa risposta aggiunge qualcosa di costruttivo alla discussione? Fa bene a me e agli altri? È il tipo di commento che vorrei ricevere se fossi dall’altra parte?

Se la risposta è no, forse è meglio chiudere l’app e andare a farsi una passeggiata. Il mondo digitale può aspettare. La nostra umanità, no.

© Carlo Oriani