
Quando i Social Diventano Ring: Storia di un Post che ha Scatenato l’Inferno
Ieri stavo scorrendo il feed di Facebook quando mi sono imbattuto in un post che mi ha fatto riflettere parecchio. Una lettrice aveva scritto un commento davvero offensivo verso un famoso scrittore, usando parole molto pesanti per demolire completamente la sua opera e addirittura la sua persona. Non era una semplice critica letteraria, ma un attacco feroce e gratuito. Un post cosi cattivo che ti aspetteresti venisse ignorato. E invece no.
In poche ore quel post è diventato un campo di battaglia virtuale. Un vero e proprio inferno, con decine e decine di commenti al vetriolo. Tutti contro tutti. Chi difendeva lo scrittore attaccando chi lo criticava, chi rincarava la dose contro l’autore, chi se la prendeva con la lettrice che aveva osato esprimere la sua opinione. Una guerra senza quartiere fatta di insulti, sarcasmo velenoso e cattiveria gratuita.
Guardando quella scia di commenti sempre più aggressivi, mi sono chiesto: come siamo arrivati a questo punto? Quando abbiamo smesso di comportarci da esseri umani civili per trasformarci in gladiatori digitali pronti a scannarci per qualsiasi cosa?
Lo Schermo che Trasforma: Quando Diventiamo Altre Persone
La cosa che più mi ha colpito, leggendo quei commenti, è stata la cattiveria gratuita. Persone che probabilmente nella vita reale sono educate, magari genitori di famiglia, lavoratori rispettabili, che dietro lo schermo si trasformano in bestie feroci. Come se la tastiera fosse una bacchetta magica che fa sparire l’educazione e il rispetto per gli altri.
È un fenomeno che conosciamo tutti ma che facciamo finta di non vedere: sui social siamo diversi. Più aggressivi, più giudicanti, più crudeli. Lo schermo del computer o del telefono diventa una specie di maschera che ci fa sentire invisibili e invincibili allo stesso tempo. Possiamo dire tutto quello che vogliamo senza guardare negli occhi la persona che stiamo ferendo, senza vedere le sue reazioni, senza renderci conto che dall’altra parte c’è un essere umano con sentimenti proprio come noi.
È come se il mondo digitale avesse fatto uscire fuori la nostra versione peggiore, quella che normalmente teniamo nascosta perché ci vergogniamo. Online invece la sfoggiamo con orgoglio, come se essere stronzi fosse diventato un vanto.
Tutti Critici Letterari, Tutti Esperti
Una cosa che mi ha fatto sorridere amaramente in quella discussione è stata la quantità di improvvisati critici letterari che sono spuntati fuori. Persone che probabilmente non leggono un libro da anni che si ergevano a giudici supremi del buono e cattivo gusto letterario. Ognuno con la sua verità assoluta, ognuno convinto di aver ragione al 100%.
Ma quando abbiamo deciso che basta avere un profilo Facebook per diventare esperti di tutto? Quando l’opinione personale è diventata verità scientifica? È come se i social avessero cancellato la differenza tra “mi piace” e “è oggettivamente buono”, tra gusto personale e competenza professionale.
Non fraintendetemi: ognuno ha il diritto di dire se un libro gli è piaciuto o no. Ma c’è una bella differenza tra dire “a me non piace questo autore” e “questo autore è una merda e chi lo legge è un idiota”. La prima è un’opinione rispettabile, la seconda è violenza verbale pura.
Il problema è che sui social questa distinzione è saltata completamente. Tutto diventa assoluto, categorico, definitivo. Non esistono più le sfumature, i “forse”, i “secondo me”. Esistono solo i “è così e basta” accompagnati da valanghe di insulti per chi non la pensa allo stesso modo.
L’Illusione del Coraggio Virtuale
La cosa più assurda di tutta quella discussione è che sono sicuro che il 90% di quelle persone così aggressive online non avrebbe mai il coraggio di dire le stesse cose guardando in faccia l’interlocutore. È facile essere coraggiosi quando sei seduto comodo sul tuo divano con la tastiera tra le mani. È facilissimo fare il duro quando non devi affrontare le conseguenze delle tue parole.
Ma questo cosa ci dice di noi come società? Che siamo diventati codardi che si sentono forti solo quando sono nascosti? Che abbiamo bisogno dello schermo per tirare fuori quello che pensiamo davvero? È una riflessione che fa male, ma che dovremmo fare tutti.
I social ci hanno dato il potere di raggiungere milioni di persone con un click, ma non ci hanno dato la saggezza per usare questo potere responsabilmente. È come dare una pistola a un bambino: può fare danni enormi senza neanche rendersene conto.
L’Economia della Rabbia
E poi c’è un altro aspetto che spesso non consideriamo: i social network ci fanno soldi sulla nostra rabbia. Gli algoritmi di Facebook, Instagram, TikTok sono programmati per mostrarci contenuti che ci fanno reagire emotivamente, perché una persona arrabbiata è una persona che interagisce, che commenta, che condivide, che resta collegata più a lungo.
In pratica, la nostra indignazione è diventata una merce che viene venduta agli inserzionisti. Più siamo incazzati, più tempo passiamo sui social, più pubblicità vediamo, più soldi guadagnano le piattaforme. È un sistema perverso che ci trasforma in prodotti senza che ce ne accorgiamo.
Quella discussione che ho visto non era solo un gruppo di persone che litigavano per uno scrittore: era un gruppo di persone che stavano inconsapevolmente lavorando gratis per i colossi della tecnologia, generando contenuti che aumentano l’engagement e quindi i profitti delle piattaforme.
Il Prezzo Umano della Violenza Digitale
Ma mentre i social network ci guadagnano, noi ci rimettiamo tutti. Ci rimettiamo in umanità, in rispetto reciproco, in capacità di dialogo. Ci rimettiamo la possibilità di confrontarci civilmente, di imparare gli uni dagli altri, di crescere attraverso il dibattito costruttivo.
Dietro ogni profilo che viene attaccato c’è una persona reale che può rimanere ferita, scoraggiata, traumatizzata. Magari è una persona che aveva solo voglia di condividere la sua opinione su un libro e si è ritrovata al centro di un linciaggio virtuale. Magari è una persona sensibile che quelle parole se le porta dietro per giorni, per settimane.
E tutto questo per cosa? Per difendere uno scrittore che probabilmente neanche sa che esistiamo? Per dimostrare di avere ragione su qualcosa che, in fondo, è solo questione di gusti? Ne vale davvero la pena?
Quando l’Ego Digitale Prende il Sopravvento
Il punto è che sui social non stiamo più comunicando: stiamo facendo spettacolo. Ogni commento è una performance davanti a un pubblico invisibile, ogni risposta è un tentativo di sembrare più intelligenti, più spiritosi, più fighi degli altri. L’obiettivo non è più il dialogo, ma l’applauso virtuale sotto forma di like e condivisioni.
È come se fossimo tutti diventati piccoli influencer in cerca di visibilità, disposti a tutto pur di ottenere un po’ di attenzione. E siccome l’attenzione online si ottiene con contenuti che fanno scalpore, ecco che diventiamo sempre più estremi, sempre più aggressivi, sempre più cattivi.
Il nostro ego digitale ha preso il sopravvento sulla nostra umanità. Preferiamo sembrare vincenti online piuttosto che essere brave persone nella vita reale. È un trade-off che stiamo facendo senza neanche rendercene conto, e che sta cambiando chi siamo nel profondo.
La Perdita dell’Arte del Dialogo
Quello che mi manca di più, guardando discussioni come quella, è l’arte del dialogo. Una volta si chiamava “conversazione”: persone diverse che si confrontavano su idee diverse, ognuna pronta ad ascoltare l’altra, magari anche a cambiare idea se gli argomenti dell’interlocutore erano convincenti.
Oggi sui social non esistono più conversazioni, esistono solo monologhi paralleli. Ognuno parla, nessuno ascolta. Ognuno vuole convincere, nessuno vuole essere convinto. Ognuno urla la sua verità, nessuno ha dubbi o incertezze.
È come se avessimo dimenticato che confrontarsi con chi la pensa diversamente da noi è un’opportunità, non una minaccia. Che essere messi in discussione ci aiuta a crescere, non ci diminuisce. Che ammettere di non sapere tutto non è una vergogna, ma un segno di intelligenza.
Il Virus della Polarizzazione
I social hanno trasformato ogni argomento in una battaglia tra tifoserie. Non importa di cosa si parli – libri, film, politica, calcio – subito si formano due squadre che si fronteggiano come se fosse una questione di vita o di morte. E chi cerca di mantenere una posizione equilibrata, chi prova a vedere le ragioni di entrambe le parti, viene attaccato da tutti.
È come se il mondo fosse diventato binario: o sei con noi o sei contro di noi. Non esistono più le zone grigie, i compromessi, le posizioni sfumate. Tutto è bianco o nero, giusto o sbagliato, amico o nemico.
Questa polarizzazione artificiale sta distruggendo la nostra capacità di pensiero critico. Ci sta trasformando in soldatini di eserciti ideologici che non abbiamo scelto consciamente, ma in cui siamo finiti per caso, magari solo perché abbiamo messo un like al posto sbagliato.
La Responsabilità delle Nostre Parole
Eppure, in mezzo a tutto questo caos, c’è una cosa che possiamo controllare: le nostre parole. Ogni volta che scriviamo un commento, ogni volta che rispondiamo a un post, ogni volta che condividiamo qualcosa, stiamo facendo una scelta. Possiamo scegliere di alimentare l’odio o di seminare rispetto. Possiamo scegliere di attaccare o di costruire ponti.
Non è facile, lo so. È molto più facile lasciarsi trascinare dalla rabbia, rispondere a tono, restituire colpo su colpo. Ma se vogliamo che i social tornino ad essere spazi di confronto invece che arene di gladiatori, dobbiamo iniziare da noi stessi.
Dobbiamo ricordarci che dietro ogni profilo c’è una persona. Che le parole fanno male davvero, anche se sono solo pixel su uno schermo. Che la libertà di espressione viene sempre accompagnata dalla responsabilità delle conseguenze.
Una Possibile Soluzione: L’Identità Digitale Certificata?
Negli ultimi mesi si sta parlando sempre più spesso di una possibile soluzione per limitare la violenza verbale online: l’obbligo di verifica dell’identità reale per accedere ai social network. L’idea sarebbe quella di collegare ogni profilo social a un documento d’identità verificato, un po’ come già succede con i sistemi di identità digitale come SPID o la Carta d’Identità Elettronica che usiamo per accedere ai servizi pubblici.
In Francia, alcuni parlamentari stanno considerando di rendere obbligatoria la verifica dell’identità degli utenti prima che possano accedere ai social network. L’idea è semplice: se le persone non possono più nascondersi dietro nickname anonimi, forse si comporteranno meglio.
Ma questa soluzione solleva interrogativi importanti. Da una parte, potrebbe davvero ridurre la violenza verbale online: è difficile essere crudeli quando sai che le tue parole sono collegate al tuo nome e cognome veri. Dall’altra parte, però, c’è il rischio di violare la privacy e la libertà di espressione che da sempre caratterizzano internet.
Privacy vs. Sicurezza: Un Equilibrio Difficile
Secondo alcuni esperti legali, forzare gli utenti a certificare la propria identità sarebbe incompatibile con la legge europea, che non prevede una sorveglianza permanente e generalizzata dei social network. Il rischio è quello di passare da un sistema di totale libertà a un regime di controllo che potrebbe soffocare il dibattito pubblico.
E poi c’è un altro problema pratico: chi ci garantisce che questi sistemi di verifica siano davvero sicuri? Già oggi emergono dubbi sulla sicurezza dei sistemi che gestiscono il rilascio delle identità digitali come SPID e CIE. Se questi dati finissero nelle mani sbagliate, potremmo trovarci con problemi molto più gravi della violenza verbale online.
Inoltre, l’anonimato su internet non è sempre una cosa negativa. Protegge chi denuncia abusi, chi vive in regimi oppressivi, chi ha bisogno di esprimere la propria opinione senza timore di ritorsioni. Eliminarlo completamente potrebbe creare più problemi di quanti ne risolva.
Non sto dicendo che dobbiamo essere tutti d’accordo su tutto. Sarebbe noioso e anche impossibile. Sto dicendo che possiamo essere in disaccordo rimanendo civili. Possiamo criticare le idee senza distruggere le persone. Possiamo discutere senza dichiarare guerra.
Forse è un sogno utopico, ma mi piace pensare che si possa ancora salvare qualcosa di buono dai social network. Che si possa trasformare la rabbia in curiosità, l’aggressività in passione, l’odio in desiderio di capire.
Perché in fondo, quello che ci unisce è molto di più di quello che ci divide. Tutti amiamo le storie, anche se preferiamo autori diversi. Tutti cerchiamo bellezza, anche se la troviamo in posti diversi. Tutti vogliamo essere ascoltati e capiti, anche se parliamo lingue diverse.
Verso un Social più Umano
Mentre scrivo queste righe, quel post che ha scatenato tutto è ancora lì, con i suoi commenti velenosi che continuano ad arrivare. Una piccola guerra digitale che probabilmente nessuno ricorderà tra una settimana, ma che ha contribuito a rendere il mondo online un posto un po’ più cattivo.
Mentre scrivo queste righe, quel post che ha scatenato tutto è ancora lì, con i suoi commenti velenosi che continuano ad arrivare. Una piccola guerra digitale che probabilmente nessuno ricorderà tra una settimana, ma che ha contribuito a rendere il mondo online un posto un po’ più cattivo.
La prossima volta che vi troverete davanti a un post che vi fa venire voglia di rispondere male, fermatevi un secondo. Chiedetevi: questa risposta aggiunge qualcosa di costruttivo alla discussione? Fa bene a me e agli altri? È il tipo di commento che vorrei ricevere se fossi dall’altra parte?
Se la risposta è no, forse è meglio chiudere l’app e andare a farsi una passeggiata. Il mondo digitale può aspettare. La nostra umanità, no.
© Carlo Oriani
