


Nel creare il protagonista de “Il Codice delle Sette Luci”, ho voluto esplorare una figura che mi è sempre stata familiare: il fotografo milanese, con la sua sensibilità particolare e il suo modo unico di vedere il mondo. Ma Sasha De Angelis non è un fotografo qualunque. È un uomo che, cercando di comprendere le proprie inquietanti visioni, viene trascinato in un vortice di misteri che lo porterà ben oltre i confini della realtà che conosce.
Sasha è un milanese sulla trentina, “volto dai lineamenti marcati ma gentili, incorniciato da capelli castani perennemente in disordine”, con “occhi verdi che sembravano scrutare oltre la superficie”. Come molti della sua generazione, vive di compromessi: lavora come grafico pubblicitario per pagarsi le bollette, ma la sua vera passione è la fotografia d’arte, praticata nei ritagli di tempo con la sua fedele Leica M9.
La scelta di fargli usare una Leica M9 racconta tutto del mio approccio al personaggio. Non è una macchina per fotografi casuali – è uno strumento per puristi, per chi riflette prima di scattare.
Volevo creare un protagonista che sceglie deliberatamente la strada più difficile. La Leica è l’opposto dello smartphone: richiede competenza, pazienza, intenzione. Ogni foto deve essere pensata, misurata, voluta. È la filosofia dell’anti-automatismo.
La Leica M è il sistema preferito dai maestri della fotografia da decenni – da Cartier-Bresson ai grandi reporter di guerra. Sasha sceglie la versione moderna di questo leggendario strumento, collegandosi così alla tradizione dei grandi dell’arte fotografica.
In sostanza, la M9 definisce istantaneamente Sasha come un outsider sofisticato: ha i mezzi economici per permettersela, la competenza per usarla, e la filosofia artistica per sceglierla contro opzioni più “facili”.
La Leica diventa quasi un personaggio del romanzo: Sasha “amava il suono discreto dell’otturatore, l’ergonomia perfetta del corpo macchina, la purezza del file che usciva dal sensore”. Ogni scatto è “una piccola preghiera silenziosa, un modo per mantenere vivo il ricordo di suo padre” – la macchina fotografica era infatti l’ultimo regalo di suo padre prima di morire in un incidente d’auto dieci anni prima.
Quello che rende Sasha un protagonista affascinante è che non sceglie consapevolmente di diventare un investigatore del mistero. È la realtà che lo sceglie, attraverso una serie di inquietanti déjà vu che iniziano a manifestarsi quando meno se lo aspetta. Lui vuole solo capire cosa gli sta succedendo, perché ha visioni di vite che non dovrebbero appartenergli.
Durante una normale gita al mercato con Giulia, la sua coinquilina da tre anni, il suo occhio fotografico viene catturato da “una bancarella di gioielli vintage. Tra i vari oggetti, una collana con pietre blu lucenti attirò la sua attenzione. Per un momento, il mondo sembrò fermarsi. Quelle pietre… le aveva già viste da qualche parte?”
È questo il momento in cui Sasha passa da semplice osservatore a cercatore involontario di risposte. Non può fare a meno di seguire questi indizi visivi che la sua formazione di fotografo gli rende impossibili da ignorare.
La grande forza di Sasha nella sua ricerca della verità è proprio la sua natura di fotografo. Ha sviluppato negli anni quella che tutti i fotografi conoscono: la capacità di notare dettagli che sfuggono agli altri, di vedere pattern e connessioni visive, di catturare “piccoli momenti di vita quotidiana cristallizzati in bianco e nero”.
Nel romanzo, questa abilità si manifesta in modi cruciali per svelare il mistero. La fotografia diventa il suo strumento per comprendere ciò che gli sta accadendo. Come spiega a Giulia all’inizio della loro avventura: “un fotografo non cattura solo immagini, cattura verità. Ogni foto è una finestra su qualcosa di più profondo”.
L’esempio più significativo di questa abilità si manifesta durante l’incidente stradale che osserva dalla finestra di una festa. Mentre tutti gli altri vedono solo una tragedia casuale – un ciclista che investe un pedone – l’occhio allenato di Sasha cattura qualcosa di diverso. Attraverso la finestra, vede “tutto con una chiarezza cristallina: il terrore negli occhi del ciclista quando si rese conto che non avrebbe potuto frenare in tempo, l’espressione dell’uomo che si voltò troppo tardi, il momento esatto in cui i loro corpi collisero.” Ma è quello che succede dopo che dimostra il suo dono unico: l’incidente diventa un trigger che gli permette di vedere oltre il presente, sovrapponendo alla scena una visione di “un giovane ragazzo che correva sui tetti di notte” – la sua vita passata come Sébastien. Dove altri vedrebbero solo un trauma, Sasha riconosce un pattern, una connessione tra passato e presente che solo il suo occhio di fotografo, abituato a cogliere i dettagli significativi, può decifrare.
Ma essere un fotografo nel mondo del mio romanzo comporta un prezzo. Sasha inizia a sperimentare strani déjà vu che si trasformano in vere e proprie visioni di vite passate – da Sébastien il ladro parigino dell’Ottocento, a James il marinaio, a vite ancora più antiche. Durante una sessione fotografica, “per un istante, mentre guardava attraverso l’obiettivo, ebbe una strana sensazione. La melodia gli sembrava familiare, quasi fosse una canzone sentita in un sogno dimenticato”.
Queste visioni non sono solo fastidiose distrazioni: sono pezzi di un puzzle molto più grande che Sasha deve imparare a decifrare per capire chi è veramente. Ogni immagine che cattura diventa potenzialmente una porta verso ricordi che non dovrebbero appartenergli, ma che sono parte della sua identità di Custode delle pietre blu attraverso le vite.
La Milano di Sasha non è la città turistica delle cartoline. È una metropoli stratificata dove “ogni pietra racconta una storia”, vista attraverso l’obiettivo di chi sa guardare oltre la superficie. I suoi spostamenti per la città – dalla Biblioteca Braidense agli archivi segreti, dal Palazzo Visconti ai mercati rionali – seguono la logica del fotografo che sa che ogni luogo può nascondere indizi per comprendere le sue visioni.
La sua Leica lo accompagna ovunque, pronta a catturare non solo la bellezza dei momenti quotidiani ma anche le tracce di misteri nascosti. È questo doppio sguardo – artistico e investigativo – che lo rende il protagonista perfetto per svelare i segreti delle sette pietre blu.
Quello che mi ha affascinato nel sviluppare Sasha è la sua evoluzione da fotografo inconsapevole a Custode risvegliato. All’inizio è quasi riluttante a seguire gli indizi che si presentano: “distogliendo lo sguardo dalla collana” quando la situazione diventa troppo strana. Vuole solo una spiegazione razionale per quello che gli sta succedendo.
Ma via via che la storia procede, viene trascinato sempre più in profondità nel mistero, fino a scoprire che insieme a Giulia sono anime gemelle che si ritrovano in ogni vita. La macchina fotografica che era “più di un semplice strumento” diventa un vero e proprio ponte tra dimensioni, capace di catturare non solo immagini ma verità che attraversano i secoli e le dimensioni.
In fondo, Sasha rappresenta un tipo umano che molti di noi riconoscono: l’artista costretto a compromessi con il mondo commerciale, che trova la sua vera identità nei momenti rubati alla creatività personale. La sua Leica è il simbolo di questa dualità: uno strumento professionale usato per passione pura.
Ma nel mondo del mio romanzo, questa passione lo porta molto più lontano di quanto avesse mai immaginato. Quello che inizia come un tentativo di comprendere le proprie inquietanti visioni diventa un viaggio attraverso vite, morti e rinascite, fino alla scoperta che l’arte stessa può diventare una porta tra mondi e dimensioni.
Perché a volte, quando si sa davvero guardare, si scopre che “le verità più straordinarie si nascondono proprio oltre l’inquadratura” – e che il prezzo di queste verità può essere molto più alto di quanto si possa immaginare.
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